sabato 24 maggio 2008

In cammino per l'Ambasciata

La mattina mi svegliavo presto per il timore di arrivare tardi in Ambasciata. Mi lavavo e vestivo ponendo molta cura ad occhi, capelli, cravatta e al contenuto della borsa in pelle che mi portavo appresso.
Partire presto era diventato quasi un piacere, ero fiero di me stesso: per la prima volta riuscivo a svegliarmi presto senza essere esageratamente addormentato, riuscendo addirittura a salutare chi mi salutava e sorridere quando capitava.
Lasciato l’appartamento m’incamminavo sempre per la stazione metropolitana di San Maria del Soccorso, alle volte riuscivo a prendere anche la navetta che raccoglie i pendolari del quartiere per portarli alla stazione. Durante quelle mattine il sole rimaneva basso, spesso coperto dagli edifici del quartiere, l’aria fresca, anche se ogni tanto pioveva, ed il vento, gelido e duro, ossidava le mie mani, soprattutto quella con cui tenevo la borsa.
Svoltando il primo angolo vedevo il fruttivendolo impegnato a posizionare la frutta sui banconi esterni del negozio. Sembrava farlo senza voglia, automaticamente, come obbligato da quella vita che qualcuno gli aveva regalato o che lui aveva costruito, e lo faceva all’ombra di due grandi supermercati, a quell’ora sempre chiusi.
I pensionati aspettavano il bus con il giornale aperto mentre le puttane di strada tornavano alle loro case con vestiti succinti e sguardi stanchi e persi nel vuoto.
Quel quartiere era abbandonato a se stesso. I suoi edifici mi ricordavano quelli sovietici tante volte visti in Ungheria. Erano dei parallelepipedi prefabbricati costruiti per i meno fortunati da quello stato sociale che dopo la Seconda Guerra Mondiale, e fino agli anni ottanta, trovava democristiani, comunisti e socialisti lavorare insieme per dare una casa a tutti.
Probabilmente un tempo in quel quartiere non mancava nulla. Fatiscenti insegne indicavano vecchi centri operai, biblioteche, piscine e negozi oramai chiusi. Vedevo entrare ed uscire persone solamente da un’edicola e da uno sport bar in cui gente con piercing e tatuaggi leggeva la Gazzetta dello Sport alternandola ad una birra e ai videogiochi.
All’edicola della metropolitana acquistavo il Corriere della Sera, a mio parere il miglior quotidiano italiano per contenuti e grafica, poi, prima di passare i tornelli e cercare spazio in un treno affollato, rifiutavo il giornale gratuito che persone in un giubbino arancione distribuivano ogni mattina.
Sul treno ogni tanto riuscivo ad appoggiare la schiena alla parete, allora aprivo la borsa e preso il libro della settimana lo leggevo per almeno venti pagine, fino a quando una voce stonata e vibrante annunciava l’arrivo alla fermata di Termini.
Il treno si svuotava ma non lo vedevo mai riempirsi perché appena uscito mi ritrovavo già alle scale e poi sul corridoio cercando di arrivare alla banchina metropolitana in cui avrei preso il treno per Barberini. Spesso la banchina era già affollata e alcune volte mi toccava aspettare il treno successivo ma in quei casi sapevo cosa fare: leggere almeno due o tre pagine in più del libro che continuavo ad avere in mano, segnato da quel segnalibro – un bracciale peruviano di tela piatta e multicolore regalatomi da Carla tanti anni fa - senza il quale non potrei leggere alcun altro volume.
L’alta scala mobile della fermata Barberini che dà sulla strada mi permetteva di risistemare il libro e il biglietto della metro in cartella, prendere il pass fornitomi dall’ambasciata e sistemarmi prima di arrivare all’ingresso dell’Ambasciata, a pochi metri dalla piazza con la fontana da cui ha inizio la famosa Via Veneto.

Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008

martedì 20 maggio 2008

Giovane donna, elegante, discreta, bella

Quando un terremoto scuote la Terra o un uragano ne ripulisce l’involucro, prima di prestare soccorso ai feriti e raccogliere gli eventuali cadaveri si è soliti riflettere su quello che è successo, fare una stima dei danni e delle forze su cui si può contare per ripartire da zero.
Il terremoto è passato, l’uragano ne ha ripulito i detriti ed io ho già pensato, riflettuto, soccorso il ferito e accantonato il morto, rispettivamente me stesso e una storia d’amore.
Questo periodo mi ha lasciato delle cicatrici: alcune temporanee, come l’apatia verso i doveri del lavoro e dello studio, altre permanenti, come i bei ricordi dei momenti passati insieme alla bella donna d’Ungheria.
In questo breve e difficile lasso di tempo che separa il 13 Maggio dalla data odierna, ho avuto modo di rincontrare amici, organizzare serate con gruppi di colleghi che non vedevo da tempo, brindare alle amicizie di un tempo, conoscere nuove persone e avvicinarmi a donne a cui ero sempre stato interessato ma che non avevo mai incontrato al di fuori degli ambienti universitari o di lavoro.
Mi piacerebbe parlare delle mie recenti esperienze di lavoro, dei miei viaggi in Italia e Stati Uniti, di tutte quelle persone che ho conosciuto svolgendo la bellissima professione di reporter all’estero tra lingue, facce e modi diversi. Mi piacerebbe davvero e dovrei farlo, ma non è questo ciò di cui sento di dover scrivere adesso.
Sento di dover parlare di lei, di una giovane donna calabrese conosciuta tanti mesi fa in condizioni di completa confusione ambientale e interna. Non posso dire di conoscerla bene ma mi sento totalmente attratto da lei, da quel suo volto dolce e ornato, dagli occhi grandi e profondi, dal suo sorriso, dai suoi modi gentili e alcune volte incerti. Mi affascina come la lucentezza dei colori appena fabbricati può abbagliare il pittore del Rinascimento.
La sua bellezza è intrinseca alla purezza d’animo che sono certo si porta dentro, alla semplice regalità dei suoi movimenti, delle sue vesti che le disegnano il corpo come una ricca composizione di tesori da scoprire.
Probabilmente esagero, ci sono uscito una sola volta, eppure come spiegare il fatto che sento ancora i suoi profumi e le sue risa intonate? Guardavo con interesse questa bella ragazza di ventuno anni quando entrambi eravamo legati a persone diverse: io a ciò che oggi è passato, lei ad un ragazzo di cui non conosco nemmeno volto e nome.
Spero rincontrarla presto e magari dirle cose che al momento voglio permettermi solo qui, tra queste righe e nei miei pensieri. Non la considero un soccorso da utilizzare e lasciare andare via, ma una giovane donna che mi suscita emozioni da quel primo e lontano giorno del 2006 quando in una calda aula universitaria la conobbi insieme ad una sua amica.
Non so cosa mi aspetterà ma, come sa chi mi conosce, per me il passato è passato e non permetterò che si ripresenti nella mia vita.
Adesso vedo solo lei, una giovane donna dell’altro lato del mare, elegante, discreta, bella.

martedì 13 maggio 2008

Oggi, qui, senza di lei

Oggi è il 13 Maggio 2008, un giorno come un altro per alcuni, indimenticabile per me e probabilmente anche per un'altra persona.
Con esso si conclude una storia d'amore durata meno di un anno, una relazione capace di farmi capire chi sono e in che modo mi relaziono con il sesso femminile, cosa ho capito delle donne e cosa ancora mi resta da capire, quanto e come le comprendo e quanto e come mi lascio da loro comprendere, cosa desidero e la maniera come desidero.
Probabilmente questa storia d'amore, inziata tra la notte del 19 e 20 Agosto 2007 e finita pochi istanti fa, era già terminata da qualche settimana e si è trascinata o è stata trascinata fino a qui per avere una data ufficiale da ricordare.
La fine di questa storia ha portato con sè l'odore di zolfo che questa mattina i venti di sud-est hanno spinto fino a casa mia dall'Etna in eruzione.
Ricordo tutte le strade in cui sono stato con Lei, ricordo tutti i dettagli, momenti, parole, azioni, baci, sguardi, conversazioni, luoghi. Tutto questo per arrivare a oggi, qui, senza di lei.

giovedì 8 maggio 2008

I mille profeti si riuniscono sempre a Roma

Poco prima dell’esordio in Ambasciata, dalla Sicilia venne a trovarmi mio padre. Mi portò vestiti e oggetti che, inutili in Europa centro-orientale, mi sarebbero serviti a Roma. Venne in aereo ma ci ritrovammo alla stazione Termini, dove mi disse: “con questo giaccone, questa sciarpa e questa coppola ti trovo invecchiato”.
Andammo a casa per lasciarci le valigie e incontrare una sua vecchia amica d’infanzia, la padrona della casa a Santa Maria del Soccorso dove sarei stato per i due mesi successivi: Giacomina, in arte Gemma.
L’atmosfera che respirai in quei momenti fu lieta, non solo perché ebbi modo di camminare con mio padre per le strade di Roma (cosa che non facevo da quando ero ancora un quasi adolescente), ma anche perché ebbi la possibilità di assistere all’incontro di due persone – mio padre e Gemma - che si ricordavano ancora con i capelli neri e senza rughe in volto.
Mio padre rimase a Roma per tre giorni, giusto il tempo per godersi da turista la città una volta capitale del mondo, invitarmi a mangiare al ristorante un paio di volte, visitare qualche museo e assistere all’Angelus del Papa.
“Credi sia veramente lui alla finestra?”, gli domandai con il naso in su in direzione di un individuo vestito di bianco affacciato ad una finestra su Piazza San Pietro.
“E’ talmente piccolo che potrebbe essere chiunque”, rispose mio padre sorridendo.
Turisti e fedeli fotografavano il Papa, io e mio padre ascoltavamo e ogni tanto ci guardavamo perplessi. Forse la pensavamo allo stesso modo?
Quando iniziò a piovere, la gente si rifugiò sotto il colonnato ed il Papa, da solo alla finestra, continuò a parlare, a fare il suo Angelus, mentre io e mio padre andammo a mangiare dell’ottima pasta all’uovo.
Quel giorno lo passai interamente con lui, camminando per le belle piazze e chiese di Roma, guardando il Colosseo come fosse stata la prima volta, parlando di storia e religione. Quel giorno fu un bel giorno di Gennaio che ricorderò certamente per molti anni.
Quando mio padre ripartì alla volta della Sicilia mi sentivo pronto per il mio primo giorno in Ambasciata. I capelli li avevo tagliati, i vestiti stirati, le scarpe lucidate e soprattutto avevo terminato di leggere tutti i libri sugli Stati Uniti che la mia piccola libreria personale disponeva.
Quel giorno arrivò. Alle nove della mattina avevo già superato i controlli dei marines e incontrato Roberto e Sergio, due studenti di Messina che mi avrebbero accompagnato in questa esperienza.
Li conoscevo appena ed ero pronto a legarmi a loro ma, almeno per i primi giorni, non fu così. Invece di avvicinarci ci allontanammo a causa di diffidenze e competizioni. Alcune volte mi sentivo aggredito, mi dava enormemente fastidio venire sgominato da altri quando ero io ad essere stato interpellato. Mi venivano rivolte delle domande e c’era chi era pronto a rispondere per me, come fosse un tutore, o di dire per telefono “si, adesso te lo mando”, riferendosi a me come fossi un dipendente di terz’ordine.
Anche quando si camminava per l’Ambasciata in compagnia di altri dipendenti, con il dolore al tendine d’Achille e al ginocchio destro faticavo a stare al loro passo e spesso mi trovavo alle loro spalle mentre loro discutevano di argomenti che riuscivo a sentire solo parzialmente.
Mentre il tendine guariva progressivamente cercai di uscire dalle loro ombre lavorando il più possibile e cercando ottimi risultati lavorativi. Ci riuscì talmente bene da comportarmi proprio come, ai miei occhi, si erano comportati loro con me.
Quello fu il momento in cui, riuniti tutti e tre in una stanza da briefing, ci chiarimmo. Fu un grande giorno, importante non solo perché ci trasformò in una compatta squadra di singoli cooperanti, ma soprattutto perché ci avviò ad una sincera amicizia che dura ancora adesso. Quel giorno ci aiutò a crescere, a capire di dover essere chiari e onesti sempre, con tutti.
Voglio molto bene a Roberto e Sergio, li considero due cari ragazzi, due ottimi giornalisti, sensibili e allegri e con un numero di difetti pari al mio. Quando penso a loro non posso fare a meno di ricordare i bei giorni in Ambasciata, dove tra una notizia e l’altra, un cornetto e un’insalata, una traduzione e trascrizione, ridevamo e scherzavamo, ci prendevamo in giro sentendoci più vicini a Dio, fieri di camminare in giacca, camicia e cravatta e con quel pass da intern attaccato al collo.
Ogni tanto si usciva insieme per bere qualcosa, disturbare le turiste straniere, mangiare qualcosa e parlare dei colleghi dell’IRC, dell’Ufficio Stampa e di quello Culturale. Si discuteva di donne, americane e non, del servizio di sicurezza, della migliore pizza della zona, dei migliori giornali d’Italia e infine di noi tre, delle idee, dei sogni, dei problemi di noi semplici, giovani ragazzi di quella che ho sempre definito la provincia della provincia della provincia d’Europa: Messina.
Gennaio 2008 passò così, tra lavori in Ambasciata, amici scoperti e abbracciati, esperienze nuove e illuminanti, serate in compagnia di persone vive e vegete e altre in cui, su di un piccolo letto di uno striminzito appartamento popolare a Santa Maria del Soccorso, mi ritrovavo con Robinson Crusoe e Gulliver.

Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008