tag:blogger.com,1999:blog-10843681470920126242008-08-20T19:25:29.789+02:00Alexander Platz BlogAlessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comBlogger78125tag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-26190858629573775602008-08-20T00:15:00.005+02:002008-08-20T19:25:29.819+02:00Le quattro giornate a Napoli<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/quattro_giornate1na.jpg"><img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px;" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/quattro_giornate1na.jpg" border="0" alt="" /></a>Le mie <em>“Quattro giornate a Napoli”</em> mai ebbero a che fare con le gloriose e storiche <em>“Quattro giornate di Napoli”</em> in cui la popolazione partenopea, esasperata per i lunghi e stremanti anni di guerra, insorse contro l’occupazione nazista, liberando la città e permettendo alle forze anglo-americane di trovare al loro arrivo, 1 Ottobre 1943, una città affrancata dalla svastica.<br />Se le <em>“Quattro giornate”</em> che valsero all’antica Neapolis romana la Medaglia d’Oro al Valor Militare si consumarono dal 27 al 30 Settembre del 1943, le mie giornate a Napoli iniziarono il primo di Febbraio 2008 per spegnersi poco dopo.<br />Ci arrivai in treno da Roma, con Judit. Eravamo entrambi allegri, entusiasti di rincontrarci dopo tre settimane in una città nuova, diversa dalla solita e brulicante Roma dove, tra l’altro, saremmo stati per i successivi giorni.<br />Alla Stazione Centrale di Napoli ci liberammo dell’imbarazzo ancora nell’aria tra noi interposta, per rimpossessarci della passata sicurezza del nostro rapporto. Senza perdere mai di vista i piccoli bagagli che ci portavamo dietro, ci abbracciammo e baciammo in continuazione.<br />All’ingresso principale della stazione, di fronte le macchine bianche dei taxi cittadini e tra le facce spente dei pendolari e le borse colorate delle turiste, incontrammo Patrizia, Serena e Adriano, tre colleghi che come me avrebbero dovuto effettuare il colloquio con il console inglese per una eventuale futura collaborazione con il Consolato Britannico della città.<br />Nonostante la cordialità, i sorrisi e gli abbracci, l’aria mattutina, e soprattutto le poche ore di sonno dormite da Judit e dai tre appena giunti a Napoli in treno dalla Sicilia, segnarono di brevità il colloquio, terminato con l’appuntamento organizzato per il mezzodì al civico 40 di Via dei Mille, dove da qualche anno era sita la sede consolare inglese.<br />Lasciati gli altri, Judit ebbe modo di constatare la superficialità con cui avevo organizzato il viaggio a Napoli. Non avevo prenotato l’albergo e, mancando esso, eravamo privi di un sicuro punto di ritrovo in cui lei, in attesa del mio ritorno dalla sede consolare, avrebbe potuto riposarsi dal lungo viaggio che da Budapest l’aveva portata prima a Roma e subito dopo a Napoli.<br /><em>“Non vi è motivo di cercare e prenotare una stanza d’albergo a Napoli”</em>, avevo detto fino al giorno prima. <em>“Vicino alla stazione o nei pressi del porto troveremo certamente numerosi ed economici ostelli”.</em><br />Il tempo a disposizione per trovare un albergo era limitato non soltanto dall’appuntamento di mezzogiorno ma anche dalla nostra mancanza di orientamento e quindi di organizzazione tempistica. Non avevamo mappe, non conoscevamo nessuno, non sapevamo quali zone frequentare e quali evitare: per entrambi era la prima volta nella capitala italiana dei Borbone.<br />Dalla rapida occhiata data allo spiazzo tra la stazione e la statua di Garibaldi fu evidente che le mie considerazioni si dimostrarono sbagliate. Non trovammo alcun albergo economico.<br />La tensione aumentò di colpo. Judit iniziò a lamentarsi sottovoce ma al punto giusto da farmi sentire cosa borbottasse. Io vedevo il suo viso contratto ed iniziavo a vergognarmi. <em>“Vengo a trovarlo e lui mi riceve così...”</em>, sembrava dire con gli occhi e con le gesta delle mani. <em>“E’ proprio mancanza di tatto”</em>, interpretavo dalla forza con cui tirava dietro di sè la valigia.<br />Decidemmo di andare a Piazza Amedeo insieme e cercare lì un albergo. La speranza ci invase.<br />Appena giunti, dopo aver chiesto informazioni all’uomo rinchiuso in una gabbia di giornali, riviste e film pornografici, situato immediatamente alla destra della stazione metropolitana, ci fu chiaro che le possibilità di trovare un albergo economico in quella zona erano pari a quelle che avevo di diventare Presidente del Consiglio dei Ministri. <em>“Questa”</em> ci spiegò l’anziano giornalaio, <em>“insieme al Vomero, che si trova proprio sopra la collina qui su, è la zona migliore e più cara di Napoli, ma potete provare a destra in Via Crispi. So che ci sono degli alberghi ma non conosco il numero di stelle”.</em><br />Ringraziai e tornai dalla magiara a viso basso, facendo finta di voler sistemare la fibbia della valigia. Mi chiese di tradurre. Allora alzai lo sguardo e cercando di evitare i suoi occhi indicai Via Crispi con l’indice della mano destra. <em>“Lì c’è un albergo!”</em>, esclamai in tono trionfale. Lei accennò ad un amaro sorriso.<br />Ci incamminammo. La strada non era lunga ma i marciapiedi dissestati rendevano difficile l’aderenza delle ruote delle valigie e ogni buca ci obbligava a fermarci per rimettere i trolley in carreggiata. All’inizio incurvavamo la schiena, piegavamo leggermente le ginocchia e utilizzando le mani le ricomponevamo. Poi, stanchi e impacciati nella pesantezza degli abiti e nell’incomodità del sudore, ci limitammo a dare leggeri e decisi colpi alle valigie con il piatto delle scarpe.<br />Giungemmo al <em>“Crispi Hotel”</em> una volta superato il cordone consolare franco-tedesco. Pochi gradini ci accolsero in un ingresso piccolo e squallido, mentre una signora, una matrona grassa vestita con una maglietta bianca e dei pantaloni a righe verticali blu e bianche, ci accolse malamente informandoci sui prezzi. Per una notte bisognava spendere settanta euro. Troppo per le nostre modeste risorse studentesche.<br /><em>“Una notte qui potremmo farla, almeno la prima”, </em>dissi a Judit più per non sentirla lamentare che per interesse nei confronti della sua stanchezza. Disse di <em>“no”</em> con la testa. Allora ritornammo in Via Crispi, passando nuovamente accanto ai consolati francese e tedesco, giungendo a Piazza Amedeo.<br />Di fronte l’ingresso metropolitano ci stava un albero con alcune panchine in cemento. Ci sedemmo lì per giungere alla decisione di dividerci: io mi sarei diretto a piedi e con la valigia al consolato, lei sarebbe tornata a Piazza Garibaldi in cerca di un albergo che rientrasse nelle nostre possibilità economiche.<br />Era quasi mezzogiorno ed io non volevo certo giungere tardi al primo incontro con il console. In poco più di cinque minuti raggiunsi il civico 40. Lì incontrai gli altri.<br />In anticipo di venti minuti proposi di andare al bar. Ci andai con Patrizia. Ci sedemmo al tavolino per bere un’acqua tonica, inviare (via internet, con il portatile che mi portavo appresso) il mio curriculum al responsabile delle relazioni esterne del consolato ed acquistare cioccolatini da regalare a Judit.<br />A cinque minuti dall’appuntamento ricollocai di fretta il computer portatile nella borsa a tracollo senza immobilizzare il portatile dalla cintura a strip interna.<br />A mezzogiorno in punto tutti e quattro suonammo il campanello del consolato. Ci aprirono e in pochi minuti il responsabile per le relazioni esterne dell’ufficio consolare, Gerardo, ci accolse calorosamente nella <em>Conference Room</em>, una stanza di riunione elegante e sobria come solo gli inglesi possono riuscire.<br />Ci sedemmo in comode poltrone marroni, sotto quadri di piccole e medie dimensioni, a lato di un lungo tavolo a forma ellittica che divideva a metà un pavimento vellutato da una moquette blu notte.<br />Il console Michael Burgoyne ci raggiunse appena l’ultimo di noi si presentò stringendo la mano a Gerardo. In giacca e camicia, senza cravatta e con una bella barba da ammiraglio inglese della Seconda Guerra Mondiale - di quelle che mi piacerebbe vedere nel volto di mio padre o, al momento giusto, nel mio - ci strinse la mano sorridendo.<br />Dalla parete bianca staccò un quadretto presentandocelo come l’autentica lettera con cui Giuseppe Garibaldi ringraziò il governo di Sua Maestà per la neutralità bellica dimostrata durante il trasbordo dei Mille dalle coste siciliane alla terra dei Briganti di una volta, la Calabria.<br />In quella lettera, il dittatore dalla comicia rossa invitava le autorità inglesi ad accettare come dono <em>“un ristretto spazio necessario all’opera pia cui la vogliono destinare”. </em>Si trattava di un piccolo terreno fabbricabile sito nell’attuale Via San Pasquale da destinare alla costruzione della chiesa anglicana che le precedenti autorità napoletane - i cattolicissimi Barbone - si erano sempre rifiutati di concedere.<br />Gerardo ed il console si alternavano nella spiegazione. Oltre a dirci che i disegni protetti dai quadretti di vetro appesi alle pareti altro non erano che i disegni preparatori dell'edificio religioso, ci fecero notare un particolare, un errore ortografico che lo stesso Garibaldi commise: egli si era definito <em>“Dittattore”</em> con quattro <em>“t”.</em><br />L’incontro si concluse bene: ci accettarono tutti ed in data da decidere saremmo stati a turno loro collaboratori. Sorpreso della mia cittadinanza australiana e della mia appartenenza al Commonwealth, il console esclamò nella mia direzione: <em>"Ah che bello! Finalmente qualcuno con cui giocare a cricket!".</em>Salutammo le autorità diplomatiche, poi, ritornati sulla strada, ci salutammo tra noi. Loro avrebbero fatto una passeggiata per poi prendere il primo treno per il Sud. Io corsi da Judit.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”<br />Gennaio-Febbraio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-24578100802466970862008-08-06T22:54:00.001+02:002008-08-06T22:55:49.652+02:00Parziali tragressioni<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/parziali_trasgressioni.jpg"><img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px;" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/parziali_trasgressioni.jpg" border="0" alt="" /></a>Tornato in Italia dopo un lungo impegno di lavoro in Svizzera, non vedevo l'ora di riabbracciare Giulia, la donna che mi portavo a letto e dicevo di amare. Lei non si fece trovare e si limitava a mandare SMS in cui scriveva di essere fuori città.<br />Quando mi convinsi di trovarmi di fronte al baratro di chi sta per essere lasciato ricevetti una sua chiamata. Disse di essere stata in due pellegrinaggi cattolici e aver capito la necessità di cambiare vita, avvicinandosi a Dio e rompendo i ponti con un materialista come me.<br />Aveva certamente un altro, ma poiché da tempo credevo che la nostra relazione non potesse durare, lasciai correre, cercando di colmare il vuoto con sperate e poco ortodosse avventure sessuali.<br />In quei giorni uscii con molte donne. Cercavo di innamorarmi di ognuna di esse ma cambiavo idea dopo averle scopate sul materasso privo di fodera della mansarda di casa mia. Quelle bellezze si trasformavano in noiose perdite di tempo.<br />Gli amici mi consigliarono di affrontare seriamente il dolore dell'abbandono e non sprecare opportunità con ragazze di cui, in situazioni normali, mi sarei perdutamente innamorato. <em>“Magari </em>– mi disse Marco – <em>potresti utilizzare internet per trovare donne disposte a relazioni poco serie, salvaguardando così i rapporti con le tue colleghe e conoscenti in vista del tuo recupero”.</em>Accettai il consiglio e m'iscrissi ad un sito di dating che, in cambio di venti euro al mese, mi riempì la casella di posta con profili di donne dai diciotto ai quarant'anni, tutte della mia città e desiderose di conoscere uomini.<br />Scelsi una certa “Please77” di trentuno anni che aveva preferito pubblicare la fotografia di un fiore invece di sfoggiare tette e mutandine sul profilo pubblico. Il suo mistero mi conquistò e iniziai a chattarci. Disse di essere un'impiegata single, amante di pizza, gelato, cinema e dei libri di Gabriel Garcia Marquez, proprio come me. Da conversazioni generali passammo a chattate erotiche, quasi volgari, che mi inturgidivano mentre riempivo tristi pratiche bancarie.<br />Un mese dopo decidemmo di incontrarci sui gradini del municipio dove Garibaldi, secondo la tradizione, mangiò pane e cipolle. In anticipo, mi appoggiai ad una parete vicina pensando a quanto ninfomane dovesse essere la donna che stavo per incontrare.<br />A cinque minuti dall'appuntamento, dalla Chiesa di Sant'Anna vidi uscire Giulia, la mia ex. Sorpreso, mi nascosi e l'osservai attraversare la piazza centrale e sedersi sui gradini del municipio. Rimasi a guardarla per trenta minuti. Aspettava qualcuno.<br /><br /><strong>Racconto di Alessandro Di Maio<br />"Volo Rapido 2008"<br />Palermo, Estate 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-113840532227301462008-08-02T23:56:00.005+02:002008-08-03T01:03:19.266+02:00Triste fine gennaio e febbraio agrodolce<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/press_office_interns.jpg"><img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px;" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/press_office_interns.jpg" border="0" alt="" /></a>A Roma i mesi passarono rapidi. I giorni sembravano brevi unità mai piovose e sempre raggianti e fredde, pressate dalle ore in ambasciata, dalle conversazioni in inglese e dalle risa in italiano.<br />Un giorno nel mio ufficio, mentre scrivevo al computer, entrò Ben, il responsabile dell’Ufficio Stampa dell’ambasciata, che mi presentò una ragazza. Si chiamava Domenica, era italo-americana e da quel giorno avrebbe lavorato insieme a noi.<br />La nuova presenza femminile entusiasmò me quanto Sergio e Roberto e da quel giorno il divertimento nel dopolavoro fu assicurato anche per l’arrivo di altre due interns italo-americane, Carla e Alessandra, che avrebbero lavorato rispettivamente nell’Ufficio Artistico e in quello Economico della nostra stessa ambasciata.<br />Eravamo tutti coetanei, capaci di parlare in inglese e italiano, divisi dal sesso e dalla provenienza come dagli abiti, noi in giacca e cravatta, loro in tailleur. E’ da dire che il nostro attaccamento all’Ambasciata ed ai suoi ritmi non era mai venuto meno, ma il fatto di non essere più gli unici ventenni impiegati d’ambasciata rinvigorì il nostro spirito di gruppo e di conseguenza i nostri profitti lavorativi.<br />Se solo poche volte uscimmo tutti insieme, non mancammo di organizzare cene ed uscite fuori, soprattutto tra noi quattro interns del Press Office. Domenica ci invitava spesso a casa sua per cena e noi accettavamo volentieri non solo per la simpatia che quella ragazza ci ispirava e per il piacere di stare tutti insieme, ma anche per le ottime conserve che settimanalmente Domenica riceveva dai parenti residenti poco fuori Roma.<br />Il mese di Gennaio terminò male. Dalla sala multimediale, durante il montaggio di alcune interviste e la registrazione di video conferenze tra gli uffici consolari di Napoli, Milano e Roma, assistemmo in diretta alla fine del secondo governo Prodi.<br />Il Presidente del Consiglio aveva dichiarato di volersi presentare ai due rami del Parlamento per dare agli Italiani la possibilità di sapere per mano di chi molto probabilmente sarebbe caduto il governo. Se alla Camera dei Deputati ottenne la fiducia, al Senato della Repubblica le previsioni sul comportamento di voto di alcuni senatori non sbagliarono ed il governo cadde ai brindisi degli esponenti del centro-destra allegri nell’aula parlamentare e nell’indifferenza (almeno apparente) degli impiegati in ambasciata.<br />In agro-dolce invece iniziò il mese di Febbraio. La mattina del primo giorno del secondo mese dell’anno mi alzai presto e recai alla stazione Termini per ricevere Judit e partire insieme a lei alla volta di Napoli, dove saremmo stati per il long week-end e per il colloquio con il console inglese per una mia eventuale futura collaborazione.<br />Per circa quindici minuti aspettai Judit alla stazione. Lei veniva in treno dall’aeroporto ed io, pur assonnato per le poche ore dormite la notte precedente, dal mio ultimo minuto a Budapest con lei non aspettavo altro che riabbracciarla.<br />La vidi in mezzo alla folla, vestita come di suo piacere da abiti marroni e arancioni, braccata da uno zaino da trekking sulle spalle e con un volto assonnato e confuso, tipico di coloro che cercano i propri conoscenti tra la folla brulicante di individualità.<br />Per pochi istanti sembrò che i nostri sguardi si fossero incrociati, ma lei continuò a cercarmi tra gli ampi spazi aperti della stazione. Probabilmente faceva la preziosa, così rallentai il passo per osservare il suo comportamento. Continuava guardarsi attorno sistemandosi lo zaino sulle spalle.<br />Quando fui vicino mi vide e sorrise. Io feci altrettanto e dopo un forte abbraccio le domandai se avesse finto di non vedermi. Disse che non avrebbe avuto motivo per fare una cosa del genere e, con un po’ di imbarazzo reciproco, ci riabbracciammo avviandoci verso il binario dal quale a breve sarebbe partito il treno per Napoli .<br />Sul treno, nonostante si fosse seduta accanto al finestrino “<em>per vedere il paesaggio della bella Italia”</em>, come disse sorridendo mentre sistemavo il suo bagaglio nello spazio sopraelevato, il sonno delle poche ore dormite ebbe la meglio ed in meno di mezz’orae si addormentò appogiando la testa sulla mia spalla destra. Io leggevo il giornale scostando lo sguardo ad ogni capoverso e rivolgendolo ora al volto della magiara provando tenerezza ed eccitazione, ora al paesaggio frusciante esterno al vagone di facce spente, fogli di giornale e aria condizionata.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”<br />Gennaio-Febbraio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-16311382933019713362008-07-26T04:22:00.003+02:002008-07-26T04:24:20.685+02:00From the present to the past<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/present_past.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/present_past.jpg" border="0" /></a>I loved you through lucky and party days, through days of rough sea, storm and rain. I loved you through months, streets, oceans and lands, trough happy moments, joys, cries and wars.<br />We visited a few countries, cities and villages, met interesting and beautiful people, big and small buildings, markets and hills. We listened small and poor orchestras play and thru the television we watched people fall and shooting guns.<br />We laughed and joking for hours hoping that the time does not end. We had sad faces in some airports and happy faces in others.<br />We swam in rivers and seas and made love with love. From the bottom of my land’s sea we found shells and listened the stories of the sea. In our minds we had a drum to beat the time and hear it go. We said words and made stories, we made our story, a small piece of the world’s big story. We had the idea to collect the cries and pain of the world and change it together.<br />Now you can catch a fire and turn the dreams of whom is around you, you can open the hand and collect all the colours of the day and make a castle with wood and broken jars broken. You can find a grey room and fill it with the night’s blue.<br />I loved you from that moment in the tower when the music of the night watched us kissing. I loved you since that moment, when you took my hand and brought me close to a star.<br /><br /><strong>Written in Washington<br />April 15, 2008</strong><br /><strong></strong><br /><span style="font-size:78%;">MCR Inspiration</span>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-85854073647179033622008-07-25T01:34:00.005+02:002008-07-25T16:48:32.304+02:00La mia famiglia Polak<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/polak_family.jpg"><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; width: 400px; text-align: center;" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/polak_family.jpg" border="0" /></a><em>Sichelschnitt</em> è un termine tedesco che significa “colpo di falce”. Esso era il nome in codice che i nazisti diedero alla Campagna di Francia, ovvero all’invasione di Belgio, Olanda, Lussemburgo e Francia iniziata il 10 Maggio 1940 e terminata nel Giugno successivo con l’occupazione tedesca del futuro Benelux e della Francia nord-occidentale, con l’annessione alla Germania di una porzione di Francia orientale e con l’istituzione della Repubblica di Vichy, più volte definita Francia libera ma di fatto asservita ai voleri di Hitler.<br /><div>Da quel 10 Maggio i cambiamenti non si fecero attendere per nessuno. Se gli inglesi tremavano all’idea di avere i nazisti dall’altro lato della Manica, olandesi e francesi, calpestati dallo stivale germanico, dimenticarono tranquillità, imprenditoria e romanticismo per immergersi negli incubi neri e grigi delle uniformi tedesche, e mentre Mussolini, vedendo agonizzare la Francia, decise di attaccarla inviando soldati privi di scarpe sulle Alpi alla conquista di piccoli villaggi montani, e Roosevelt e Churchill velocizzarono i preparativi per una guerra frontale contro Hitler, la popolazione giudaica dell’Europa occidentale appena conquistata dal Führer si divideva tra quelli che lasciavano l’Europa per Stati Uniti e Palestina, quelli che si nascondevano in soffitta e quelli convinti che i nazisti per quanto brutali <em>“sono sempre uomini con cui poter parlare e mettersi d’accordo”</em>.</div><div>Probabilmente la famiglia Polak la pensava in questo modo. Religiosi com’erano, consideravano i nazisti degli uomini indottrinati all’odio, ad un sentimento umano che per quanto terribile li rendeva umani e quindi possibili interlocutori di un dialogo, anche se limitato alla tecnicità e all’opportunismo della compravendita della propria incolumità.</div><div>Alla famiglia Polak mi congiunge una finta carta d’identità del capo famiglia da me ricevuta gratuitamente a scopo educativo durante la visita allo <em>United States Holocaust Memorial Museum</em>, il principale museo dell’Olocausto degli Stati Uniti.</div><div>Prima di inoltrarmi nel freddo buio delle sale espositive e di essere rapidamente informato sulla struttura del museo, fui invitato a prendere una qualsiasi tra le migliaia di schede di carta che, simili a dei documenti d’identità, vedevo accumulati tutte uguali e dello stesso colore grigio su un tavolo all’ingresso degli ascensori.</div><div>Ne presi una qualsiasi. Era la numero #3768, fatta di carta ruvida molto piacevole da toccare. Prima di aprirla e leggerne il contenuto ci pensai. A breve avrei preso conoscenza dei brandelli di una vita spezzata tanti anni prima, ma di chi? Di che sesso, età e nazione sarebbe stata la persona di cui avrei conosciuto la storia? E quali le circostanze della sua morte?</div><div>Quando aprii la scheda vidi che nella prima pagina vi era la foto in bianco e nero di un signore di mezza età, con capelli corti probabilmente grigi, occhiali tondi, giacca, camicia e cravatta. Si chiamava Frederik Polak ed era nato ad Amsterdam nell’Agosto del 1883. Allevato in una religiosa famiglia ebraica di Amsterdam, Frederik non solo ebbe una felice e spartana infanzia ma grazie allo stipendio del padre - copista di testi sacri – riuscì a studiare contabilità diventando in poco tempo un noto ragioniere.</div><div>Quando morì suo padre, contribuì al sostentamento della madre, delle tre sorelle ed del fratello cieco, ma quando alla metà degli anni ’20 sposò Grietje, donna nata nell’agosto 1883 da un’osservante famiglia ebraica, iniziò la sua propria famiglia, avendo ben presto quattro figli, un maschio, Jacob, e tre femmine, Julia, Betty e Liesje. Uniti come ai tempi in cui la parola famiglia dava la pelle d’oca, i Polak amavano celebrare il sabato e tutte le festività ebraiche, commentare le loro giornate e scambiarsi opinioni.</div><div>Il figlio Jacob, dagli amici chiamato Jaap, nacque ad Amsterdam il 31 Dicembre del 1912 e fino all’età di dodici anni frequentò la scuola elementare ebraica per poi studiare contabilità all’istituto commerciale della capitale. Ottenuto il diploma, dal 1931 al 1932 lavorò al <em>Carlton Hotel</em>, un distinto albergo al centro di Amsterdam che, benché da egli stesso definito <em>“un ambiente cosmopolita, punto d’incontro tra persone molto interessanti”</em>, intenderà sempre come un lavoro temporaneo in attesa di diventare un ufficiale pubblico contabile.</div><div>Julia invece nacque il 17 Luglio 1914. Come il fratello studiò alla scuola ebraica ma, anziché specializzarsi in materia fiscale, trovò grande piacere e profitto nello studio dell’yiddish, la lingua israelita. Agli inizi degli anni trenta, come leader della gioventù sionista, Julia presentò al giovane pubblico ebraico del quartiere l’idea di creare in Palestina la casa degli ebrei, il così detto <em>Yishuv,</em> e mentre nel 1937 il fratello Jaap superava l’esame finale per diventare ragioniere, Julia si fidanzava con un giovane sionista che di cognome andava Bolle con il quale nel 1938 si sposò. La giovane coppia prese parte alla <em>“hachshara”,</em> il programma che preparava al lavoro agricolo i giovani interessati a raggiungere la Palestina e fondare lo Stato di Israele.</div><div>Intanto Jaap entrò a far parte dell’impresa contabile del padre come praticante, ma nonostante il suo supporto e quello della madre Grietje che lavorava nella scuola elementare giudaica, gli ingressi economici famigliari erano irregolari e bassi poiché Frederik lavorava spesso senza compenso per organizzazioni caritative e religiose.</div><div>Nel 1940, violando la dichiarazione di neutralità di Amsterdam, i tedeschi invasero i Paesi Bassi e promossero una politica anti-giudaica che iniziò con la schedatura della popolazione semita e terminò nel 1942 con le deportazioni nei campi di concentramento.</div><div>Grazie allo sfruttamento messo in opera dai tedeschi della facilità contabile di Frederik, utilizzato per la schedatura degli ebrei, la famiglia Polak evitò la deportazione fino al Giugno 1943 quando Frederik e Grietje furono separati dai figli e deportati al campo di smistamento di <em>Westerbork</em>, a dieci chilometri a nord del villaggio di <em>Hooghalen</em>, nel nord-est dell’Olanda.</div><div>Dopo quattro settimane di detenzione i coniugi Polak furono informati della decisione presa nei loro confronti: sarebbero stati deportati in Polonia a lavorare. Ciò li rassicurò tanto da spingerli a portarsi i migliori abiti disponibili.</div><div>Il 23 luglio 1943, mentre Frederik e Grietje salivano a forza su di un vagone ferroviario per essere deportati al campo di sterminio di <em>Sobibor</em>, situato presso il villaggio omonimo, nella parte orientale del distretto di Lublino, in Polonia, vicino alla linea ferroviaria <em>Chelm–Wlodawa</em>, un treno proveniente da Amsterdam e diretto al campo di concentramento di Westerbork portava i figli Jacob e Julia ed il genero Bolle.</div><div>Due giorni dopo Frederik e Grieje furono uccisi in Polonia, Julia e suo marito vennero inseriti in una lista di ebrei da mandare in Palestina in cambio di un gruppo di tedeschi in quel momento residenti in Terra Santa, e Jaap divenne il direttore della scuola elementare del campo di Westerbork. Nonostante ciò, tutto fu precario. <em>“La scuola</em> – dichiarò successivamente Jaap - <em>era fornita di materiale didattico perché i tedeschi amavano dare l’illusione che esso fosse davvero un luogo dove sostare temporaneamente in vista del trasferimento ed integrazione ad est della popolazione ebraica”.</em> I bambini del campo prendevano lezioni per non più di una settimana, poi venivano deportati nei campi di sterminio, selezionati ed uccisi.</div><div>Otto mesi dopo, precisamente nel Febbraio 1944, Jaap, Julia e il signor Bolle furono deportati al campo di concentramento di <em>Bergen-Belsen</em> nella Bassa Sassonia, a pochi chilometri a sud-ovest dal villaggio di <em>Bergen</em>. Se Jaap fu sistemato in un grosso casermone di cemento brulicante di uomini spenti, la coppia Bolle fu accampata in una baracca con altri ebrei designati ad un scambio con la Palestina che non avverrà mai e che si trasformerà nei tradizionali lavori forzati.</div><div>Nel Marzo 1945 a Bergen-Belsen scoppiò un’epidemia di tifo che uccise buona parte dei prigionieri, tra cui la bambina olandese di nome Anne Frank che, grazie alla successiva pubblicazione del diario voluta dal padre sopravvissuto, diventerà un simbolo di sofferenza e pace.</div><div>L’epidemia convinse le <em>SS</em> ad abbandonare il campo ed i prigionieri che, secondo loro, sarebbero morti da lì a poco tempo, così il 10 Aprile, radunarono i duemila internati più resistenti e li caricarono su degli autocarri diretti a nord, verso campi di concentramento più interni e meno esposti ai sempre più frequenti bombardamenti alleati. Jaap si trovava su uno degli autocarri e ritrovò il sorriso quando, durante l’attraversamento del villaggio di <em>Trobitz</em>, nei pressi di <em>Leipzig</em>, il convoglio incontrò l’Armata Rossa proveniente da est: in pochi minuti i nazisti furono uccisi ed i prigionieri liberati e soccorsi dalle truppe sovietiche.</div><div>Quando due battaglioni alleati di inglesi e canadesi, giunsero nel campo di Bergen-Belsen era il 15 Aprile 1945 e gli internati morivano come mosche per il tifo. Julia e il marito erano sopravvissuti ma due giorni dopo Julia si spense incontrando in luogo migliore i genitori e le due sorelle di cui non ho parlato per assoluta mancanza di notizie.</div><div>Jaap sopravvisse e ritornò in Olanda dove incontrò il cognato.</div><div>Poi nel 1951 emigrò negli Stati Uniti.</div><div>Se fosse ancora vivo adesso avrebbe novantasei anni. </div>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-45613670918235831782008-07-18T03:23:00.007+02:002008-07-20T00:33:07.520+02:00Parva, sed apta mihi<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/giorni_ferraresi.jpg"><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; width: 400px; text-align: center;" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/giorni_ferraresi.jpg" border="0" /></a>Nonostante i rumori da cui si è disturbati ogni volta che si dorme in uno largo e freddo stanzone in compagnia di una dozzina di altre persone, i miei sonni a Ferrara risultarono sempre molto pesanti e tranquilli.<br />Dopo essermi sciacquato e vestito a notte, mi addormentavo d’un colpo senza fare caso ai camerati che rimanevano svegli fino a tardi a fumare e leggere. Mi portai un libro, è vero, ma lo divorai sul treno ancora prima di giungere a Ferrara, e quelli che comprai sul luogo - approfittando degli incontri con gli autori che felicemente sporcavano le seconde copertine con brevi dediche e autografi irriconoscibili – non mi ispirarono che solo mesi dopo, in altre circostanze.<br />Non avendo da leggere, la notte, dopo le visite alla città, i giri in bicicletta e le conversazioni con altri giovani lettori, mi coricavo spossato, sempre entusiasta per il giorno avvenire che, puntualmente, mi si presentava alle sette in punto di ogni mattino dopo un’incessante quanto inconscia battaglia con insistenti zanzare.<br />Aprivo la parte interna della finestra lasciando entrare la luce e mantenere integro il torpore della stanza. Il cielo fu sempre nuvoloso e l’ambiente, sempre coperto da una pesante e affascinante nebbia, si rivelava in tonalità di colore alquanto strane ai miei occhi. Grigio, bianco, blu.<br />Dopo abbondanti colazioni - brioche, marmellate, cioccolate calde, tè e cornetti - che avrebbero dovuto mantenermi fino alle rispettive cene, prendevo la bicicletta ed esploravo la città. Una mattina il cimitero ebraico e le mura difensive, un’altra la casa natale dell’Ariosto e del Savonarola, un’altra il mercatino dell’antiquariato e le chiese.<br />Buttando a terra la coperta di nuvole e foschia della notte e del primo mattino, alle otto e trenta la città si risvegliava. Gli eventi a cui presenziare e le cose da fare li avevo annotati nell’agendina insieme ad orari e luoghi. In questo modo non persi nessuna delle conferenze, incontri e dibattiti organizzati dal settimanale <em>Internazionale.</em><br />In quei giorni incontrai molte persone interessanti. Scrittori di romanzi giunti dall’India, dal Marocco e dalla Colombia, ma anche giornalisti americani, iracheni ed africani. Più i giorni passavano e più gente si presentava all’ingresso.<br />I miei occhi non avevano mai visto così tante persone interessate ad un evento culturale diverso dalle tradizionali feste religiose. Le piccole strade del centro cittadino si intasavano, in alcune utilizzare la bicicletta era diventato impossibile, in altre i vigili urbani dividevano i sensi di marcia dei pedoni.<br />In quei giorni spesi tutto il mio denaro per l’acquisto di nuovi libri. Diari di viaggio, saggi e reportage su paesi e situazioni lontane. Giustificai la spesa domandando a me stesso <em>“quando avrei avuto nuovamente l’opportunità di leggere un libro toccato e autografato dal suo autore”</em> e ricordandomi di cinquanta euro ancora a mia disposizione e depositati all’ostello come cauzione per eventuali danni alla Graziella nera che ogni mattina mi prestavano.<br />Iniziai ad amare Ferrara quando scoprì l’integrità delle sue mura difensive. Le percorsi tutte, facendo varie volte il giro della città, sapendo (finalmente) orientarmi e fotografando gli alberi che le rendevano adatte per passeggiate e corsette mattutine o tardo-pomeridiane. Pedalando dalle mura della città immaginavo di essere un soldato rinascimentale impegnato ad avvistare eventuali nemici e munito di alambarda, elmetto e uniforme.<br />Ma la vera sorpresa la ebbi scoprendo la casa natale di Girolamo Savonarola, un personaggio oscuro quanto affascinante, preparato e rispettabile. Preso dall’entusiasmo della scoperta chiamai mio fratello per dargli la notizia. Lui, che di nascosto ama quando me la Storia, apprese la notizia con soddisfazione ma mantenendo un certo distacco e facendomi capire che sapeva già delle origini ferraresi del frate e politico italiano più famoso della storia.<br />L’edificio era tutto in mattoni perfettamente arancioni, con una grosso ingresso affiancato da due finestrone al piano terra e un fiorito balconcino affiancato da quattro finestre al piano superiore. Tra il balcone e l’arcata centrale vi era una targa in marmo bianco che segnalava l’importanza del luogo. A chiare lettere essa recava scritto <em>“In questa sua casa paterna visse i primi XX anni Fr. Girolamo Savonarola. Nato in Ferrara il 27 di Settembre 1452, arso in Firenze il 23 Maggio 1498”.</em><br />Lessi più volte quelle frasi pensando a quanto vicino fosse il 27 Settembre di Girolamo dal mio 29 Settembre. Osservai il balcone e le finestre dalle quali certamente il frate si era affacciato nei suoi primi vent’anni di vita, e poi guardai con attenzione anche la piazza e la chiesa antistanti in cerca delle impressioni che probabilmente il frate ebbe redigendo il <em>“De ruina mundi”</em> e il <em>“De ruina Ecclesiae”</em> con i quali maturava i pensieri che l’avrebbero portato al rogo e reso vivo per l’eternità.<br />L’ultimo giorno scoprii che quell’edificio bianco ricco di spuntoni dalla forma romboidale situato tra il <em>Corso Biagio Rossetti</em> e quello di <em>Ercole I d’Este,</em> che tanto mi aveva colpito il giorno del mio arrivo, altri non era che il Palazzo dei Diamanti, da me studiato e disegnato in seconda media.<br />Poi visitai la basilica di San Giorgio fuori le mura, la cui storia mi colpii molto. Essa è la chiesa più antica della città e fu fatta costruire sulla riva destra del <em>Po di Volano</em> (un ramo deltizio del Po) tra il VII e l’VIII secolo per ospitare la sede vescovile prima tenuta nella piccola e poco distante cittadina di <em>Voghenza</em>, indifesa e spesso preda delle invasioni barbariche. Tuttavia la città di Ferrara non si sviluppò sulla riva destra del Po, ma su quella sinistra, lasciando isolata la cattedrale cittadina. Quando nel 1135 venne costruita l’attuale cattedrale di Ferrara, alla chiesa prossima al Po di Volano venne sottratto il vescovado e, se in un primo momento fu nota semplicemente come Basilica di San Giorgio, dopo il rafforzamento delle mura cittadine, fu chiamata Basilica di San Giorgio fuori le mura.<br />Prima di tornare all’ostello mangiai gratuitamente dalle bancarelle espositive dei piccoli agricoltori emiliani il miglior salame mai assaggiato in vita mia, mi recai al mercato della frutta per la scorta da viaggio e a quello dell’antiquariato per inumidirmi gli occhi delle costose bellezze esposte e visitai il museo civico e la casa di Ludovico Ariosto, nella quale egli passò gli ultimi anni della sua vita portando a termine il poema cavalleresco <em>“Orlando Furioso”.<br /></em>Feci il bagaglio e sistemai il letto che mi aveva sostenuto durante le battaglie contro le zanzare e, dopo aver salutato gli amici veneti e piemontesi che con me avevano diviso lo stanzone e come me erano venuti e Ferrara per il festival, ricevei una chiamata telefonica. Era Carla. Mi informava che sarebbe venuta in Sicilia a trovarmi.<br />Contento e sorpreso per l’inattesa notizia, consegnai le chiavi della Graziella Nera alla ragazza dell’ostello e - presi i soldi della cauzione, in quel momento mia unica risorsa finanziaria – a piedi mi recai alla stazione.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”</strong><br /><div><strong>Settembre-Ottobre 2007</strong></div>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-77660434731762891112008-07-14T18:56:00.001+02:002008-07-14T18:58:51.069+02:00Ferrara by night and bike<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/primo_giorno_ferrara.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/primo_giorno_ferrara.jpg" border="0" /></a>Erano anni che le mie natiche non poggiavano sella, che i miei polpacci non spingevano pedali, che le mie mani non guidavano un manubrio. Pedalavo rapidamente spostandomi ora a sinistra ora a destra della strada in pietra, suonando il campanello con la stessa spensieratezza di quando, da piccolo, visitavo i miei nonni o andavo in campagna o al mare su di una mitica Dino Cross.<br />In allegra solitudine da qualche ora mi trovavo a Ferrara, bella e ricca città rinascimentale, dimora di storie e Storia, cuore d’Este a poca distanza dal Po, tra verdi e piane campagne, dentro solide mura e pulite vie di palazzi.<br />Il sole era già andato via e una leggera foschia, che mi fece immediatamente pensare all’auspicata nebbia, occupò l’aria che mi trovai quando, liberatomi dagli abiti fetidi per la notte passata sul treno, iniziai ad esplorare la città in cerca di storie, compagnia e di una buona cena.<br />Andavo alla cieca, fiutando i sentieri più belli, orientandomi con chiese, piazze, luci e folle di biciclette poiché, certo di poter contare sulla bici da passeggio e sulle gambe inclini a stantuffare, rifiutavo l’ausilio di una cartina per una città piccola quanto bella.<br />Percorsi il <em>Corso Biagio Rossetti</em> verso est fino ad intravedere un maestoso palazzo bianco che faceva da angolo con il <em>Corso Ercole I d’Este</em>. Fermai la bicicletta e lo guardai attentamente. Le pareti, superbamente illuminate, presentavano speroni di pietra dalla geometria semi-romboidea che fuoriuscivano in direzione della strada e per tutta l’altezza del palazzo.<br />Presi il Corso Ercole I d’Este in direzione sud-ovest, accusando le scosse prodotte dall’urto tra le gomme delle ruote ed i sampietrini della strada. Gli edifici, addossati uno all’altro, tutti antichi e ottimamente mantenuti, fecero da preludio allo spettacolo che mi si parò davanti al termine del corso che porta il nome del duca che governò il Ducato di Ferrara dal 1471 al 1505.<br />Trattasi del <em>Castello Estense o di San Michele</em>, il monumento più rappresentativo della città di Ferrara, il più maestoso, alto e centrale. Mi sorprese e ipnotizzò. Pur non conoscendola avevo sempre reputato straordinaria e bellissima la città di Ferrara, ma quella vista non solo mi fece ammettere l’ignoranza nei riguardi delle più generali informazioni storico-artistiche del centro urbano estense, ma mi rese schiavo del desiderio di conoscere a fondo quella porzione d’Italia per rimediare alle nozioni mancanti e divertirmi in una specie di caccia al tesoro.<br />Girai più volte attorno al castello, osservando ponti levatoi, torri, merli, finestre e scanalature. La vitalità del castello e dei suoi ampi spazi laterali palesarono la centralità del luogo, equidistante da tutti i lati delle mura difensive delimitanti la città.<br />Nel Maggio del 1385 l’aumento delle tasse voluto da Tommaso da Tortona, consigliere del marchese Niccolò II d’Este, portò il popolo ferrarese nelle strade. La rivolta generale era dietro l’angolo ma i cittadini si limitarono a chiedere la testa del consigliere. Pressato dalla ferocia popolare che tanto incuteva il debole potere militare del marchese d’Este, questo diede l’ordine di consegnare Tommaso da Tortona alla folla imbestialita che, come recita Luciano Chiappini ne <em>“Gli Estensi”, “afferratolo e malmenatolo, lo ridusse in tanti pezzi, bruciandone poi alcuni sul rogo dei libri pubblici gettati alle fiamme, issandone altri su canne in segno di trionfo e dando gli intestini da mangiare a uomini cani ed uccelli”.<br /></em>L’evento fu chiaro segnale per il marchese che, chiamato l’architetto Bartolino da Novara, diede ordine di far costruire una fortezza militare al centro della città che potesse difendere l’ordine costituito in qualsiasi momento.<br />Il 29 Settembre dello stesso anno, meraviglioso connubio tra giorni e mese, venne posata la prima pietra di quella che divenne una possente struttura militare-difensiva, prima, e la reggia dinastica Estense dopo. Ancora oggi, nonostante le torri, il fossato e il ponte levatoio, pochi sono gli elementi architettonici che fanno pensare ad un antico utilizzo militare del castello.<br />Sceso dalla bicicletta mi affacciai alla ringhiera di pietra che dà sul fossato pieno dell’acqua verde che circondava il castello. Lì seguii le linee di malta bianca che teneva incollati i milioni di piccoli mattoni marroni che costituivano quel maestoso palazzo ricco di finestre dalle quali ai tempi del Tiziano dovevano affacciarsi cavalieri, marchesi, duchi, principi, damigelle, puttane, servi e matrone dai visi bianchi e dalle vesti merlettate.<br />Camminavo nella <em>Piazzetta del Castello</em> spingendo la bicicletta dal manubrio quando, sommando il flusso di biciclette visibile in <em>Corso Martiri della Libertà </em>e anonimi applausi uditi casualmente, decisi di rimontare sulla Graziella nera, voltare le spalle al castello e dirigermi verso sud, lungo il Corso appena citato.<br />Girando l’angolo, a pochi metri vidi quello che in un primo momento mi sembrò un curioso edificio dalla facciata bianca e che dopo averlo osservato bene, girando in bicicletta intorno alla piazza antistante, identificai come la <em>Cattedrale di San Giorgio</em>, la più grande e importante chiesa della città.<br />Costituita da tre cuspidi di marmo bianco riccamente decorati da colonne, statue, finestre, rosoni, archi, arcatelle e bassorilievi, la Cattedrale, tavola di elementi romanici e gotici, si confondeva nella scarsa illuminazione della sera sembrando un elemento naturale, come una roccia o un albero in un campo. Solo la parte centrale era rischiarata da luci artificiali, unico mezzo per mettere in risalto la statua tardogotica della Madonna con il bambino.<br />Quando la vista della cattedrale cessò di entusiasmarmi volsi la bici e lo sguardo verso l’edificio dirimpetto. Lo avevo già adocchiato scendendo dal Corso Martiri della Libertà ma, poiché la sua vista mi era sembrata più interessante di quella della struttura religiosa, l’avevo lasciato per ultimo.<br />Fatto di mattoni, difeso da una torre merlata e da merlature generali e aperto dall’accesso principale chiamato <em>Volto del Cavallo</em> e costituito da un grosso arco ai lati del quale due statue in bronzo troneggiano due colonne di altezza e forma diversa, il palazzo è quello municipale, prima residenza ducale degli Este (fino al XVI secolo, quando la corte si trasferì al vicino Castello) e oggi sede del comune della città.<br />Scesi dalla bicicletta e attraversato il <em>Volto del Cavallo</em> mi trovai nel <em>Cortile Ducale</em>, un largo spazio dalla quale era possibile vedere le finestre interne del palazzo e il suo scalone d’onore. Lì, dove un tempo passeggiava il duca e si attrezzavano i soldati, due bancarelle colme di libri occupavano la parte sud-occidentale, i tavoli di un ristorante quella sud-orientale e una mostra fotografica sulla guerra in Iraq la parte settentrionale dove, inoltre, vidi una folla di persone entrare e uscire dall’ex <em>Cappella di Corte</em>, oggi sala conferenze.<br />Con il catenaccio attaccai la Graziella Nera al parcheggio ciclistico ed entrai nella sala cercando di capire di cosa si trattasse. Era il primo dei tanti incontri organizzati dalla rivista <em>“Internazionale”</em> con giornalisti e scrittori di tutto il mondo. A parlare era Svetlana Aleksievic, scrittrice bielorussa che raccontava l’ex Unione Sovietica.<br />La sala era colma, sembrava un formicaio. Le teste dagli astanti ondeggiavano proprio come l’insuperabile Papi, il mio primo pastore tedesco, muoveva la testa quando cercavo di spiegargli qualcosa.<br />Dopo circa mezz’ora lo stomaco si fece sentire nuovamente. Uscii dalla sala e, contento di essere a Ferrara in completa autonomia, decisi di esagerare e concedermi una buona e costosa cena nel ristorante interno al Palazzo Municipale.<br />Da qui mi fu possibile seguire i racconti di Svetlana Aleksievic sulla terribile Unione Sovietica e, contemporaneamente, gustare uno squisito piatto locale ai funghi.<br />Quando svuotai il piatto, l’Unione Sovietica era già crollata e coloro che l’avevano appena sentita crollare dalla bocca della Aleksievic uscirono dall’ex Cappella di Corte riversandosi in strada.<br />Pagai il conto, rimontai soddisfatto sulla bicicletta e, ricordando la sequenza dei monumenti visti all’andata, ripresi la via del ritorno.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”<br />Settembre-Ottobre 2007</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-70193869228794820572008-07-06T01:52:00.001+02:002008-07-06T01:54:21.213+02:00L'arrivo a Ferrara nell'anno del Signore 2007<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/arrivo_a_ferrara.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/arrivo_a_ferrara.jpg" border="0" /></a>Come milioni di persone a settimana, anche io, passata qualche ora a Roma, tornai alla stazione per prelevare il mio bagaglio, prendere un treno e partire lasciandomi qualcosa dietro le spalle e guardando avanti risoluto ed entusiasta.<br />Il viaggio che mi ero inventato accompagnando Judit a Roma, mi avrebbe portato nella città di Ferrara, perla emiliana fino a quel momento mai incontrata, calpestata e ammirata, ma sempre letta nei libri di Storia e Letteratura e sentita dai racconti di mio padre e dalle cronache di amici da lì passati a svolgere la leva militare.<br />La scusa me la diede il settimanale italiano Internazionale che, per quel primo fine settimana di Ottobre, da venerdì 5 a domenica 7, organizzò il suo primo Festival Internazionale, un’orgia di incontri tra giornalisti, scrittori, reporter e lettori di tutto il mondo e di tutta Italia.<br />Viaggiavo in un vagone di prima classe, accanto ad un agricoltore veneto che, accompagnato dalla figlia, mi spiegava le coltivazioni della zona.<br /><em>“Questo è tabacco”</em>, disse indicando minute piantagioni verdi che affiancavano la ferrovia. <em>“Uno dei migliori, non capisco come si possa credere che quello americano sia migliore”,</em> continuava togliendo e rimettendo l’anello nuziale del suo anulare.<br /><em>“Gli alberi che vedi in fondo sono dei…”.</em><br /><em>“Papà!</em> - lo interruppe la figlia – <em>lascia stare il signore, non puoi scocciare tutti con le solite storie. E poi non vedi che si sta preparando per scendere?”.</em> Poi mi guardò e, accennando ad un sorriso di scuse, mi disse: <em>“Mancano circa due chilometri a Ferrara”.<br />“No, si figuri, è piacevole ascoltare suo padre”</em>, risposi un po’ imbarazzato mentre sistemavo la mia borsa a tracollo e tremavo leggermente per l’entusiasmo di essere vicino alla fermata. <em>“Si, grazie, non vedo l’ora di essere in città. Vi ringrazio per la compagnia e mi auguro di rincontrarvi di nuovo, magari sul treno del ritorno”</em>.<br /><em>“E’ stato un piacere”</em>, dissero padre e figlia all’uni solo. <em>“A Ferrara assaggi latte, formaggi e miele locale”</em>, continuò il padre che per questa frase subì la pressione della mano della figlia sul braccio.<br />Il treno rallentò decisamente, poi fischiò e si fermò lasciando che le porte si aprissero automaticamente. Erano le sette della sera, l’aria era fresca e pulita ed io, in camicia, giacca e borsa a tracollo, mi avviai verso l’uscita della stazione, che trovai piccola e pulita.<br />Comprai un biglietto per l’autobus arancione che aspettava all’ingresso della stazione. Ci salii e aspettando che partisse guardavo dal finestrino.<br />Dalla stazione entrava e usciva molta gente, soprattutto giovani della mia età. Lasciavano la bicicletta fuori, legata ad appositi parcheggi oppure dopo essere scesi dal treno la riprendevano e montandoci sopra sparivano dopo poche pedalate. Le macchine erano poche e, se alla sinistra della stazione vi era un piccolo parco e alla destra una rampa stradale, di fronte vi erano vari negozi, tra cui una farmacia, tutti posti al piano terra di un grosso edificio.<br />L’autista dell’autobus accese il motore e il mezzo iniziò a tremare. Poi partì lento e, superati i negozi, si avviò lungo il Viale della Costituzione.<br />Guardavo attento la strada controllando la mappa che mi ero procurato e dopo una rotonda mi accorsi che l’autobus prese il Corso Porta Po e successivamente Corso Biagio Rossetti, la strada che interessava a me, quella in cui avrei trovato l’Ostello Estense dove avevo prenotato un letto.<br />Alla sesta fermata scesi e dopo quattro passi giunsi al civico 24 dove, dopo il check in e il pagamento di un acconto, mi lavai e cambiai d’abito per poi uscire, cenare e visitare la città.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”</strong><br /><div><strong>Settembre-Ottobre 2007</strong></div>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-50958734728281962152008-07-04T18:28:00.003+02:002008-07-05T16:42:02.426+02:00Mezza strada insieme<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/mezza_strada_insieme.jpg"><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; width: 400px; text-align: center;" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/mezza_strada_insieme.jpg" border="0" /></a> Era l’inizio di Ottobre 2007 e Judit, che era venuta a visitarmi in Sicilia per le ultime due settimane estive dell’anno, doveva andare a Roma per prendere l’aereo e tornare al suo paese, così colsi l’occasione per accompagnarla e inventarmi un nuovo viaggio.<br />Partimmo con il treno notturno che quotidianamente fa la spola tra Palermo e Roma. Avevamo dei posti prenotati in seconda classe ma lo scompartimento era così pieno di persone da impedirci un sonno privo di gambe allucinate dall’assenza di sangue.<br />Prendemmo le borse che ci accompagnavano e ci spostammo verso la coda del treno in cerca di uno scompartimento vuoto e non prenotato da conquistare con la chiusura della porta e da occupare come fosse un letto matrimoniale.<br />Incontrai un amico, Fabrizio, un artista d'arte figurativa, dai capelli neri, ricci e lunghi, dalla barba incolta e dal fisico asciutto quanto quello di un filo d’erba. Era da solo ma, nonostante il saluto e la piccola conversazione, l’idea di affiancarci a lui non mi sfiorò affatto, non mi andava di passare l’ultima notte con Judit in compagnia di un terzo.<br />Cercavamo un posto “nostro”, chiuso al pubblico, e fu quello che trovammo più avanti, nell’ultimo vagone del treno. Contenti, ci appropriammo del giaciglio, sistemando in cima i bagagli, chiudendo la porta e la tenda, cercando di regolare l’aria condizionata e distendendo i sedili.<br />Dopo un giorno passato nel mare che divide le Isole Eolie da Milazzo, tra nuotate, corse, chiacchiere, risa, chiusura di bagagli, corse con i pattini e molto altro, eravamo spossati, con le gambe a pezzi, desiderosi di chiudere gli occhi e lasciarci incantare da Morfeo.<br />Quando il traghetto, nel quale il treno si era inabissato a Messina, giunse nella costa calabra, ci addormentammo, ma il caldo fu tanto da obbligarci a denudarci e rimanere in biancheria.<br />Ci svegliammo quando dalla finestra si intravidero gli acquedotti dell’Antica Roma, immersi in campi coltivati di colore verde, marrone, grigio e giallo che si estendevano su colline sconfinate ogni tanto spezzate da alberi, strade e cascine agricole.<br />Dopo circa trenta minuti il treno si fermò alla stazione di Roma, la più grande, la più visitata, la più conosciuta.<br />Consegnati i bagagli organizzammo una spedita incursione tra le bellezze romane, pianificando anche un pranzo e un arrivederci lento e doloroso.<br />La città era quella di sempre: il Colosseo, il Foro, l’Altare della Patria, il Tevere, San Pietro, la tristezza degli immigrati e la felicità mischiata allo stupore dei turisti.<br />A mezzogiorno ci recammo di fronte alla Fontana di Trevi. Sulla ringhiera di marco, alla sinistra delle fiere e alla destra dei turisti, ci sedemmo per consumare il pranzo, rozzi panini preparati da Judit il giorno prima. In quello stesso luogo scattammo una fotografia, forse l’unica mai scattata a Roma insieme, che mai vidi ed ebbi.<br />Come un sipario che si chiude separa gli spettatori dalla commedia, quello scatto fotografico ci separò dalla città di Roma. L’aereo che avrebbe portato Judit a Budapest sarebbe partito tra poche ore. Era necessario ritornare alla stazione, ritirare i bagagli e dirci “arrivederci amore”.<br />Accadde proprio questo. Lei prese un autobus per Ciampino, io andai per la mia strada, sbagliata perché voluta da istinti generali come da qualche anno a questa parte.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”<br />Settembre-Ottobre 2007</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-72508487116382554482008-06-09T01:51:00.003+02:002008-06-09T01:58:59.023+02:00La geografia c'entra sempre<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/geografia_sempre.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/geografia_sempre.jpg" border="0" /></a>Nel 1946 il governo degli Stati Uniti d’America acquistò dall’ancor debole Stato italiano il complesso di edifici che oggi - tra Via Vittorio Veneto, Via Boncompagni, Via Lucillo, Via Sallustiana e Via Leonida Bissolati - costituisce l’Ambasciata Generale degli Stati Uniti in Italia.<br />I suoi palazzi, i giardini, le sue mura furono in anni diversi proprietà residenziali di nobili romani, ecclesiastici d’alto rango e sabaudi di fine Ottocento. Se nel 1883 i giardini dell’antica Villa Ludovisi vennero quasi del tutto distrutti dai loro nobili proprietari per attività speculativa, negli anni Trenta del Novecento l’Ambasciata USA si trasferì a Palazzo Margherita (così chiamato perché dimora della regina omonima), mentre Benito Mussolini, proprio tra il cancello ancora intatto di Villa Ludovisi e il lato interno di Palazzo Margherita, fece costruire un edificio così massiccio da renderlo ideale per la sede nazionale dell’Istituto Nazionale Assicurazioni.<br />La somma dei perimetri dei palazzi appena citati dà come risultato approssimativo il complesso politico-strategico americano più importante d’Italia, una delle più grandi ambasciate USA al mondo, una delle più belle.<br />E’ un quartiere di Roma, una città nella città, un pezzo di politica e cultura statunitense incastonata nelle perle della storia architettonica italiana, nei ricordi di statue, mura e affreschi antichi che sempre videro, ascoltarono e vissero.<br />Espletavo il mio lavoro negli uffici del Public and Cultural Office al secondo o terzo piano (chi lo ricorda più) dell’ex sede centrale dell’INA, ma la mia collaborazione si estendeva anche ad altri uffici, soprattutto quello dell’Information Resource Center (IRC) al primo terra dello stesso palazzo.<br />Non era la mia prima esperienza in campo diplomatico ma assolutamente la prima che unificasse i miei maggiori interessi: giornalismo e diplomazia.<br />Mi sentivo tremendamente fortunato ad aver superato il colloquio e ad essere stato scelto per quell’esperienza. Superare i cancelli dell’ambasciata del paese più potente al mondo e conoscere e affiancare persone di grande umanità ed esperienza professionale costituiva per me motivo di orgoglio, confermava la direzione che anni prima avevo dato alla mia vita in vista di un impiego che doveva essere come volevo io: lingue, relazioni internazionali, politica, cultura, società, giornalismo.<br />Ammetto di credere che il mio posto sia all’aria aperta, in strada, in mare, tra le montagne, nei centri urbani, industriali, finanziari, in luoghi di conflitto tra carestia, guerra e disperazione, ma ero consapevole che la mia permanenza in ambasciata, seppur limitata in due mesi solari, avrebbe costituito un tassello fondamentale per la mia istruzione.<br />La cosa che ricordo meglio del mio primo giorno in ambasciata è uno scambio di battute avuto con il direttore dell’IRC, Giovanni G., il quale, durante un colloquio nel suo ufficio, e davanti a Sergio e Roberto che ripulivano i propri abiti dal caffé che si erano appena versati addosso, con calma e con le mani appoggiate sulla scrivania, mi disse riferendosi al mio sguardo e alle mie poche parole:<br /><em>“Di Maio lei è troppo serio per i miei gusti”.</em><br />Quella frase mi congelò, non sapevo cosa rispondere, credevo di aver mandato a puttane il mio primo giorno, ma sistematomi sulla sedia e inghiottita la saliva che quelle parole mi avevano sviluppato in bocca, guardai negli occhi il mio interlocutore, presi fiato e con un leggero sorriso dissi:<br /><em>“E’ il mio primo giorno, credo di avere più da imparare che da insegnare. Mio padre mi ha sempre detto che il modo migliore per imparare è chiudere la bocca ed aprire le orecchie facendo attenzione a tutto”.</em><br />Quella risposta non sorprese solo Giovanni, ma anche Roberto e Sergio, che con i fazzolettini sporchi di caffé si voltarono simultaneamente verso di me, e soprattutto fui io stesso a sorprendermi di quelle parole venute fuori spontaneamente.<br /><em>“Suo padre è una persona molto saggia”,</em> mi rispose Giovanni con un sorriso che mi fece capire di aver superato l’esame.<br />Un episodio che mai potrò dimenticare è del giorno successivo quando in compagnia dei miei due colleghi siciliani, di Giovanni G. e del capo dell’Ufficio Stampa, Ben D., mangiavo un hamburger in una sala per quel giorno adibita a mensa. Si parlava dello sviluppo economico della Sicilia e, in particolare, dei motivi di differenziazione economica e sociale di Catania dalla altre città e province dell’isola.<br />I miei colleghi avevano già detto la loro. Poi Giovanni chiese il mio parere. Stavo per deglutire l’hamburger quando fui scavalcato nella conversazione. Allora Giovanni, con l’accento che lo caratterizza, guardò l’interruttore e disse di aver già sentito il suo parere e che era interessato a conoscere il mio.<br />Guardai entrambi, poi svelto, senza sapere di preciso dove andare a parare, dissi che <em>“il maggiore sviluppo economico della provincia di Catania sta nelle sue caratteristiche geografiche, ovvero nella piana di Catania che ha permesso un rapido accrescimento delle infrastrutture che a loro volta hanno accelerato il processo industriale prima e dei servizi dopo”.</em><br />Credevo di aver detto una cazzata ma era l’unica cosa che mi venne in mente in quel momento, così, posando l’hamburger, gesticolando con le mani e guardando uno ad uno tutti i commensali, cercai di rafforzarla aggiungendo: <em>“Il resto della Sicilia è montuoso e collinare e ciò, unito alle interferenze dalla criminalità organizzata, ha causato forti ritardi nella costruzione di infrastrutture come autostrade, ferrovie e ponti. La provincia di Catania non ha mai avuto di questi problemi. La Piana è stata la Pianura Padana della Sicilia. L’aeroporto della città è il terzo più importante d’Italia, il porto uno tra i cinque più importanti”.</em><br /><em>“Bene”,</em> disse Giovanni introducendo un nuovo discorso. Credo ancora di averli convinti: la geografia c’entra sempre.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”</strong><br /><div><strong>Gennaio-Febbraio 2008</strong></div>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-19323210765911255582008-05-24T20:03:00.002+02:002008-05-24T20:06:41.746+02:00In cammino per l'Ambasciata<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/cammino_ambasciata.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/cammino_ambasciata.jpg" border="0" /></a>La mattina mi svegliavo presto per il timore di arrivare tardi in Ambasciata. Mi lavavo e vestivo ponendo molta cura ad occhi, capelli, cravatta e al contenuto della borsa in pelle che mi portavo appresso.<br />Partire presto era diventato quasi un piacere, ero fiero di me stesso: per la prima volta riuscivo a svegliarmi presto senza essere esageratamente addormentato, riuscendo addirittura a salutare chi mi salutava e sorridere quando capitava.<br />Lasciato l’appartamento m’incamminavo sempre per la stazione metropolitana di San Maria del Soccorso, alle volte riuscivo a prendere anche la navetta che raccoglie i pendolari del quartiere per portarli alla stazione. Durante quelle mattine il sole rimaneva basso, spesso coperto dagli edifici del quartiere, l’aria fresca, anche se ogni tanto pioveva, ed il vento, gelido e duro, ossidava le mie mani, soprattutto quella con cui tenevo la borsa.<br />Svoltando il primo angolo vedevo il fruttivendolo impegnato a posizionare la frutta sui banconi esterni del negozio. Sembrava farlo senza voglia, automaticamente, come obbligato da quella vita che qualcuno gli aveva regalato o che lui aveva costruito, e lo faceva all’ombra di due grandi supermercati, a quell’ora sempre chiusi.<br />I pensionati aspettavano il bus con il giornale aperto mentre le puttane di strada tornavano alle loro case con vestiti succinti e sguardi stanchi e persi nel vuoto.<br />Quel quartiere era abbandonato a se stesso. I suoi edifici mi ricordavano quelli sovietici tante volte visti in Ungheria. Erano dei parallelepipedi prefabbricati costruiti per i meno fortunati da quello stato sociale che dopo la Seconda Guerra Mondiale, e fino agli anni ottanta, trovava democristiani, comunisti e socialisti lavorare insieme per dare una casa a tutti.<br />Probabilmente un tempo in quel quartiere non mancava nulla. Fatiscenti insegne indicavano vecchi centri operai, biblioteche, piscine e negozi oramai chiusi. Vedevo entrare ed uscire persone solamente da un’edicola e da uno sport bar in cui gente con piercing e tatuaggi leggeva la Gazzetta dello Sport alternandola ad una birra e ai videogiochi.<br />All’edicola della metropolitana acquistavo il Corriere della Sera, a mio parere il miglior quotidiano italiano per contenuti e grafica, poi, prima di passare i tornelli e cercare spazio in un treno affollato, rifiutavo il giornale gratuito che persone in un giubbino arancione distribuivano ogni mattina.<br />Sul treno ogni tanto riuscivo ad appoggiare la schiena alla parete, allora aprivo la borsa e preso il libro della settimana lo leggevo per almeno venti pagine, fino a quando una voce stonata e vibrante annunciava l’arrivo alla fermata di Termini.<br />Il treno si svuotava ma non lo vedevo mai riempirsi perché appena uscito mi ritrovavo già alle scale e poi sul corridoio cercando di arrivare alla banchina metropolitana in cui avrei preso il treno per Barberini. Spesso la banchina era già affollata e alcune volte mi toccava aspettare il treno successivo ma in quei casi sapevo cosa fare: leggere almeno due o tre pagine in più del libro che continuavo ad avere in mano, segnato da quel segnalibro – un bracciale peruviano di tela piatta e multicolore regalatomi da Carla tanti anni fa - senza il quale non potrei leggere alcun altro volume.<br />L’alta scala mobile della fermata Barberini che dà sulla strada mi permetteva di risistemare il libro e il biglietto della metro in cartella, prendere il pass fornitomi dall’ambasciata e sistemarmi prima di arrivare all’ingresso dell’Ambasciata, a pochi metri dalla piazza con la fontana da cui ha inizio la famosa Via Veneto.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”</strong><br /><strong>Gennaio-Febbraio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-60336662316354216792008-05-20T15:12:00.002+02:002008-05-20T15:25:20.813+02:00Giovane donna, elegante, discreta, bella<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/giovane_donna.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/giovane_donna.jpg" border="0" /></a>Quando un terremoto scuote la Terra o un uragano ne ripulisce l’involucro, prima di prestare soccorso ai feriti e raccogliere gli eventuali cadaveri si è soliti riflettere su quello che è successo, fare una stima dei danni e delle forze su cui si può contare per ripartire da zero.<br />Il terremoto è passato, l’uragano ne ha ripulito i detriti ed io ho già pensato, riflettuto, soccorso il ferito e accantonato il morto, rispettivamente me stesso e una storia d’amore.<br />Questo periodo mi ha lasciato delle cicatrici: alcune temporanee, come l’apatia verso i doveri del lavoro e dello studio, altre permanenti, come i bei ricordi dei momenti passati insieme alla bella donna d’Ungheria.<br />In questo breve e difficile lasso di tempo che separa il 13 Maggio dalla data odierna, ho avuto modo di rincontrare amici, organizzare serate con gruppi di colleghi che non vedevo da tempo, brindare alle amicizie di un tempo, conoscere nuove persone e avvicinarmi a donne a cui ero sempre stato interessato ma che non avevo mai incontrato al di fuori degli ambienti universitari o di lavoro.<br />Mi piacerebbe parlare delle mie recenti esperienze di lavoro, dei miei viaggi in Italia e Stati Uniti, di tutte quelle persone che ho conosciuto svolgendo la bellissima professione di reporter all’estero tra lingue, facce e modi diversi. Mi piacerebbe davvero e dovrei farlo, ma non è questo ciò di cui sento di dover scrivere adesso.<br />Sento di dover parlare di lei, di una giovane donna calabrese conosciuta tanti mesi fa in condizioni di completa confusione ambientale e interna. Non posso dire di conoscerla bene ma mi sento totalmente attratto da lei, da quel suo volto dolce e ornato, dagli occhi grandi e profondi, dal suo sorriso, dai suoi modi gentili e alcune volte incerti. Mi affascina come la lucentezza dei colori appena fabbricati può abbagliare il pittore del Rinascimento.<br />La sua bellezza è intrinseca alla purezza d’animo che sono certo si porta dentro, alla semplice regalità dei suoi movimenti, delle sue vesti che le disegnano il corpo come una ricca composizione di tesori da scoprire.<br />Probabilmente esagero, ci sono uscito una sola volta, eppure come spiegare il fatto che sento ancora i suoi profumi e le sue risa intonate? Guardavo con interesse questa bella ragazza di ventuno anni quando entrambi eravamo legati a persone diverse: io a ciò che oggi è passato, lei ad un ragazzo di cui non conosco nemmeno volto e nome.<br />Spero rincontrarla presto e magari dirle cose che al momento voglio permettermi solo qui, tra queste righe e nei miei pensieri. Non la considero un soccorso da utilizzare e lasciare andare via, ma una giovane donna che mi suscita emozioni da quel primo e lontano giorno del 2006 quando in una calda aula universitaria la conobbi insieme ad una sua amica.<br />Non so cosa mi aspetterà ma, come sa chi mi conosce, per me il passato è passato e non permetterò che si ripresenti nella mia vita.<br />Adesso vedo solo lei, una giovane donna dell’altro lato del mare, elegante, discreta, bella.Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-20178716450917567182008-05-13T22:27:00.006+02:002008-08-01T02:18:18.870+02:00Oggi, qui, senza di lei<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/oggi_qui_senza_lei.jpg"><img style="margin: 0px auto 10px; display: block; width: 400px; text-align: center;" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/oggi_qui_senza_lei.jpg" border="0" /></a>Oggi è il 13 Maggio 2008, un giorno come un altro per alcuni, indimenticabile per me e probabilmente anche per un'altra persona.<br />Con esso si conclude una storia d'amore durata meno di un anno, una relazione capace di farmi capire chi sono e in che modo mi relaziono con il sesso femminile, cosa ho capito delle donne e cosa ancora mi resta da capire, quanto e come le comprendo e quanto e come mi lascio da loro comprendere, cosa desidero e la maniera come desidero.<br />Probabilmente questa storia d'amore, inziata tra la notte del 19 e 20 Agosto 2007 e finita pochi istanti fa, era già terminata da qualche settimana e si è trascinata o è stata trascinata fino a qui per avere una data ufficiale da ricordare.<br />La fine di questa storia ha portato con sè l'odore di zolfo che questa mattina i venti di sud-est hanno spinto fino a casa mia dall'Etna in eruzione.<br />Ricordo tutte le strade in cui sono stato con Lei, ricordo tutti i dettagli, momenti, parole, azioni, baci, sguardi, conversazioni, luoghi. Tutto questo per arrivare a oggi, qui, senza di lei.Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-16166097618268940092008-05-08T05:54:00.011+02:002008-05-08T06:14:12.501+02:00I mille profeti si riuniscono sempre a Roma<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/roma2008_01.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/roma2008_01.jpg" border="0" /></a>Poco prima dell’esordio in Ambasciata, dalla Sicilia venne a trovarmi mio padre. Mi portò vestiti e oggetti che, inutili in Europa centro-orientale, mi sarebbero serviti a Roma. Venne in aereo ma ci ritrovammo alla stazione Termini, dove mi disse: <em>“con questo giaccone, questa sciarpa e questa coppola ti trovo invecchiato”.</em><br />Andammo a casa per lasciarci le valigie e incontrare una sua vecchia amica d’infanzia, la padrona della casa a Santa Maria del Soccorso dove sarei stato per i due mesi successivi: Giacomina, in arte Gemma.<br />L’atmosfera che respirai in quei momenti fu lieta, non solo perché ebbi modo di camminare con mio padre per le strade di Roma (cosa che non facevo da quando ero ancora un quasi adolescente), ma anche perché ebbi la possibilità di assistere all’incontro di due persone – mio padre e Gemma - che si ricordavano ancora con i capelli neri e senza rughe in volto.<br />Mio padre rimase a Roma per tre giorni, giusto il tempo per godersi da turista la città una volta capitale del mondo, invitarmi a mangiare al ristorante un paio di volte, visitare qualche museo e assistere all’Angelus del Papa.<br /><em>“Credi sia veramente lui alla finestra?”</em>, gli domandai con il naso in su in direzione di un individuo vestito di bianco affacciato ad una finestra su Piazza San Pietro.<br /><em>“E’ talmente piccolo che potrebbe essere chiunque”</em>, rispose mio padre sorridendo.<br />Turisti e fedeli fotografavano il Papa, io e mio padre ascoltavamo e ogni tanto ci guardavamo perplessi. Forse la pensavamo allo stesso modo?<br />Quando iniziò a piovere, la gente si rifugiò sotto il colonnato ed il Papa, da solo alla finestra, continuò a parlare, a fare il suo Angelus, mentre io e mio padre andammo a mangiare dell’ottima pasta all’uovo.<br />Quel giorno lo passai interamente con lui, camminando per le belle piazze e chiese di Roma, guardando il Colosseo come fosse stata la prima volta, parlando di storia e religione. Quel giorno fu un bel giorno di Gennaio che ricorderò certamente per molti anni.<br />Quando mio padre ripartì alla volta della Sicilia mi sentivo pronto per il mio primo giorno in Ambasciata. I capelli li avevo tagliati, i vestiti stirati, le scarpe lucidate e soprattutto avevo terminato di leggere tutti i libri sugli Stati Uniti che la mia piccola libreria personale disponeva.<br />Quel giorno arrivò. Alle nove della mattina avevo già superato i controlli dei marines e incontrato Roberto e Sergio, due studenti di Messina che mi avrebbero accompagnato in questa esperienza.<br />Li conoscevo appena ed ero pronto a legarmi a loro ma, almeno per i primi giorni, non fu così. Invece di avvicinarci ci allontanammo a causa di diffidenze e competizioni. Alcune volte mi sentivo aggredito, mi dava enormemente fastidio venire sgominato da altri quando ero io ad essere stato interpellato. Mi venivano rivolte delle domande e c’era chi era pronto a rispondere per me, come fosse un tutore, o di dire per telefono <em>“si, adesso te lo mando”</em>, riferendosi a me come fossi un dipendente di terz’ordine.<br />Anche quando si camminava per l’Ambasciata in compagnia di altri dipendenti, con il dolore al tendine d’Achille e al ginocchio destro faticavo a stare al loro passo e spesso mi trovavo alle loro spalle mentre loro discutevano di argomenti che riuscivo a sentire solo parzialmente.<br />Mentre il tendine guariva progressivamente cercai di uscire dalle loro ombre lavorando il più possibile e cercando ottimi risultati lavorativi. Ci riuscì talmente bene da comportarmi proprio come, ai miei occhi, si erano comportati loro con me.<br />Quello fu il momento in cui, riuniti tutti e tre in una stanza da briefing, ci chiarimmo. Fu un grande giorno, importante non solo perché ci trasformò in una compatta squadra di singoli cooperanti, ma soprattutto perché ci avviò ad una sincera amicizia che dura ancora adesso. Quel giorno ci aiutò a crescere, a capire di dover essere chiari e onesti sempre, con tutti.<br />Voglio molto bene a Roberto e Sergio, li considero due cari ragazzi, due ottimi giornalisti, sensibili e allegri e con un numero di difetti pari al mio. Quando penso a loro non posso fare a meno di ricordare i bei giorni in Ambasciata, dove tra una notizia e l’altra, un cornetto e un’insalata, una traduzione e trascrizione, ridevamo e scherzavamo, ci prendevamo in giro sentendoci più vicini a Dio, fieri di camminare in giacca, camicia e cravatta e con quel pass da intern attaccato al collo.<br />Ogni tanto si usciva insieme per bere qualcosa, disturbare le turiste straniere, mangiare qualcosa e parlare dei colleghi dell’IRC, dell’Ufficio Stampa e di quello Culturale. Si discuteva di donne, americane e non, del servizio di sicurezza, della migliore pizza della zona, dei migliori giornali d’Italia e infine di noi tre, delle idee, dei sogni, dei problemi di noi semplici, giovani ragazzi di quella che ho sempre definito la provincia della provincia della provincia d’Europa: Messina.<br />Gennaio 2008 passò così, tra lavori in Ambasciata, amici scoperti e abbracciati, esperienze nuove e illuminanti, serate in compagnia di persone vive e vegete e altre in cui, su di un piccolo letto di uno striminzito appartamento popolare a Santa Maria del Soccorso, mi ritrovavo con Robinson Crusoe e Gulliver.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”</strong><br /><strong>Gennaio-Febbraio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-3559098159732741822008-04-10T07:51:00.002+02:002008-04-10T07:54:45.417+02:00A Roma in compagnia di Tex<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/compagnia_tex.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/compagnia_tex.jpg" border="0" /></a>Era la mattina del 9 Gennaio 2008, mi trovavo alla Stazione Ferroviaria di Roma Termini ed ero appena giunto da Budapest con un volo diretto della WizzAir, una compagnia low cost ungaro-slovacca.<br />Ero a Roma per un tirocinio all’Ufficio Stampa dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma che avrei iniziato dopo un periodo di cinque giorni di adattamento e riposo con cui speravo di rimettermi dai dolori al tendine d’Achille continuamente accusati nel piede destro.<br />Ancora addormentato per le poche ore di sonno sfruttate durante la notte precedente, avrei dovuto aspettare tutta la mattinata in stazione fino a quando la padrona della casa dove avrei risieduto per i due mesi dell’intership, fosse tornata a casa dal lavoro. Solo allora mi sarebbe stato possibile riposare serenamente, senza preoccuparmi, come accadeva in stazione, di tenere vicino tutti i miei oggetti per paura che me li rubassero se mi fossi addormentato.<br />Per un po’ dormii accovacciato su di una poltrona nera posta nell’ultima sala della sala d’aspetto della stazione e circondato dalle mie valigie. Poi, maledetto il dolore al collo causato dalla posizione, decisi di leggere qualcosa. I libri che mi ero portato erano dentro una grande valigia chiusa in tutta fretta la notte prima, e non mi andava di prenderli, così decisi di leggere un fumetto, il primo fumetto della mia vita.<br />Andai ad un’edicola della stazione e dopo un’attenta occhiata scelsi e pagai <em>“Springfield Calibro 58”</em>, il 441mo episodio di <em>“Tex”,</em> il fumetto preferito di un caro amico, quello con la copertina più bella tra tutti quelli esposti in edicola in quel momento, quello più economico. Sembrava il fumetto giusto.<br />Tornai alla sala d’aspetto, nella stessa poltrona di prima. Posizionai le valigie in modo da avere tutto sottocontrollo e osservai bene la copertina del fumetto. Era lucida, ben fatta, colorata, molto attraete, con un indiano che sembra colpire a morte con un coltello, proprio come un congiurato, un bianco a cavallo dai jeans blu, la camicia gialla e il cappello da cowboy, Tex.<br />Lo lessi tutto d’un fiato in circa un’ora. Ammetto che quel fumetto non mi lasciò nulla, era stata una semplice lettura per far passare il tempo, ma la mattinata era ancora lunga e cosa avrei fatto? Decisi di comprare un nuovo fumetto, sempre di Tex, <em>“magari”</em> – pensavo – <em>"se si leggessero più episodi sarebbe più facile comprenderne alcune sfaccettature di valenza psicologica ma anche sociale, culturale e politica".</em><br />Comprai l’episodio numero 257, intitolato <em>“La pista nel cielo”.</em> Alla copertina mancava la lucentezza della prima ed il prezzo era ancora espresso in lire. Vi era raffigurata una piccola stazione ferroviaria colma di bandiere a stelle e strisce e un Tex in soliti abiti blu e gialli dopo aver sferrato un cazzotto ad un altro bianco vestito a mo’ di banchiere.<br />Anche questa volta la lettura fu veloce e priva di soddisfazione. Quando terminai di leggerlo si era quasi fatta l’ora di andare a Santa Maria del Soccorso per incontrare la proprietaria dell’appartamento dovrei sarei dovuto rimanere per due mesi.<br />L’occasione di prendere le valigie e andare me la diede un italiano appena tornato da Israele che parlava in continuazione e a voce alta al telefono informando amici e parenti del suo ritorno da Tel Aviv.<br />Quando terminò di parlare e si apprestò ad aprire il giornale sollevò lo sguardo puntandolo verso un borsone lasciato da qualcuno a pochi metri da me, alla mia destra. Rivolgendosi a me e poi a tutti i presenti chiese di chi fosse quel borsone. Non era di nessuno dei presenti, così esclamò <em>“Iniziamo bene! Chiamiamo le forze armate!”</em><br />Si alzò e andò a chiamare la polizia ferroviaria. Nell’attesa del loro arrivo tornai sulle sue parole: <em>“chiamiamo le forze armate”</em> e riflettei sui motivi che possano aver spinto un italiano, probabilmente di religione o origine ebrea, appena tornato da Israele, terra di fuoco e sangue.<br />Le forze dell’ordine erano propense ad aprire il borsone. Io, certo che non si trattasse di bomba ma altrettanto certo che non valesse rischiare, decisi di allontanarmi dalla sala d’aspetto e incamminarmi per Santa Maria del Soccorso. Iniziava così il mio soggiorno romano.<br /><br /><strong>Tratto da “Diario di un soggiorno romano”<br />Gennaio-Febbraio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-988731871265314852008-04-10T07:31:00.002+02:002008-04-10T07:48:25.442+02:00Ultimi giorni a Budapest, i primi del 2008<p align="center"><object width="320" height="266" class="BLOG_video_class" id="BLOG_video-4ecc6110abd39ad4" classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="movie" value="http://www.blogger.com/img/videoplayer.swf?videoUrl=http%3A%2F%2Fvp.video.google.com%2Fvideodownload%3Fversion%3D0%26secureurl%3DqgAAAPCZD0ddCGBZjZs6HcCGJYd028WAV5ZDaQiqRIh4MphyyTNQxnKSibJ3YZR05bTcAfAc4_yZ64JKRATPPiqvtb1cOCa6yIYAcNDEgI20p_rVCRYxvvBlxBQ_8Tmb8M2M8xwVYMhftHBBoZNKARPe50DnCAULBU-P1ulanrZUqjnEB9sajfDUyIIZxhDELqChaK_-LkLaEV6w1KWCL7Xo7iLonFmgquHvuA-NPpJp-Xzw%26sigh%3DuO3XZjvk1rQMQiLQfDgS1FtmwTs%26begin%3D0%26len%3D86400000%26docid%3D0&nogvlm=1&thumbnailUrl=http%3A%2F%2Fvideo.google.com%2FThumbnailServer2%3Fapp%3Dblogger%26contentid%3D4ecc6110abd39ad4%26offsetms%3D5000%26itag%3Dw320%26sigh%3DehbmorOrjIor9QjOv3ML9-Z6oUA&messagesUrl=video.google.com%2FFlashUiStrings.xlb%3Fframe%3Dflashstrings%26hl%3Den">
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</p><p align="left">Gli ultimi giorni a Budapest nei primi giorni del 2008 passarono tra risvegli causati dalla luce riflessa dalla neve alla finestra, passeggiate e viaggi in macchina verso luoghi urbani ed extraurbani, pesanti e buonissimi pranzi e cene a base di carni rosse ed incontri con vecchi amici.<br />Quei giorni passarono tanto rapidamente da non permettermi di prendere sempre appunti su quello che alcune settimane prima, nel momento dell’organizzazione del viaggio, definii <em>“Il viaggio dei confini orientali”.</em> Era la prima volta che mi succedeva: viaggiare, conoscere, incontrare senza prendere appunti sul taccuino d’ordinanza, un lavoro notturno che però non riuscivo a fare per la c.d. <em>“regola dell’ordine delle cose”.</em><br />Il giorno in cui avrei dovuto tornare in Italia si avvicinava inesorabile ma nonostante tutto non ero triste: avevo visitato tre paesi centro-europei, di cui due mai visitati prima, varcato per la prima volta dei confini veri e propri, ampliato le mie conoscenze politico-economiche e socio-culturali sull’Ungheria e rivisto Juditka. Infine, sapevo che dopo meno di un mese avrei rivisto Judit e che a Roma una grande esperienza lavorativa mi aspettava in uno dei posti in cui fino a qualche mese prima meno mi aspettavo di essere chiamato a lavorare: l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma.<br />In quei giorni in Ungheria cercai di fare più cose possibili, di vedere luoghi sentiti solo per nome o letti nei libri, fare dei reportages, incontrare persone sconosciute e consolidare il rapporto d’amicizia con quelle già note e costruirmi una memoria il più possibilmente solida sulla mia esperienza con Judit.<br />Tranne il viaggio in Serbia riuscii a fare tutto. Come dimenticare le serate a casa di Karcsi con suo fratello Milán, la mia Judit e la brava Brigitte, mangiando squisiti tipici piatti ungheresi cucinati dal padrone di casa e ridendo come matti sulla qualsiasi? E l’interessante intervista fatta a Milán Kopasz di fronte ad una calda tazza di tè? La mia prima guida fuori dai confini italiani? Le conversazioni su temi storico-politici con il padre di Judit, Attila? E che dire poi della notte in cui lottando contro la fitta nebbia della notte di Budapest perdemmo varie ore viaggiando in macchina alla ricerca di un indirizzo sul lato di Buda? E la scoperta delle scarpe di metallo coperte di neve sul Pest side del Danubio, proprio accanto al Parlamento, in ricordo degli ebrei uccisi in quel luogo dai nazisti?<br />Semplicemente impossibile da dimenticare, proprio come il freddo pungente che in quei giorni sembrava portare gli arti in cancrena. Quei giorni, gli ultimi a Budapest ed i primi del nuovo anno, si conclusero alle quattro di notte tra la neve dell’<em>Üllői út</em>, con un forte abbraccio tra me e Judit. Il taxi mi aspettava, era ora di andare.</p><p align="left"><strong>Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"</strong></p><p align="left"><strong>Dicembre 2007-Gennaio 2008</strong></p>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-18175805327443800792008-04-10T04:59:00.008+02:002008-04-11T00:23:01.923+02:00Hallgatásaim szent idején<div align="left"><a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/bridge_estergom_sturovo.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/bridge_estergom_sturovo.jpg" border="0" /></a>La seconda volta che andai <em>all'Ecseri Piac</em>, il mercatino delle pulci della capitale ungherese, visitai banconi che la volta prima non avevo visitato. In uno di questi mi soffermai casualmente su di un album di fotografie appartenuto a qualche famiglia oramai scomparsa.<br />L’album era fatto da pagine polverose in cartoncino nero, alle quali erano attaccate le foto, tutte esclusivamente in bianco e nero e color seppia. Sfogliandole riuscivo a sentire la polvere incastonarsi tra le dune delle mie impronte digitali e sotto le unghie.<br />La prima foto e l’unica che attirò seriamente la mia attenzione fu la prima, quella di un uomo sui sessanta anni, dai capelli corti e in ritirata, dagli occhiali da vista con montatura nera (alla <em>Fidel Castro</em> o <em>Henry Kissinger</em>) e vestito elegantemente con cravatta e soprabito.<br />Nella foto è poggiato ad un parapetto, davanti l’affascinante vista di un fiume, di un ponte distrutto e di una terra con una ciminiera industriale in bella mostra e dei palazzi rettangolari più o meno simili tra di loro e posizionati a schiera.<br />La forma del ponte distrutto e quella del grande fiume, la ciminiera e i palazzi nello sfondo mi fecero riconoscere immediatamente il luogo. Si trattava del confine naturale e fluviale tra l’Ungheria e la Slovacchia: il parapetto è quello del castello di <em>Esztergom</em>, mentre il ponte quello tra <em>Esztergom</em> e <em>Sturovo</em>, la piccola cittadina slovacca che si vede nello sfondo della fotografia.<br />Il ponte, lungo cinquecento metri e chiamato <em>Marie Valerie Bridge</em> in onore dell’Arciduchessa <em>d’Austria Marie Valerie</em>, fu costruito nel 1895 per mano dell’ingegnere <em>János Feketeházy</em> e distrutto due volte: nel 1919 a causa di un’esplosione fortuita che ne ha fatto collassare alcune parti e nel 1944 quando fu completamente distrutto dalle truppe tedesche per far ritardare l’arrivo dei Sovietici e interrompere la navigazione nel Danubio. Ricostruito con la forma dell’originale, il ponte fu finalmente inaugurato l’11 Ottobre del 2001.<br />Nella bottega, mentre Judit discuteva con il venditore il prezzo di un porta Bibbia in legno, io rimanevo affascinato dalla foto non solo perché con essa era possibile vedere le condizioni in cui versava il ponte – da me attraversato nell’Agosto 2007 per raggiungere Sturovo - prima della sua ricostruzione, ma anche perché mi piacque molto la serietà e compostezza del uomo davanti ad una vittima di guerra.<br />Sulla pagina album della foto, l’uomo incollò un foglio giallastro su cui aveva precedentemente battuto a macchina una propria poesia, intitolata <em>“Hallgatásaim szent idején”, </em>firmata Mészáros János e qui sotto trascritta.</div><div align="center"><br /><strong>Hallgatásaim szent idején</strong><br /><span style="font-size:85%;"><br /><span style="font-size:100%;">Csend! Dallam zeng szivemben, hallgatom.<br />Hányszor hittétek? Nincs is több dalom.<br />De vágya lángján izzó bódulatban daltdalra,<br />én épp akkor álmodom.<br /><br />Mint ha távol szállnának felettem,<br />csodásan zengó vándormadarak, s a dal-dalra<br />suhan el, a titokzatos végtelenben.<br />Csak lesem-figyelem a dalt, mélá hallgatag.<br /><br />De semmi szó!Csak hang, csak tiszta dallam.<br />Titokban suhan át agyamon szivembe s úgy<br />ad vissa magamat magamnak az a tiszta dal,<br />mely szivemben zeng.<br /><br />Hallgatásaim szent idején. Csend! </span><br /><br /><strong>(Mészáros János)</strong> </span></div><div align="left"><br /><strong>Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"</strong><br /><strong>Dicembre 2007-Gennaio 2008</strong></div>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-45512105004191406172008-04-08T14:13:00.002+02:002008-04-08T14:23:11.744+02:00Ritorno a Dunaújváros<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/dunaujvaros_socialism.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/dunaujvaros_socialism.jpg" border="0" /></a>L’idea era quella di tornare a <em>Dunaújváros</em> e rimanerci un giorno, giusto il tempo per assistere all’incrocio tra il gelido freddo invernale e la rigidezza della struttura della città. Ero convinto che il risultato sarebbe stato diverso da quello ottenuto l’autunno prima, quando le foglie rendevano triste la città dell’acciaio. La neve l’avrebbe resa sterile.<br />Quella città, centrale geograficamente e nella storia - in quanto prima città “sovietica” dell’Ungheria socialista – rivestiva ai miei occhi il primo contatto con un mondo sepolto vivo dagli eventi ma ancora attivo in molti paesi più ad est. La combinazione tra neve, freddo, Danubio, industrie pesanti, casermoni abitativi prefabbricati e grigi, luoghi ricreativi e di cultura ancora definiti “del popolo”, rappresentava per me lo stereotipo di una città sovietica, di un tipo di città regolata e pulita, egalitaria e ben organizzata perchè ottenuta con il terrore e il sacrificio di generazioni.<br />Ci andai in auto, molto lentamente per evitare di scivolare sul ghiaccio della strada e per osservare meglio il paesaggio. Albergai in un piccolissimo appartamento sulla <em>Barátság Út</em>, la Via dell’Amicizia. Era della nonna di Judit, una vecchia signora pronta in qualsiasi circostanza a parlare e non ascoltare, ad offrire qualcosa da mangiare e a riportare alla memoria il marito da poco scomparso.<br />Il palazzo era un piccolo edificio di architettura socialista, poco distante dalla riva del Danubio e con un citofono completamente arrugginito e non funzionante. Ospitava sedici famiglie, quattro per ognuno dei suoi quattro piani, ed era uguale ad altri venti edifici disposti a schiera uno dopo l’altro.<br />L’arredamento dell’appartamento era vecchio ma in ottime condizioni. Esso era il mobilio casalingo degli ungheresi del boom economico avvenuto in epoca socialista dopo la Rivoluzione del 1956. Lo capii davvero quando la nonna di Judit mi mostrò un semplice apribottiglie in metallo che al suo interno recava la scritta “8 Forints” a significare che quel oggetto era stato prodotto dal popolo e come tale venduto sempre e ovunque allo stesso prezzo: 8 fiorini ungheresi, “ad un prezzo popolare” direbbero alcuni in Italia.<br />Se l’idea era quella di rimanere un giorno a Dunaújváros per poi affittare una macchina e andare verso sud fino ad oltrepassare il confine con la Serbia e giungere a <em>Subotica</em>, la realtà si dimostrò ben diversa. I dolori al tendine d’Achille e la bassissima temperatura (-15°C) mi impedirono di realizzare l’idea del viaggio verso sud e fui costretto a rimanere nell’ex città di Stalin per ben due notti e tre giorni, durante i quali visitai il porto industriale, la banchina del Danubio, il cinema, l’ospedale, il teatro, il centro sportivo, il Luna Park, le scuole della città, la stazione centrale degli autobus, i viali affiancati da enormi palazzi rettangolari, il lago ghiacciato della città ed il suo miglior ristorante.<br />Tutto era opaco ed affascinante. Camminavo nella storia, in quella linea temporale di cui nessun libro di storia è privo. A Dunaújváros mi sentivo come si sente l’amante della Storia per la prima volta al Colosseo o al Foro Romano. Mi accorsi quanto l’intera città ruoti attorno all’industria pesante, alla gigantesca Dunaferr: in cambio del lavoro venivano garantiti abitazione, istruzione, sport, divertimento, cultura e un’ordinata struttura cittadina.<br /><em>“Si viveva bene, avevamo tutto il necessario e soprattutto la sensazione che il futuro ci avrebbe riservato solo cose positive”</em>, mi disse una signora di settantadue anni. <em>“Oggi, invece”</em> – continuò – <em>“potremmo avere molto di più ma non possiamo permettercelo e non sappiamo nemmeno se avremo un futuro”</em> .<br /><em>“Quelli furono anni di sicurezza materiale, certamente!”</em> - aggiunse una signora che accompagnava la prima - <em>“ma ci mancava la libertà, che adesso abbiamo”.</em><br />Dunaújváros era completamente sotto la neve. Dalle ciminiere della grande fabbrica usciva un fumo bianco e denso per via del freddo. Il Luna Park era come abbandonato, mentre le granitiche statue d’acciaio erano vestite di bianco sulle spalle e sui berretti.<br />Passando dalla parte nuova e socialista della città a quella vecchia, Dunapentele, vidi file di altissimi palazzi prefabbricati completamente uguali tra di loro e recentemente pitturati dai colori sgargianti. Tra di loro la prima, recente e unica chiesa della città ed il McDonald’s aperto da qualche anno e con la stessa struttura di tutti i McDonald’s del mondo.<br />A Dunapentele non vidi palazzi, solo piccole villette unifamiliari con il tetto a spiovente e le mura pesanti sopravvissute alla barbarie edilizia socialista.<br />Quei giorni furono freddi ed emozionanti, tali da convincermi che in quella città non manchi assolutamente nulla, nemmeno l’evidenza delle forzature politico-economiche e socio-culturali degli anni passati.<br /><br /><strong>Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"</strong><br /><strong>Dicembre 2007-Gennaio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-8519281422316449632008-04-07T14:57:00.004+02:002008-04-08T14:21:53.543+02:00L'Era scivolata dalla Storia a l’Ecseri Piac<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/ecseri_piac.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/ecseri_piac.jpg" border="0" /></a>Le coordinate GPS sono 47.4382 e 19.141, ma quel giorno, freddo e leggermente animato da un sole limpido e troppo piccolo per farsi sentire dalla pelle del viso, non avevo non solo le coordinate e il GPS, che tra l’altro non ho mai avuto e utilizzato, ma nemmeno una mappa o un indirizzo preciso e accertato.<br />Spinto dalla passione per il “vecchio” e dal positivo resoconto sulle cianfrusaglie del luogo esternatomi qualche giorno prima da Maika, ero stato colto dalla voglia di andare a visitare l’<em>Ecseri Piac</em> di Budapest, il mercatino delle pulci della capitale ungherese, secondo alcuni, dopo quello di Lubiana, il più affascinante dell’Europa ad est dell’ex cortina di ferro.<br />Ci andai con Judit non solo perché non avendo un indirizzo e una mappa mi sarebbe risultato impossibile chiedere ai passanti informazioni in ungherese su come raggiungere il luogo desiderato, ma soprattutto perché si era sempre più rivelata un’ottima compagna di viaggio.<br />Per arrivarci da <em>Nagyvàrad Tér</em>, luogo di partenza tra <em>Üllői út</em> e <em>Haller Utca</em>, fu necessario prendere due volte la metropolitana, due tram, un autobus, chiedere informazioni a circa trenta persone, assistere ad un controllo di biglietti andato a finire male e prendere due tè caldi per resistere alle pugnalate di un freddo metallico ed affilato.<br />Una volta arrivati misi le mani dappertutto, toccai, girai e rigirai ogni oggetto, ogni cianfrusaglia, ogni rigurgito storico in cerca di qualcosa che fosse economica ed eccezionale al contempo.<br />Judit si domandava come quei resti di storia potessero affascinarmi così tanto da farmi spendere preziosi Euro, cospicui Forints e intieri pezzi di orologio, di giornata.<br />Le bancarelle erano molte, più di duecento. Vi erano esposti mobili, quadri di ogni tipo, antichissime macchine da cucire, statue austro-ungariche e del periodo socialista, oggetti kitsch, televisioni del tempo del boom economico di Kádár, strumenti musicali, monete, banconote, spille, cartoline, lettere, album fotografici di vecchie famiglie estinte, armi e uniformi della Seconda Guerra Mondiale.<br />Tutto era così meravigliosamente ricco e triste. Sembrava un’era scivolata direttamente dalla Storia ai tavoli di quelle bancarelle. Se mi aspettavo le statue di Lenin, quelle di Kádár, gli oggetti comuni del periodo socialista e tutti gli altri oggetti facilmente reperibili in qualsiasi mercato delle pulci, non potevo certo aspettarmi di trovare i dischi in vinile di cantautori italiani degli anni settanta e ottanta, i timbri nazisti per ebrei e le armi sovietiche e naziste – dalla pistola al Bazuka passando dalla bomba a mano, dal mortaio e dagli elmetti bucati da pallottole che uccisero giovani della mia età. Eppure era tutto lì, davanti a me. Avrei voluto comprare tutto, non perché io sia un nostalgico di quei regimi di terrore e morte - non lo sono assolutamente - ma perché amo la storia e tutto ciò che è ad essa legata.<br />Mentre mercanteggiavo una moneta romana con una signora asiatica ad una bancarella di fronte l’ingresso del mercato, fui interrotto da un uomo vestito in nero con una lunga giacca di pelle, un cappello e dei pantaloni stretti. Era magro e alto, dal viso stretto e acuto, forse un ungherese, di certo un Europeo dell’est. Dalla giacca egli uscì un mazzo di banconote dal quale potei notare con chiarezza vari pezzi da cento euro, dollari americani e Forints ungheresi. Mostrò un elmetto forato appartenuto ad un nazista, una maschera a gas ed una pistola nera e dalla canna leggera. La signora parlò in ungherese, poi in inglese. L’uomo annuì e pagò con 450 €.<br />Quella rapida e pesante transazione mi aveva sbalordito, imbarazzato. Cosa potevano valere la mia offerta di fronte a quanto avevo appena assistito? Decisi di non mollare e di ottenere quanto desiderato al minor prezzo possibile. Ci riuscii soprattutto grazie a Judit, che tradusse dall’inglese all’ungherese le mie sempre più basse offerte.<br />Da quel primo bancone storico – o di pezzi arrugginiti, a seconda delle interpretazioni di ognuno – visitammo altre bancarelle, ma il freddo si fece insopportabile per entrambi: il corpo doleva come martellato da quella temperatura di molto lontana ed inferiore allo zero. Decidemmo di abbandonare il campo e tornare un’altra volta.<br /><br /><strong>Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"<br />Dicembre 2007-Gennaio 2008</strong>Alessandro Di Maiohttp://www.blogger.com/profile/08186772738251185247laspecula@gmail.comtag:blogger.com,1999:blog-1084368147092012624.post-62482152166256567192008-03-24T03:52:00.002+01:002008-03-24T04:00:53.149+01:00Ritorno a Piliscsaba<a href="http://www.laspecula.com/images/stories/news/ritorno_piliscsaba.jpg"><img style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 400px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="http://www.laspecula.com/images/stories/news/ritorno_piliscsaba.jpg" border="0" /></a>La vidi scendendo dal tram. L’architettura aperta e simmetrica, l’ingresso trionfale, decadente ed affascinante e le vetrate ed i pilastri di metallo mi diedero l’impressione che ebbi sei mesi prima quando la vidi per la prima volta, cioè quella di essere di fronte ad una grande serra per la coltivazione di ortaggi e fiori.<br />Mi trovavo con Judit di fronte la stazione di <em>Nyugati</em>, il terzo scalo ferroviario della capitale ungherese. Lei era diretta al Campus Universitario di <em>Piliscsaba</em> per farsi firmare un esame nel libretto e interloquire con un professore. Io le facevo compagnia, interessato a starle accanto e vedere sotto la neve i luoghi che mi ospitarono l’estate prima e di cui mi alimentai per settimane.<br />Entrati alla stazione tutto sembrava uguale all’ultima volta, solo i pesanti cappotti dei viaggiatori tradivano l’eguaglianza. Il freddo traversava le ampie vetrate della struttura ferroviaria per rinvigorirsi al suo interno come fosse una voce divenuta eco.<br />Il treno bianco e rosso che ci avrebbe portati a destinazione partì sempre dal solito binario ed il percorso che fece, benché invecchiato e reso più romantico dalla neve, fu lo stesso di sempre. Si procedeva con andatura lenta e sicura, dovuta all’alimentazione a gasolio.<br />Attraversammo il Danubio su di un ponte in ferro. Il treno rallentò per evitare di danneggiare la struttura vecchia e pericolante, e quindi di cadere in acqua. Era possibile vedere lastre di ghiaccio galleggiare in superficie e chiazze galleggianti dedite al trasporto di materiali. La boa gialla legata al ponte per decifrare in numero la velocità della corrente era ancora lì.<br />Superato il fiume vidi <em>Acquicum</em>, il complesso archeologico romano più evidente della città. Non avevo mai visto resti romani sotto l’intemperie della neve. La cosa mi fece pensare alla grandiosità di quel impero capace di costruire città e portare civiltà nei luoghi più caldi ed in quelli più freddi dell’intero vecchio mondo.<br />Il treno continuò la sua corsa e si fermò tante volte mostrandomi piccole stazioni ferroviarie comandante da capostazione severi e dai cappelli rossi, canute colline calpestate da cavalli e vacche, fitte boscaglie e case dai tetti a spiovente appesantiti dalla neve.<br />Quando scendemmo alla stazione <em>Pázmány</em> mi ricordai del mio primo arrivo in quella banchina, sei mesi prima in una calda notte d’estate in compagnia di studentesse e professori italiani.<br />A differenza di quella volta, la nebbia era tanta e sembrava volesse nevicare. Nonostante gli sforzi, era impossibile andare con lo sguardo oltre l’approssimativa distanza di cinquanta metri.<br />Raggiungemmo la piazza principale, con le sue statue di marmo innalzate al cielo ed il famoso <em>Stephaneum</em>, struttura architettonica di valore e fama internazionale.<br />Judit incontrò amiche, amici, professori, professoress