La mattina mi svegliavo presto per il timore di arrivare tardi in Ambasciata. Mi lavavo e vestivo ponendo molta cura ad occhi, capelli, cravatta e al contenuto della borsa in pelle che mi portavo appresso.Partire presto era diventato quasi un piacere, ero fiero di me stesso: per la prima volta riuscivo a svegliarmi presto senza essere esageratamente addormentato, riuscendo addirittura a salutare chi mi salutava e sorridere quando capitava.
Lasciato l’appartamento m’incamminavo sempre per la stazione metropolitana di San Maria del Soccorso, alle volte riuscivo a prendere anche la navetta che raccoglie i pendolari del quartiere per portarli alla stazione. Durante quelle mattine il sole rimaneva basso, spesso coperto dagli edifici del quartiere, l’aria fresca, anche se ogni tanto pioveva, ed il vento, gelido e duro, ossidava le mie mani, soprattutto quella con cui tenevo la borsa.
Svoltando il primo angolo vedevo il fruttivendolo impegnato a posizionare la frutta sui banconi esterni del negozio. Sembrava farlo senza voglia, automaticamente, come obbligato da quella vita che qualcuno gli aveva regalato o che lui aveva costruito, e lo faceva all’ombra di due grandi supermercati, a quell’ora sempre chiusi.
I pensionati aspettavano il bus con il giornale aperto mentre le puttane di strada tornavano alle loro case con vestiti succinti e sguardi stanchi e persi nel vuoto.
Quel quartiere era abbandonato a se stesso. I suoi edifici mi ricordavano quelli sovietici tante volte visti in Ungheria. Erano dei parallelepipedi prefabbricati costruiti per i meno fortunati da quello stato sociale che dopo la Seconda Guerra Mondiale, e fino agli anni ottanta, trovava democristiani, comunisti e socialisti lavorare insieme per dare una casa a tutti.
Probabilmente un tempo in quel quartiere non mancava nulla. Fatiscenti insegne indicavano vecchi centri operai, biblioteche, piscine e negozi oramai chiusi. Vedevo entrare ed uscire persone solamente da un’edicola e da uno sport bar in cui gente con piercing e tatuaggi leggeva la Gazzetta dello Sport alternandola ad una birra e ai videogiochi.
All’edicola della metropolitana acquistavo il Corriere della Sera, a mio parere il miglior quotidiano italiano per contenuti e grafica, poi, prima di passare i tornelli e cercare spazio in un treno affollato, rifiutavo il giornale gratuito che persone in un giubbino arancione distribuivano ogni mattina.
Sul treno ogni tanto riuscivo ad appoggiare la schiena alla parete, allora aprivo la borsa e preso il libro della settimana lo leggevo per almeno venti pagine, fino a quando una voce stonata e vibrante annunciava l’arrivo alla fermata di Termini.
Il treno si svuotava ma non lo vedevo mai riempirsi perché appena uscito mi ritrovavo già alle scale e poi sul corridoio cercando di arrivare alla banchina metropolitana in cui avrei preso il treno per Barberini. Spesso la banchina era già affollata e alcune volte mi toccava aspettare il treno successivo ma in quei casi sapevo cosa fare: leggere almeno due o tre pagine in più del libro che continuavo ad avere in mano, segnato da quel segnalibro – un bracciale peruviano di tela piatta e multicolore regalatomi da Carla tanti anni fa - senza il quale non potrei leggere alcun altro volume.
L’alta scala mobile della fermata Barberini che dà sulla strada mi permetteva di risistemare il libro e il biglietto della metro in cartella, prendere il pass fornitomi dall’ambasciata e sistemarmi prima di arrivare all’ingresso dell’Ambasciata, a pochi metri dalla piazza con la fontana da cui ha inizio la famosa Via Veneto.
Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008




