Davanti a me la scritta “Franklin D. Roosevelt Memorial Park”.Più in basso un cartellone con su scritto “Free entry”.
“God bless America!”, esclamai felice attraversando i cancelli d’ingresso del parco.
Quasi immediatamente mi ritrovai di fronte un’enorme statua del presidente che fu eletto per quattro mandati. Roosevelt era seduto su di una sedia, con le spalle coperte da un mantello ed entrambe le mani sul poggia braccio sinistro della sedia. Ai suoi piedi la statua di Fala, il cagnolino che lo accompagnò per tutta la durata della sua esperienza presidenziale.
Leggo le epigrafi sulle pareti prefigurando la tematica che più delle altre mi accompagnerà attraverso il parco: il New Deal, il nuovo patto, il nuovo corso che, negli Stati Uniti feriti dal morso della fame degli anni ’30, riporterà speranza, vita, prosperità.
Da dietro le spalle sento arrivare una coppia di turisti con prole. Dal modo di parlare e vestire sembrano americani. Ridono e scherzano in continuazione. Poi si fermano davanti la statua del presidente e l’osservano in silenzio per qualche secondo. Io faccio finta di essere occupato ma in realtà li osservo per pura curiosità.
La signora, una donna dai capelli lisci e biondi e vestita di jeans e maglietta, si avvicina a Roosevelt afferrandogli il dito indice della mano destra. Lo impugna e sfrega come per masturbarlo.
“It brings good luck”, dice sorridendo al marito che stava per farle una fotografia.
Sorrido pensando che anche qui, in questa grande America settentrionale, proprio come in Europa, vige l’abitudine di cercare la fortuna sfregando tutto ciò che in una statua abbia fattezze falliche.
Continuai a camminare per il parco, esplorando con l’osservazione delle statue, delle opere d’arte e delle epigrafi sui muri, quel particolare periodo della storia statunitense che vide il figlio di una famiglia aristocratica americana - per giunta imparentato con il Roosevelt degli anni prima, quel Theodore per primo diventato presidente nel 1901 – diventare il 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1933 al 1945.
Due opere scultoree mi colpirono più delle altre. Da una parte una coppia di anziani sull'uscio di casa aspettano qualcosa, qualcuno: l’anziana donna sta seduta con viso appassito, seni flaccidi e le mani sulle gambe, mentre il compagno le sta accanto in piedi, con volto altrettanto disfatto dalla fame e le mani vuote ai lati del corpo.
Accanto vi sono cinque statue di uomini vestiti d'impermeabile con un cappello schiacciato in testa. Stanno in fila indiana, forse davanti all’ufficio assunzioni, forse davanti al panificio per un po’ di pane da portare a casa. Sono immagini della grande crisi del 1929, di una depressione che Roosevelt riuscì a sconfiggere con politiche economiche serie provenienti dai libri di John Maynard Keynes e diretti all’incremento della spesa pubblica.
“L’incremento della spesa pubblica…”, penso demoralizzato. “Se non si privatizza e taglia sulla spesa pubblica vieni criminalizzato ed emarginato”, parlotto tra me e me a bassa voce. Riguardo quelle statue, quei visi contratti dalla sfiducia, dalla tristezza e dall’assenza di tutto, e mi rendo conto di vivere in un mondo che ha cacciato fuori dalla porta le teorie keynesiane e l’esperienza di Roosevelt per abbracciare l’ultraliberismo voluto dagli imperatore della finanza.
“The test of our progress is not whether we add more to the abundance of those who have much, it is whether we provide enough for those who have too little”, leggo su di una stele di pietra. E’ una frase pronunciata dal Presidente Roosevelt, la chiave di volta dell’idea che si era fatto del progresso e dello sviluppo umano e che caratterizzò il New Deal nella lotta contro la Grande Depressione. “La prova del nostro progresso – tradussi malamente sul mio blocknotes - non sta nell’aggiungere di più all’abbondanza di chi ha già molto, ma nel fornire il sufficiente a coloro che hanno troppo poco”.
Lasciai Roosevelt con un pensiero alla moglie, Anna Eleanor Roosevelt, attiva protagonista nel processo di formazione delle Nazioni Unite e presidente della Commissione che elaborò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Poi guardai oltre lo specchio d’acqua fluviale che si estendeva per poche centinaia di metri. A nord vidi il Washington Monument, ad est il Jefferson Memorial, il pantheon bianco che in modo discreto attraeva su di se gli sguardi di chi con fiducia o amarezza lasciava il Parco tematico su Roosevelt.
Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008


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