
Erano anni che le mie natiche non poggiavano sella, che i miei polpacci non spingevano pedali, che le mie mani non guidavano un manubrio. Pedalavo rapidamente spostandomi ora a sinistra ora a destra della strada in pietra, suonando il campanello con la stessa spensieratezza di quando, da piccolo, visitavo i miei nonni o andavo in campagna o al mare su di una mitica Dino Cross.
In allegra solitudine da qualche ora mi trovavo a Ferrara, bella e ricca città rinascimentale, dimora di storie e Storia, cuore d’Este a poca distanza dal Po, tra verdi e piane campagne, dentro solide mura e pulite vie di palazzi.
Il sole era già andato via e una leggera foschia, che mi fece immediatamente pensare all’auspicata nebbia, occupò l’aria che mi trovai quando, liberatomi dagli abiti fetidi per la notte passata sul treno, iniziai ad esplorare la città in cerca di storie, compagnia e di una buona cena.
Andavo alla cieca, fiutando i sentieri più belli, orientandomi con chiese, piazze, luci e folle di biciclette poiché, certo di poter contare sulla bici da passeggio e sulle gambe inclini a stantuffare, rifiutavo l’ausilio di una cartina per una città piccola quanto bella.
Percorsi il
Corso Biagio Rossetti verso est fino ad intravedere un maestoso palazzo bianco che faceva da angolo con il
Corso Ercole I d’Este. Fermai la bicicletta e lo guardai attentamente. Le pareti, superbamente illuminate, presentavano speroni di pietra dalla geometria semi-romboidea che fuoriuscivano in direzione della strada e per tutta l’altezza del palazzo.
Presi il Corso Ercole I d’Este in direzione sud-ovest, accusando le scosse prodotte dall’urto tra le gomme delle ruote ed i sampietrini della strada. Gli edifici, addossati uno all’altro, tutti antichi e ottimamente mantenuti, fecero da preludio allo spettacolo che mi si parò davanti al termine del corso che porta il nome del duca che governò il Ducato di Ferrara dal 1471 al 1505.
Trattasi del
Castello Estense o di San Michele, il monumento più rappresentativo della città di Ferrara, il più maestoso, alto e centrale. Mi sorprese e ipnotizzò. Pur non conoscendola avevo sempre reputato straordinaria e bellissima la città di Ferrara, ma quella vista non solo mi fece ammettere l’ignoranza nei riguardi delle più generali informazioni storico-artistiche del centro urbano estense, ma mi rese schiavo del desiderio di conoscere a fondo quella porzione d’Italia per rimediare alle nozioni mancanti e divertirmi in una specie di caccia al tesoro.
Girai più volte attorno al castello, osservando ponti levatoi, torri, merli, finestre e scanalature. La vitalità del castello e dei suoi ampi spazi laterali palesarono la centralità del luogo, equidistante da tutti i lati delle mura difensive delimitanti la città.
Nel Maggio del 1385 l’aumento delle tasse voluto da Tommaso da Tortona, consigliere del marchese Niccolò II d’Este, portò il popolo ferrarese nelle strade. La rivolta generale era dietro l’angolo ma i cittadini si limitarono a chiedere la testa del consigliere. Pressato dalla ferocia popolare che tanto incuteva il debole potere militare del marchese d’Este, questo diede l’ordine di consegnare Tommaso da Tortona alla folla imbestialita che, come recita Luciano Chiappini ne
“Gli Estensi”, “afferratolo e malmenatolo, lo ridusse in tanti pezzi, bruciandone poi alcuni sul rogo dei libri pubblici gettati alle fiamme, issandone altri su canne in segno di trionfo e dando gli intestini da mangiare a uomini cani ed uccelli”.
L’evento fu chiaro segnale per il marchese che, chiamato l’architetto Bartolino da Novara, diede ordine di far costruire una fortezza militare al centro della città che potesse difendere l’ordine costituito in qualsiasi momento.
Il 29 Settembre dello stesso anno, meraviglioso connubio tra giorni e mese, venne posata la prima pietra di quella che divenne una possente struttura militare-difensiva, prima, e la reggia dinastica Estense dopo. Ancora oggi, nonostante le torri, il fossato e il ponte levatoio, pochi sono gli elementi architettonici che fanno pensare ad un antico utilizzo militare del castello.
Sceso dalla bicicletta mi affacciai alla ringhiera di pietra che dà sul fossato pieno dell’acqua verde che circondava il castello. Lì seguii le linee di malta bianca che teneva incollati i milioni di piccoli mattoni marroni che costituivano quel maestoso palazzo ricco di finestre dalle quali ai tempi del Tiziano dovevano affacciarsi cavalieri, marchesi, duchi, principi, damigelle, puttane, servi e matrone dai visi bianchi e dalle vesti merlettate.
Camminavo nella
Piazzetta del Castello spingendo la bicicletta dal manubrio quando, sommando il flusso di biciclette visibile in
Corso Martiri della Libertà e anonimi applausi uditi casualmente, decisi di rimontare sulla Graziella nera, voltare le spalle al castello e dirigermi verso sud, lungo il Corso appena citato.
Girando l’angolo, a pochi metri vidi quello che in un primo momento mi sembrò un curioso edificio dalla facciata bianca e che dopo averlo osservato bene, girando in bicicletta intorno alla piazza antistante, identificai come la
Cattedrale di San Giorgio, la più grande e importante chiesa della città.
Costituita da tre cuspidi di marmo bianco riccamente decorati da colonne, statue, finestre, rosoni, archi, arcatelle e bassorilievi, la Cattedrale, tavola di elementi romanici e gotici, si confondeva nella scarsa illuminazione della sera sembrando un elemento naturale, come una roccia o un albero in un campo. Solo la parte centrale era rischiarata da luci artificiali, unico mezzo per mettere in risalto la statua tardogotica della Madonna con il bambino.
Quando la vista della cattedrale cessò di entusiasmarmi volsi la bici e lo sguardo verso l’edificio dirimpetto. Lo avevo già adocchiato scendendo dal Corso Martiri della Libertà ma, poiché la sua vista mi era sembrata più interessante di quella della struttura religiosa, l’avevo lasciato per ultimo.
Fatto di mattoni, difeso da una torre merlata e da merlature generali e aperto dall’accesso principale chiamato
Volto del Cavallo e costituito da un grosso arco ai lati del quale due statue in bronzo troneggiano due colonne di altezza e forma diversa, il palazzo è quello municipale, prima residenza ducale degli Este (fino al XVI secolo, quando la corte si trasferì al vicino Castello) e oggi sede del comune della città.
Scesi dalla bicicletta e attraversato il
Volto del Cavallo mi trovai nel
Cortile Ducale, un largo spazio dalla quale era possibile vedere le finestre interne del palazzo e il suo scalone d’onore. Lì, dove un tempo passeggiava il duca e si attrezzavano i soldati, due bancarelle colme di libri occupavano la parte sud-occidentale, i tavoli di un ristorante quella sud-orientale e una mostra fotografica sulla guerra in Iraq la parte settentrionale dove, inoltre, vidi una folla di persone entrare e uscire dall’ex
Cappella di Corte, oggi sala conferenze.
Con il catenaccio attaccai la Graziella Nera al parcheggio ciclistico ed entrai nella sala cercando di capire di cosa si trattasse. Era il primo dei tanti incontri organizzati dalla rivista
“Internazionale” con giornalisti e scrittori di tutto il mondo. A parlare era Svetlana Aleksievic, scrittrice bielorussa che raccontava l’ex Unione Sovietica.
La sala era colma, sembrava un formicaio. Le teste dagli astanti ondeggiavano proprio come l’insuperabile Papi, il mio primo pastore tedesco, muoveva la testa quando cercavo di spiegargli qualcosa.
Dopo circa mezz’ora lo stomaco si fece sentire nuovamente. Uscii dalla sala e, contento di essere a Ferrara in completa autonomia, decisi di esagerare e concedermi una buona e costosa cena nel ristorante interno al Palazzo Municipale.
Da qui mi fu possibile seguire i racconti di Svetlana Aleksievic sulla terribile Unione Sovietica e, contemporaneamente, gustare uno squisito piatto locale ai funghi.
Quando svuotai il piatto, l’Unione Sovietica era già crollata e coloro che l’avevano appena sentita crollare dalla bocca della Aleksievic uscirono dall’ex Cappella di Corte riversandosi in strada.
Pagai il conto, rimontai soddisfatto sulla bicicletta e, ricordando la sequenza dei monumenti visti all’andata, ripresi la via del ritorno.
Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”
Settembre-Ottobre 2007