sabato 26 luglio 2008

From the present to the past

I loved you through lucky and party days, through days of rough sea, storm and rain. I loved you through months, streets, oceans and lands, trough happy moments, joys, cries and wars.
We visited a few countries, cities and villages, met interesting and beautiful people, big and small buildings, markets and hills. We listened small and poor orchestras play and thru the television we watched people fall and shooting guns.
We laughed and joking for hours hoping that the time does not end. We had sad faces in some airports and happy faces in others.
We swam in rivers and seas and made love with love. From the bottom of my land’s sea we found shells and listened the stories of the sea. In our minds we had a drum to beat the time and hear it go. We said words and made stories, we made our story, a small piece of the world’s big story. We had the idea to collect the cries and pain of the world and change it together.
Now you can catch a fire and turn the dreams of whom is around you, you can open the hand and collect all the colours of the day and make a castle with wood and broken jars broken. You can find a grey room and fill it with the night’s blue.
I loved you from that moment in the tower when the music of the night watched us kissing. I loved you since that moment, when you took my hand and brought me close to a star.

Written in Washington
April 15, 2008


MCR Inspiration

venerdì 25 luglio 2008

La mia famiglia Polak

Sichelschnitt è un termine tedesco che significa “colpo di falce”. Esso era il nome in codice che i nazisti diedero alla Campagna di Francia, ovvero all’invasione di Belgio, Olanda, Lussemburgo e Francia iniziata il 10 Maggio 1940 e terminata nel Giugno successivo con l’occupazione tedesca del futuro Benelux e della Francia nord-occidentale, con l’annessione alla Germania di una porzione di Francia orientale e con l’istituzione della Repubblica di Vichy, più volte definita Francia libera ma di fatto asservita ai voleri di Hitler.
Da quel 10 Maggio i cambiamenti non si fecero attendere per nessuno. Se gli inglesi tremavano all’idea di avere i nazisti dall’altro lato della Manica, olandesi e francesi, calpestati dallo stivale germanico, dimenticarono tranquillità, imprenditoria e romanticismo per immergersi negli incubi neri e grigi delle uniformi tedesche, e mentre Mussolini, vedendo agonizzare la Francia, decise di attaccarla inviando soldati privi di scarpe sulle Alpi alla conquista di piccoli villaggi montani, e Roosevelt e Churchill velocizzarono i preparativi per una guerra frontale contro Hitler, la popolazione giudaica dell’Europa occidentale appena conquistata dal Führer si divideva tra quelli che lasciavano l’Europa per Stati Uniti e Palestina, quelli che si nascondevano in soffitta e quelli convinti che i nazisti per quanto brutali “sono sempre uomini con cui poter parlare e mettersi d’accordo”.
Probabilmente la famiglia Polak la pensava in questo modo. Religiosi com’erano, consideravano i nazisti degli uomini indottrinati all’odio, ad un sentimento umano che per quanto terribile li rendeva umani e quindi possibili interlocutori di un dialogo, anche se limitato alla tecnicità e all’opportunismo della compravendita della propria incolumità.
Alla famiglia Polak mi congiunge una finta carta d’identità del capo famiglia da me ricevuta gratuitamente a scopo educativo durante la visita allo United States Holocaust Memorial Museum, il principale museo dell’Olocausto degli Stati Uniti.
Prima di inoltrarmi nel freddo buio delle sale espositive e di essere rapidamente informato sulla struttura del museo, fui invitato a prendere una qualsiasi tra le migliaia di schede di carta che, simili a dei documenti d’identità, vedevo accumulati tutte uguali e dello stesso colore grigio su un tavolo all’ingresso degli ascensori.
Ne presi una qualsiasi. Era la numero #3768, fatta di carta ruvida molto piacevole da toccare. Prima di aprirla e leggerne il contenuto ci pensai. A breve avrei preso conoscenza dei brandelli di una vita spezzata tanti anni prima, ma di chi? Di che sesso, età e nazione sarebbe stata la persona di cui avrei conosciuto la storia? E quali le circostanze della sua morte?
Quando aprii la scheda vidi che nella prima pagina vi era la foto in bianco e nero di un signore di mezza età, con capelli corti probabilmente grigi, occhiali tondi, giacca, camicia e cravatta. Si chiamava Frederik Polak ed era nato ad Amsterdam nell’Agosto del 1883. Allevato in una religiosa famiglia ebraica di Amsterdam, Frederik non solo ebbe una felice e spartana infanzia ma grazie allo stipendio del padre - copista di testi sacri – riuscì a studiare contabilità diventando in poco tempo un noto ragioniere.
Quando morì suo padre, contribuì al sostentamento della madre, delle tre sorelle ed del fratello cieco, ma quando alla metà degli anni ’20 sposò Grietje, donna nata nell’agosto 1883 da un’osservante famiglia ebraica, iniziò la sua propria famiglia, avendo ben presto quattro figli, un maschio, Jacob, e tre femmine, Julia, Betty e Liesje. Uniti come ai tempi in cui la parola famiglia dava la pelle d’oca, i Polak amavano celebrare il sabato e tutte le festività ebraiche, commentare le loro giornate e scambiarsi opinioni.
Il figlio Jacob, dagli amici chiamato Jaap, nacque ad Amsterdam il 31 Dicembre del 1912 e fino all’età di dodici anni frequentò la scuola elementare ebraica per poi studiare contabilità all’istituto commerciale della capitale. Ottenuto il diploma, dal 1931 al 1932 lavorò al Carlton Hotel, un distinto albergo al centro di Amsterdam che, benché da egli stesso definito “un ambiente cosmopolita, punto d’incontro tra persone molto interessanti”, intenderà sempre come un lavoro temporaneo in attesa di diventare un ufficiale pubblico contabile.
Julia invece nacque il 17 Luglio 1914. Come il fratello studiò alla scuola ebraica ma, anziché specializzarsi in materia fiscale, trovò grande piacere e profitto nello studio dell’yiddish, la lingua israelita. Agli inizi degli anni trenta, come leader della gioventù sionista, Julia presentò al giovane pubblico ebraico del quartiere l’idea di creare in Palestina la casa degli ebrei, il così detto Yishuv, e mentre nel 1937 il fratello Jaap superava l’esame finale per diventare ragioniere, Julia si fidanzava con un giovane sionista che di cognome andava Bolle con il quale nel 1938 si sposò. La giovane coppia prese parte alla “hachshara”, il programma che preparava al lavoro agricolo i giovani interessati a raggiungere la Palestina e fondare lo Stato di Israele.
Intanto Jaap entrò a far parte dell’impresa contabile del padre come praticante, ma nonostante il suo supporto e quello della madre Grietje che lavorava nella scuola elementare giudaica, gli ingressi economici famigliari erano irregolari e bassi poiché Frederik lavorava spesso senza compenso per organizzazioni caritative e religiose.
Nel 1940, violando la dichiarazione di neutralità di Amsterdam, i tedeschi invasero i Paesi Bassi e promossero una politica anti-giudaica che iniziò con la schedatura della popolazione semita e terminò nel 1942 con le deportazioni nei campi di concentramento.
Grazie allo sfruttamento messo in opera dai tedeschi della facilità contabile di Frederik, utilizzato per la schedatura degli ebrei, la famiglia Polak evitò la deportazione fino al Giugno 1943 quando Frederik e Grietje furono separati dai figli e deportati al campo di smistamento di Westerbork, a dieci chilometri a nord del villaggio di Hooghalen, nel nord-est dell’Olanda.
Dopo quattro settimane di detenzione i coniugi Polak furono informati della decisione presa nei loro confronti: sarebbero stati deportati in Polonia a lavorare. Ciò li rassicurò tanto da spingerli a portarsi i migliori abiti disponibili.
Il 23 luglio 1943, mentre Frederik e Grietje salivano a forza su di un vagone ferroviario per essere deportati al campo di sterminio di Sobibor, situato presso il villaggio omonimo, nella parte orientale del distretto di Lublino, in Polonia, vicino alla linea ferroviaria Chelm–Wlodawa, un treno proveniente da Amsterdam e diretto al campo di concentramento di Westerbork portava i figli Jacob e Julia ed il genero Bolle.
Due giorni dopo Frederik e Grieje furono uccisi in Polonia, Julia e suo marito vennero inseriti in una lista di ebrei da mandare in Palestina in cambio di un gruppo di tedeschi in quel momento residenti in Terra Santa, e Jaap divenne il direttore della scuola elementare del campo di Westerbork. Nonostante ciò, tutto fu precario. “La scuola – dichiarò successivamente Jaap - era fornita di materiale didattico perché i tedeschi amavano dare l’illusione che esso fosse davvero un luogo dove sostare temporaneamente in vista del trasferimento ed integrazione ad est della popolazione ebraica”. I bambini del campo prendevano lezioni per non più di una settimana, poi venivano deportati nei campi di sterminio, selezionati ed uccisi.
Otto mesi dopo, precisamente nel Febbraio 1944, Jaap, Julia e il signor Bolle furono deportati al campo di concentramento di Bergen-Belsen nella Bassa Sassonia, a pochi chilometri a sud-ovest dal villaggio di Bergen. Se Jaap fu sistemato in un grosso casermone di cemento brulicante di uomini spenti, la coppia Bolle fu accampata in una baracca con altri ebrei designati ad un scambio con la Palestina che non avverrà mai e che si trasformerà nei tradizionali lavori forzati.
Nel Marzo 1945 a Bergen-Belsen scoppiò un’epidemia di tifo che uccise buona parte dei prigionieri, tra cui la bambina olandese di nome Anne Frank che, grazie alla successiva pubblicazione del diario voluta dal padre sopravvissuto, diventerà un simbolo di sofferenza e pace.
L’epidemia convinse le SS ad abbandonare il campo ed i prigionieri che, secondo loro, sarebbero morti da lì a poco tempo, così il 10 Aprile, radunarono i duemila internati più resistenti e li caricarono su degli autocarri diretti a nord, verso campi di concentramento più interni e meno esposti ai sempre più frequenti bombardamenti alleati. Jaap si trovava su uno degli autocarri e ritrovò il sorriso quando, durante l’attraversamento del villaggio di Trobitz, nei pressi di Leipzig, il convoglio incontrò l’Armata Rossa proveniente da est: in pochi minuti i nazisti furono uccisi ed i prigionieri liberati e soccorsi dalle truppe sovietiche.
Quando due battaglioni alleati di inglesi e canadesi, giunsero nel campo di Bergen-Belsen era il 15 Aprile 1945 e gli internati morivano come mosche per il tifo. Julia e il marito erano sopravvissuti ma due giorni dopo Julia si spense incontrando in luogo migliore i genitori e le due sorelle di cui non ho parlato per assoluta mancanza di notizie.
Jaap sopravvisse e ritornò in Olanda dove incontrò il cognato.
Poi nel 1951 emigrò negli Stati Uniti.
Se fosse ancora vivo adesso avrebbe novantasei anni.

venerdì 18 luglio 2008

Parva, sed apta mihi

Nonostante i rumori da cui si è disturbati ogni volta che si dorme in uno largo e freddo stanzone in compagnia di una dozzina di altre persone, i miei sonni a Ferrara risultarono sempre molto pesanti e tranquilli.
Dopo essermi sciacquato e vestito a notte, mi addormentavo d’un colpo senza fare caso ai camerati che rimanevano svegli fino a tardi a fumare e leggere. Mi portai un libro, è vero, ma lo divorai sul treno ancora prima di giungere a Ferrara, e quelli che comprai sul luogo - approfittando degli incontri con gli autori che felicemente sporcavano le seconde copertine con brevi dediche e autografi irriconoscibili – non mi ispirarono che solo mesi dopo, in altre circostanze.
Non avendo da leggere, la notte, dopo le visite alla città, i giri in bicicletta e le conversazioni con altri giovani lettori, mi coricavo spossato, sempre entusiasta per il giorno avvenire che, puntualmente, mi si presentava alle sette in punto di ogni mattino dopo un’incessante quanto inconscia battaglia con insistenti zanzare.
Aprivo la parte interna della finestra lasciando entrare la luce e mantenere integro il torpore della stanza. Il cielo fu sempre nuvoloso e l’ambiente, sempre coperto da una pesante e affascinante nebbia, si rivelava in tonalità di colore alquanto strane ai miei occhi. Grigio, bianco, blu.
Dopo abbondanti colazioni - brioche, marmellate, cioccolate calde, tè e cornetti - che avrebbero dovuto mantenermi fino alle rispettive cene, prendevo la bicicletta ed esploravo la città. Una mattina il cimitero ebraico e le mura difensive, un’altra la casa natale dell’Ariosto e del Savonarola, un’altra il mercatino dell’antiquariato e le chiese.
Buttando a terra la coperta di nuvole e foschia della notte e del primo mattino, alle otto e trenta la città si risvegliava. Gli eventi a cui presenziare e le cose da fare li avevo annotati nell’agendina insieme ad orari e luoghi. In questo modo non persi nessuna delle conferenze, incontri e dibattiti organizzati dal settimanale Internazionale.
In quei giorni incontrai molte persone interessanti. Scrittori di romanzi giunti dall’India, dal Marocco e dalla Colombia, ma anche giornalisti americani, iracheni ed africani. Più i giorni passavano e più gente si presentava all’ingresso.
I miei occhi non avevano mai visto così tante persone interessate ad un evento culturale diverso dalle tradizionali feste religiose. Le piccole strade del centro cittadino si intasavano, in alcune utilizzare la bicicletta era diventato impossibile, in altre i vigili urbani dividevano i sensi di marcia dei pedoni.
In quei giorni spesi tutto il mio denaro per l’acquisto di nuovi libri. Diari di viaggio, saggi e reportage su paesi e situazioni lontane. Giustificai la spesa domandando a me stesso “quando avrei avuto nuovamente l’opportunità di leggere un libro toccato e autografato dal suo autore” e ricordandomi di cinquanta euro ancora a mia disposizione e depositati all’ostello come cauzione per eventuali danni alla Graziella nera che ogni mattina mi prestavano.
Iniziai ad amare Ferrara quando scoprì l’integrità delle sue mura difensive. Le percorsi tutte, facendo varie volte il giro della città, sapendo (finalmente) orientarmi e fotografando gli alberi che le rendevano adatte per passeggiate e corsette mattutine o tardo-pomeridiane. Pedalando dalle mura della città immaginavo di essere un soldato rinascimentale impegnato ad avvistare eventuali nemici e munito di alambarda, elmetto e uniforme.
Ma la vera sorpresa la ebbi scoprendo la casa natale di Girolamo Savonarola, un personaggio oscuro quanto affascinante, preparato e rispettabile. Preso dall’entusiasmo della scoperta chiamai mio fratello per dargli la notizia. Lui, che di nascosto ama quando me la Storia, apprese la notizia con soddisfazione ma mantenendo un certo distacco e facendomi capire che sapeva già delle origini ferraresi del frate e politico italiano più famoso della storia.
L’edificio era tutto in mattoni perfettamente arancioni, con una grosso ingresso affiancato da due finestrone al piano terra e un fiorito balconcino affiancato da quattro finestre al piano superiore. Tra il balcone e l’arcata centrale vi era una targa in marmo bianco che segnalava l’importanza del luogo. A chiare lettere essa recava scritto “In questa sua casa paterna visse i primi XX anni Fr. Girolamo Savonarola. Nato in Ferrara il 27 di Settembre 1452, arso in Firenze il 23 Maggio 1498”.
Lessi più volte quelle frasi pensando a quanto vicino fosse il 27 Settembre di Girolamo dal mio 29 Settembre. Osservai il balcone e le finestre dalle quali certamente il frate si era affacciato nei suoi primi vent’anni di vita, e poi guardai con attenzione anche la piazza e la chiesa antistanti in cerca delle impressioni che probabilmente il frate ebbe redigendo il “De ruina mundi” e il “De ruina Ecclesiae” con i quali maturava i pensieri che l’avrebbero portato al rogo e reso vivo per l’eternità.
L’ultimo giorno scoprii che quell’edificio bianco ricco di spuntoni dalla forma romboidale situato tra il Corso Biagio Rossetti e quello di Ercole I d’Este, che tanto mi aveva colpito il giorno del mio arrivo, altri non era che il Palazzo dei Diamanti, da me studiato e disegnato in seconda media.
Poi visitai la basilica di San Giorgio fuori le mura, la cui storia mi colpii molto. Essa è la chiesa più antica della città e fu fatta costruire sulla riva destra del Po di Volano (un ramo deltizio del Po) tra il VII e l’VIII secolo per ospitare la sede vescovile prima tenuta nella piccola e poco distante cittadina di Voghenza, indifesa e spesso preda delle invasioni barbariche. Tuttavia la città di Ferrara non si sviluppò sulla riva destra del Po, ma su quella sinistra, lasciando isolata la cattedrale cittadina. Quando nel 1135 venne costruita l’attuale cattedrale di Ferrara, alla chiesa prossima al Po di Volano venne sottratto il vescovado e, se in un primo momento fu nota semplicemente come Basilica di San Giorgio, dopo il rafforzamento delle mura cittadine, fu chiamata Basilica di San Giorgio fuori le mura.
Prima di tornare all’ostello mangiai gratuitamente dalle bancarelle espositive dei piccoli agricoltori emiliani il miglior salame mai assaggiato in vita mia, mi recai al mercato della frutta per la scorta da viaggio e a quello dell’antiquariato per inumidirmi gli occhi delle costose bellezze esposte e visitai il museo civico e la casa di Ludovico Ariosto, nella quale egli passò gli ultimi anni della sua vita portando a termine il poema cavalleresco “Orlando Furioso”.
Feci il bagaglio e sistemai il letto che mi aveva sostenuto durante le battaglie contro le zanzare e, dopo aver salutato gli amici veneti e piemontesi che con me avevano diviso lo stanzone e come me erano venuti e Ferrara per il festival, ricevei una chiamata telefonica. Era Carla. Mi informava che sarebbe venuta in Sicilia a trovarmi.
Contento e sorpreso per l’inattesa notizia, consegnai le chiavi della Graziella Nera alla ragazza dell’ostello e - presi i soldi della cauzione, in quel momento mia unica risorsa finanziaria – a piedi mi recai alla stazione.

Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”
Settembre-Ottobre 2007

lunedì 14 luglio 2008

Ferrara by night and bike

Erano anni che le mie natiche non poggiavano sella, che i miei polpacci non spingevano pedali, che le mie mani non guidavano un manubrio. Pedalavo rapidamente spostandomi ora a sinistra ora a destra della strada in pietra, suonando il campanello con la stessa spensieratezza di quando, da piccolo, visitavo i miei nonni o andavo in campagna o al mare su di una mitica Dino Cross.
In allegra solitudine da qualche ora mi trovavo a Ferrara, bella e ricca città rinascimentale, dimora di storie e Storia, cuore d’Este a poca distanza dal Po, tra verdi e piane campagne, dentro solide mura e pulite vie di palazzi.
Il sole era già andato via e una leggera foschia, che mi fece immediatamente pensare all’auspicata nebbia, occupò l’aria che mi trovai quando, liberatomi dagli abiti fetidi per la notte passata sul treno, iniziai ad esplorare la città in cerca di storie, compagnia e di una buona cena.
Andavo alla cieca, fiutando i sentieri più belli, orientandomi con chiese, piazze, luci e folle di biciclette poiché, certo di poter contare sulla bici da passeggio e sulle gambe inclini a stantuffare, rifiutavo l’ausilio di una cartina per una città piccola quanto bella.
Percorsi il Corso Biagio Rossetti verso est fino ad intravedere un maestoso palazzo bianco che faceva da angolo con il Corso Ercole I d’Este. Fermai la bicicletta e lo guardai attentamente. Le pareti, superbamente illuminate, presentavano speroni di pietra dalla geometria semi-romboidea che fuoriuscivano in direzione della strada e per tutta l’altezza del palazzo.
Presi il Corso Ercole I d’Este in direzione sud-ovest, accusando le scosse prodotte dall’urto tra le gomme delle ruote ed i sampietrini della strada. Gli edifici, addossati uno all’altro, tutti antichi e ottimamente mantenuti, fecero da preludio allo spettacolo che mi si parò davanti al termine del corso che porta il nome del duca che governò il Ducato di Ferrara dal 1471 al 1505.
Trattasi del Castello Estense o di San Michele, il monumento più rappresentativo della città di Ferrara, il più maestoso, alto e centrale. Mi sorprese e ipnotizzò. Pur non conoscendola avevo sempre reputato straordinaria e bellissima la città di Ferrara, ma quella vista non solo mi fece ammettere l’ignoranza nei riguardi delle più generali informazioni storico-artistiche del centro urbano estense, ma mi rese schiavo del desiderio di conoscere a fondo quella porzione d’Italia per rimediare alle nozioni mancanti e divertirmi in una specie di caccia al tesoro.
Girai più volte attorno al castello, osservando ponti levatoi, torri, merli, finestre e scanalature. La vitalità del castello e dei suoi ampi spazi laterali palesarono la centralità del luogo, equidistante da tutti i lati delle mura difensive delimitanti la città.
Nel Maggio del 1385 l’aumento delle tasse voluto da Tommaso da Tortona, consigliere del marchese Niccolò II d’Este, portò il popolo ferrarese nelle strade. La rivolta generale era dietro l’angolo ma i cittadini si limitarono a chiedere la testa del consigliere. Pressato dalla ferocia popolare che tanto incuteva il debole potere militare del marchese d’Este, questo diede l’ordine di consegnare Tommaso da Tortona alla folla imbestialita che, come recita Luciano Chiappini ne “Gli Estensi”, “afferratolo e malmenatolo, lo ridusse in tanti pezzi, bruciandone poi alcuni sul rogo dei libri pubblici gettati alle fiamme, issandone altri su canne in segno di trionfo e dando gli intestini da mangiare a uomini cani ed uccelli”.
L’evento fu chiaro segnale per il marchese che, chiamato l’architetto Bartolino da Novara, diede ordine di far costruire una fortezza militare al centro della città che potesse difendere l’ordine costituito in qualsiasi momento.
Il 29 Settembre dello stesso anno, meraviglioso connubio tra giorni e mese, venne posata la prima pietra di quella che divenne una possente struttura militare-difensiva, prima, e la reggia dinastica Estense dopo. Ancora oggi, nonostante le torri, il fossato e il ponte levatoio, pochi sono gli elementi architettonici che fanno pensare ad un antico utilizzo militare del castello.
Sceso dalla bicicletta mi affacciai alla ringhiera di pietra che dà sul fossato pieno dell’acqua verde che circondava il castello. Lì seguii le linee di malta bianca che teneva incollati i milioni di piccoli mattoni marroni che costituivano quel maestoso palazzo ricco di finestre dalle quali ai tempi del Tiziano dovevano affacciarsi cavalieri, marchesi, duchi, principi, damigelle, puttane, servi e matrone dai visi bianchi e dalle vesti merlettate.
Camminavo nella Piazzetta del Castello spingendo la bicicletta dal manubrio quando, sommando il flusso di biciclette visibile in Corso Martiri della Libertà e anonimi applausi uditi casualmente, decisi di rimontare sulla Graziella nera, voltare le spalle al castello e dirigermi verso sud, lungo il Corso appena citato.
Girando l’angolo, a pochi metri vidi quello che in un primo momento mi sembrò un curioso edificio dalla facciata bianca e che dopo averlo osservato bene, girando in bicicletta intorno alla piazza antistante, identificai come la Cattedrale di San Giorgio, la più grande e importante chiesa della città.
Costituita da tre cuspidi di marmo bianco riccamente decorati da colonne, statue, finestre, rosoni, archi, arcatelle e bassorilievi, la Cattedrale, tavola di elementi romanici e gotici, si confondeva nella scarsa illuminazione della sera sembrando un elemento naturale, come una roccia o un albero in un campo. Solo la parte centrale era rischiarata da luci artificiali, unico mezzo per mettere in risalto la statua tardogotica della Madonna con il bambino.
Quando la vista della cattedrale cessò di entusiasmarmi volsi la bici e lo sguardo verso l’edificio dirimpetto. Lo avevo già adocchiato scendendo dal Corso Martiri della Libertà ma, poiché la sua vista mi era sembrata più interessante di quella della struttura religiosa, l’avevo lasciato per ultimo.
Fatto di mattoni, difeso da una torre merlata e da merlature generali e aperto dall’accesso principale chiamato Volto del Cavallo e costituito da un grosso arco ai lati del quale due statue in bronzo troneggiano due colonne di altezza e forma diversa, il palazzo è quello municipale, prima residenza ducale degli Este (fino al XVI secolo, quando la corte si trasferì al vicino Castello) e oggi sede del comune della città.
Scesi dalla bicicletta e attraversato il Volto del Cavallo mi trovai nel Cortile Ducale, un largo spazio dalla quale era possibile vedere le finestre interne del palazzo e il suo scalone d’onore. Lì, dove un tempo passeggiava il duca e si attrezzavano i soldati, due bancarelle colme di libri occupavano la parte sud-occidentale, i tavoli di un ristorante quella sud-orientale e una mostra fotografica sulla guerra in Iraq la parte settentrionale dove, inoltre, vidi una folla di persone entrare e uscire dall’ex Cappella di Corte, oggi sala conferenze.
Con il catenaccio attaccai la Graziella Nera al parcheggio ciclistico ed entrai nella sala cercando di capire di cosa si trattasse. Era il primo dei tanti incontri organizzati dalla rivista “Internazionale” con giornalisti e scrittori di tutto il mondo. A parlare era Svetlana Aleksievic, scrittrice bielorussa che raccontava l’ex Unione Sovietica.
La sala era colma, sembrava un formicaio. Le teste dagli astanti ondeggiavano proprio come l’insuperabile Papi, il mio primo pastore tedesco, muoveva la testa quando cercavo di spiegargli qualcosa.
Dopo circa mezz’ora lo stomaco si fece sentire nuovamente. Uscii dalla sala e, contento di essere a Ferrara in completa autonomia, decisi di esagerare e concedermi una buona e costosa cena nel ristorante interno al Palazzo Municipale.
Da qui mi fu possibile seguire i racconti di Svetlana Aleksievic sulla terribile Unione Sovietica e, contemporaneamente, gustare uno squisito piatto locale ai funghi.
Quando svuotai il piatto, l’Unione Sovietica era già crollata e coloro che l’avevano appena sentita crollare dalla bocca della Aleksievic uscirono dall’ex Cappella di Corte riversandosi in strada.
Pagai il conto, rimontai soddisfatto sulla bicicletta e, ricordando la sequenza dei monumenti visti all’andata, ripresi la via del ritorno.

Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”
Settembre-Ottobre 2007

domenica 6 luglio 2008

L'arrivo a Ferrara nell'anno del Signore 2007

Come milioni di persone a settimana, anche io, passata qualche ora a Roma, tornai alla stazione per prelevare il mio bagaglio, prendere un treno e partire lasciandomi qualcosa dietro le spalle e guardando avanti risoluto ed entusiasta.
Il viaggio che mi ero inventato accompagnando Judit a Roma, mi avrebbe portato nella città di Ferrara, perla emiliana fino a quel momento mai incontrata, calpestata e ammirata, ma sempre letta nei libri di Storia e Letteratura e sentita dai racconti di mio padre e dalle cronache di amici da lì passati a svolgere la leva militare.
La scusa me la diede il settimanale italiano Internazionale che, per quel primo fine settimana di Ottobre, da venerdì 5 a domenica 7, organizzò il suo primo Festival Internazionale, un’orgia di incontri tra giornalisti, scrittori, reporter e lettori di tutto il mondo e di tutta Italia.
Viaggiavo in un vagone di prima classe, accanto ad un agricoltore veneto che, accompagnato dalla figlia, mi spiegava le coltivazioni della zona.
“Questo è tabacco”, disse indicando minute piantagioni verdi che affiancavano la ferrovia. “Uno dei migliori, non capisco come si possa credere che quello americano sia migliore”, continuava togliendo e rimettendo l’anello nuziale del suo anulare.
“Gli alberi che vedi in fondo sono dei…”.
“Papà! - lo interruppe la figlia – lascia stare il signore, non puoi scocciare tutti con le solite storie. E poi non vedi che si sta preparando per scendere?”. Poi mi guardò e, accennando ad un sorriso di scuse, mi disse: “Mancano circa due chilometri a Ferrara”.
“No, si figuri, è piacevole ascoltare suo padre”
, risposi un po’ imbarazzato mentre sistemavo la mia borsa a tracollo e tremavo leggermente per l’entusiasmo di essere vicino alla fermata. “Si, grazie, non vedo l’ora di essere in città. Vi ringrazio per la compagnia e mi auguro di rincontrarvi di nuovo, magari sul treno del ritorno”.
“E’ stato un piacere”, dissero padre e figlia all’uni solo. “A Ferrara assaggi latte, formaggi e miele locale”, continuò il padre che per questa frase subì la pressione della mano della figlia sul braccio.
Il treno rallentò decisamente, poi fischiò e si fermò lasciando che le porte si aprissero automaticamente. Erano le sette della sera, l’aria era fresca e pulita ed io, in camicia, giacca e borsa a tracollo, mi avviai verso l’uscita della stazione, che trovai piccola e pulita.
Comprai un biglietto per l’autobus arancione che aspettava all’ingresso della stazione. Ci salii e aspettando che partisse guardavo dal finestrino.
Dalla stazione entrava e usciva molta gente, soprattutto giovani della mia età. Lasciavano la bicicletta fuori, legata ad appositi parcheggi oppure dopo essere scesi dal treno la riprendevano e montandoci sopra sparivano dopo poche pedalate. Le macchine erano poche e, se alla sinistra della stazione vi era un piccolo parco e alla destra una rampa stradale, di fronte vi erano vari negozi, tra cui una farmacia, tutti posti al piano terra di un grosso edificio.
L’autista dell’autobus accese il motore e il mezzo iniziò a tremare. Poi partì lento e, superati i negozi, si avviò lungo il Viale della Costituzione.
Guardavo attento la strada controllando la mappa che mi ero procurato e dopo una rotonda mi accorsi che l’autobus prese il Corso Porta Po e successivamente Corso Biagio Rossetti, la strada che interessava a me, quella in cui avrei trovato l’Ostello Estense dove avevo prenotato un letto.
Alla sesta fermata scesi e dopo quattro passi giunsi al civico 24 dove, dopo il check in e il pagamento di un acconto, mi lavai e cambiai d’abito per poi uscire, cenare e visitare la città.

Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”
Settembre-Ottobre 2007

venerdì 4 luglio 2008

Mezza strada insieme

Era l’inizio di Ottobre 2007 e Judit, che era venuta a visitarmi in Sicilia per le ultime due settimane estive dell’anno, doveva andare a Roma per prendere l’aereo e tornare al suo paese, così colsi l’occasione per accompagnarla e inventarmi un nuovo viaggio.
Partimmo con il treno notturno che quotidianamente fa la spola tra Palermo e Roma. Avevamo dei posti prenotati in seconda classe ma lo scompartimento era così pieno di persone da impedirci un sonno privo di gambe allucinate dall’assenza di sangue.
Prendemmo le borse che ci accompagnavano e ci spostammo verso la coda del treno in cerca di uno scompartimento vuoto e non prenotato da conquistare con la chiusura della porta e da occupare come fosse un letto matrimoniale.
Incontrai un amico, Fabrizio, un artista d'arte figurativa, dai capelli neri, ricci e lunghi, dalla barba incolta e dal fisico asciutto quanto quello di un filo d’erba. Era da solo ma, nonostante il saluto e la piccola conversazione, l’idea di affiancarci a lui non mi sfiorò affatto, non mi andava di passare l’ultima notte con Judit in compagnia di un terzo.
Cercavamo un posto “nostro”, chiuso al pubblico, e fu quello che trovammo più avanti, nell’ultimo vagone del treno. Contenti, ci appropriammo del giaciglio, sistemando in cima i bagagli, chiudendo la porta e la tenda, cercando di regolare l’aria condizionata e distendendo i sedili.
Dopo un giorno passato nel mare che divide le Isole Eolie da Milazzo, tra nuotate, corse, chiacchiere, risa, chiusura di bagagli, corse con i pattini e molto altro, eravamo spossati, con le gambe a pezzi, desiderosi di chiudere gli occhi e lasciarci incantare da Morfeo.
Quando il traghetto, nel quale il treno si era inabissato a Messina, giunse nella costa calabra, ci addormentammo, ma il caldo fu tanto da obbligarci a denudarci e rimanere in biancheria.
Ci svegliammo quando dalla finestra si intravidero gli acquedotti dell’Antica Roma, immersi in campi coltivati di colore verde, marrone, grigio e giallo che si estendevano su colline sconfinate ogni tanto spezzate da alberi, strade e cascine agricole.
Dopo circa trenta minuti il treno si fermò alla stazione di Roma, la più grande, la più visitata, la più conosciuta.
Consegnati i bagagli organizzammo una spedita incursione tra le bellezze romane, pianificando anche un pranzo e un arrivederci lento e doloroso.
La città era quella di sempre: il Colosseo, il Foro, l’Altare della Patria, il Tevere, San Pietro, la tristezza degli immigrati e la felicità mischiata allo stupore dei turisti.
A mezzogiorno ci recammo di fronte alla Fontana di Trevi. Sulla ringhiera di marco, alla sinistra delle fiere e alla destra dei turisti, ci sedemmo per consumare il pranzo, rozzi panini preparati da Judit il giorno prima. In quello stesso luogo scattammo una fotografia, forse l’unica mai scattata a Roma insieme, che mai vidi ed ebbi.
Come un sipario che si chiude separa gli spettatori dalla commedia, quello scatto fotografico ci separò dalla città di Roma. L’aereo che avrebbe portato Judit a Budapest sarebbe partito tra poche ore. Era necessario ritornare alla stazione, ritirare i bagagli e dirci “arrivederci amore”.
Accadde proprio questo. Lei prese un autobus per Ciampino, io andai per la mia strada, sbagliata perché voluta da istinti generali come da qualche anno a questa parte.

Tratto da “Diario tra due donne, un uomo e tante città”
Settembre-Ottobre 2007