domenica 22 febbraio 2009

Washington tra Suv e hamburger

Parcheggiati sul lato della 15th St. NW più vicino alla Casa Bianca, e sotto lo sguardo degli occhi rossi lampeggianti del grande obelisco bianco, un cospicuo numero di furgoncini esponeva tipici souvenir americani.
A gestire le bancarelle mobili e vendere quella roba ai turisti erano per lo più asiatici, donne e uomini minuti che, seduti sul sedile che affianca quello del guidatore, ascoltavano la radio muovendo a ritmo di musica le dita sul bordo esterno della portiera.
Ne superai svariati senza mostrare interesse fino a quando, giunto quasi all’intersezione con la Constitution Avenue NW, mi avvicinai ad una bancarella che oltre alle bandiere a stelle e strisce, le macchine fotografiche usa e getta, le statuette di Abraham Lincoln e George Washington e gli obelischi in miniatura, vendeva anche magliette e tazze in porcellana con i volti di Barack Obama, Hillary Clinton e Benedetto XVI.
Reputai normale i volti dei due candidati democratici rimasti alla corsa della nomination per la Casa Bianca, ma il volto del Pontefice stampato sulle tazze per il latte mi sorprese. Nonostante quella fosse la mia seconda volta in due anni in territorio statunitense, nonostante i tanti amici americani, i libri letti, l’esperienza in Ambasciata USA e l’adolescenza passata seguendo i tormentoni televisivi provenienti da oltre oceano, l’essermi fatto sorprendere dal volto del Papa in una tazza mi fece capire di non aver ancora compreso la mentalità commerciale degli Stati Uniti: il giorno stesso dell’arrivo del Papa i negozi esponevano già i gadget con il suo volto.
Il sole era basso ed il cielo, se da un lato si scuriva, dall’altro sfoggiava tonalità da tramonto che insieme al vento proveniente da ovest mi ricordò la stanchezza del fisico, martoriato da un giorno lungo più di quaranta ore.
Mi sedetti sul prato dell’Ellipse a guardare il traffico di grosse e alte automobili scorrere sulle strade graffiate dai residui liquidi scaricati dalla marmitte. “Anche questo è il sogno americano”, dissi a me stesso in tono critico. Il sogno di potersi mettere in viaggio sempre, lungo e largo il pezzo di continente americano chiamato Stati Uniti.
Spostarsi, muoversi, migliorare la propria posizione, ricercare e trovare la propria felicità. Gli americani lo hanno sempre fatto, soprattutto verso est, prima al seguito del proprio bestiame in cerca di fertili praterie prive d’Indiani, poi con carovane e ferrovie alla ricerca dell’oro nascosto nella sabbia dei fiumi o nel ventre di montagne alberate.
Oggi come allora gli statunitensi continuano a spostarsi cambiando casa, quartiere, città, Stato. Lo fanno tanto frequentemente da saturare la friend list della propria pagina Facebook e vedere diminuire il numero di amici veri scritti a penna sull’agenda di carta.
Il west non è più la parola magica, pur di trovare qualcosa oggi si va ovunque, e lo si fa con i Suv, macchine pesanti di grossa cilindrata, grandi quanto gipponi da montagna con pneumatici di caterpillar. In Europa guidarli è un modo per apparire più ricchi e importanti di chi guida auto meno costose, ma negli Stati Uniti sono più di una moda, costituiscono un modo di vivere, una filosofia di vita dettata dal petrolio a basso costo e dalle rassicurazioni governative su quello che il resto del mondo chiama “riscaldamento globale”.
Ma nell’aria c’è qualcosa che non quadra. Washington è una capitale in guerra e come Roma ai suoi tempi aspetta il ritorno trionfale delle truppe, ma i soldati muoiono e il prezzo del petrolio, chiaro motivo dell’invasione dell’Iraq, continua a salire danneggiando un’economia di prodotti fabbricati in Cina e servizi nazionali pagati a caro prezzo da cittadini diventati esclusivamente consumatori per loro involontaria volontà.
Washington è il centro politico degli Stati Uniti ma non sembrerebbe se non fosse per i tanti “palazzi d’inverno” in essa presenti. Tutto è discreto, quieto, pacifico, sterile. Forse è sempre stata così o forse vive i dubbi di una politica che ha portato il paese ad essere internazionalmente malvisto e solo.
Penso tutto ciò osservando i badge al collo degli impiegati pubblici che abitano la città e che mi passeggiano accanto guardando avanti, rifletto sul ruolo di questo splendido paese da molti erroneamente chiamato America, e lo faccio studiando l’obelisco davanti a me, immaginando il campidoglio, il Lincoln memorial e tutto ciò che qui fece e fa storia.
Sfoglio un libro portato dall’Italia. In esso trovo una fotografia in bianco e nero del 1860. E’ del fotoreporter americano Mathew Brady e ritrae l’obelisco in costruzione, o meglio in stato di abbandono. Già perché se nel 1848 l’Europa conosceva i grandi moti rivoluzionari iniziati con la rivoluzione indipendentista siciliana, la città di Washington, allora spopolata e paludosa, si vestiva a festa per la posa della prima pietra del grande monumento che si desiderava dedicare alla memoria di George Washington, padre fondatore e primo presidente degli Stati Uniti d’America.
I lavori proseguirono fino al 1854, quando terminarono i fondi e l’attenzione del Congresso si spostò a favore degli scontri politici con i rappresentanti degli Stati del sud con cui, da lì a breve, proprio per l’elezione presidenziale di Abraham Lincoln nel 1860, sarebbe scoppiata la guerra civile.
Per tutto il suo corso la guerra - fotografata dallo stesso Mathew Brady, il quale per questo è definito anche padre del fotogiornalismo – sospese i lavori di costruzione dell’obelisco, il quale rimase in stato di abbandono (costruito per un quarto dell’altezza prevista dal progetto) per molti anni ancora fino al 1876 quando il centenario della Dichiarazione d’Indipendenza dall’Inghilterra (1776-1876) rese moralmente obbligatorio il rifinanziamento dei lavori.
Nel 1848 il vertice di metallo fu posto al vertice, e l’obelisco, monumento alla memoria di Washington, divenne l’edificio più alto del mondo. “Nel 1888 – lessi a voce alta pronto a chiudere il libro e tornare in albergo – il monumento venne ufficialmente inaugurato ma l’anno successivo il primato dell’altezza gli fu tolto dalla Torre Eiffel di Parigi, appena terminata”.
Mi alzai e avviai per l’albergo facendo una strada diversa a quella dell’andata. Era quasi buio e a circa duecento metri dall’albergo mi sentii stanco come mai mi era successo prima di allora. Lo stomaco lanciava secchi urli di fame, le gambe non mi reggevano più, la testa pulsava di non riposo e jetlag.
Entrai in un piccolo locale a gestione famigliare per mangiare qualcosa. Una graziosa e sorridente ragazza dal viso orientale mi fece accomodare. Ero l’unico cliente. Il locale era piccolo e accogliente, ricco di piante e con le pareti marroni. Nell’alto di un angolo un televisore trasmetteva la CNN in uno dei suoi servizi speciali per l’arrivo del Papa.
Ordinai un triplo hamburger e una tazza di tè.
“Gradisci un piatto di patatine fritte?”, mi chiese la cameriera.
“No, no grazie”, risposi.
“Sicuro di volere il tè e non la Coca Cola?”, continuò lei stirandosi le dita delle mani.
“Si, grazie. Il tè andrà benissimo”.
Aspettai pochi minuti guardando la tv ad occhi semichiusi. Quando mi servirono entrarono altri due clienti. Erano uomini vestiti in giacca e cravatta e coperti da pesanti giacconi neri. Si sedettero a tavoli diversi, accanto a me per guardare la tv.
Divorai il panino e mi scottai la bocca con il tè, senza fare caso ai due nuovi venuti. Guardavo la tv pensando ad un altro hamburger, ma il sonno stava per prendere il sopravvento e riflettei che meglio sarebbe stato addormentarsi sul letto invece che sulla nuova ordinazione. Feci i complimenti alla cameriera, lasciai cinque dollari di mancia e andai via.
Fuori la temperatura si era abbassata notevolmente e sentii freddo. Accelerai il passo pensando di aver esagerato con la mancia ma non m'importò molto. Ogni tanto chiudevo coscientemente e leggermente gli occhi come colui che la mattina, dopo il suono della sveglia, pensa di potersi riposare per altri cinque minuti tenendo gli occhi chiusi.
Quando entrai in albergo le luci della hall mi restrinsero le pupille svegliandomi leggermente. Giusi in camera contento, pronto a dormire dodici ore di fila e recuperare le ore mancanti la notte successiva.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

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