lunedì 24 marzo 2008

Ritorno a Piliscsaba

La vidi scendendo dal tram. L’architettura aperta e simmetrica, l’ingresso trionfale, decadente ed affascinante e le vetrate ed i pilastri di metallo mi diedero l’impressione che ebbi sei mesi prima quando la vidi per la prima volta, cioè quella di essere di fronte ad una grande serra per la coltivazione di ortaggi e fiori.
Mi trovavo con Judit di fronte la stazione di Nyugati, il terzo scalo ferroviario della capitale ungherese. Lei era diretta al Campus Universitario di Piliscsaba per farsi firmare un esame nel libretto e interloquire con un professore. Io le facevo compagnia, interessato a starle accanto e vedere sotto la neve i luoghi che mi ospitarono l’estate prima e di cui mi alimentai per settimane.
Entrati alla stazione tutto sembrava uguale all’ultima volta, solo i pesanti cappotti dei viaggiatori tradivano l’eguaglianza. Il freddo traversava le ampie vetrate della struttura ferroviaria per rinvigorirsi al suo interno come fosse una voce divenuta eco.
Il treno bianco e rosso che ci avrebbe portati a destinazione partì sempre dal solito binario ed il percorso che fece, benché invecchiato e reso più romantico dalla neve, fu lo stesso di sempre. Si procedeva con andatura lenta e sicura, dovuta all’alimentazione a gasolio.
Attraversammo il Danubio su di un ponte in ferro. Il treno rallentò per evitare di danneggiare la struttura vecchia e pericolante, e quindi di cadere in acqua. Era possibile vedere lastre di ghiaccio galleggiare in superficie e chiazze galleggianti dedite al trasporto di materiali. La boa gialla legata al ponte per decifrare in numero la velocità della corrente era ancora lì.
Superato il fiume vidi Acquicum, il complesso archeologico romano più evidente della città. Non avevo mai visto resti romani sotto l’intemperie della neve. La cosa mi fece pensare alla grandiosità di quel impero capace di costruire città e portare civiltà nei luoghi più caldi ed in quelli più freddi dell’intero vecchio mondo.
Il treno continuò la sua corsa e si fermò tante volte mostrandomi piccole stazioni ferroviarie comandante da capostazione severi e dai cappelli rossi, canute colline calpestate da cavalli e vacche, fitte boscaglie e case dai tetti a spiovente appesantiti dalla neve.
Quando scendemmo alla stazione Pázmány mi ricordai del mio primo arrivo in quella banchina, sei mesi prima in una calda notte d’estate in compagnia di studentesse e professori italiani.
A differenza di quella volta, la nebbia era tanta e sembrava volesse nevicare. Nonostante gli sforzi, era impossibile andare con lo sguardo oltre l’approssimativa distanza di cinquanta metri.
Raggiungemmo la piazza principale, con le sue statue di marmo innalzate al cielo ed il famoso Stephaneum, struttura architettonica di valore e fama internazionale.
Judit incontrò amiche, amici, professori, professoresse, bibliotecarie. Chiunque ci venisse incontro si fermava a salutarla. Lei, composta ed educata, mi presentava a tutti.
“Adesso devo assentarmi per un po’. Devo parlare con un professore”, disse quasi scusandosi.
Ne approfittai per fare un giro nelle aule della struttura, osservare gli studenti in segreteria ed i professori nella sala caffè e fare qualche paragone con la vita universitaria messinese.
Poi uscii e passeggiai per i viali sopra la neve e tra gli alberi, ricordandomi di tutte quelle feste, partite, danze, cene e conversazioni che animarono quei luoghi nei mesi di Agosto e Settembre, quando in quel campus ci studiavo con una trentina di studenti europei molto simili a me per interessi, cultura e formazione.
Quando mi rincontrai con Judit visitai il cuore dello Stephaneum: l’Aula Magna che funge da teatro e sala conferenze, una struttura in legno che prima di allora non avevo mai visitato e a cui feci delle foto per il mio reportage.
I motivi della nostra presenza al campus si erano consumati. Tuttavia, prima di andar via andammo a mangiare al Zakeus Etterem, al ristorante della Facoltà. Di sfuggita rividi quella bellissima – ma al tempo stesso mal educata - cameriera mora con un grosso tatuaggio poco sopra il fondoschiena, poi la signora robusta e bionda che serviva i piatti ed infine la cassiera alta, mora e gentile.
Tutti si ricordavano di me, del reporter italo-australiano innamoratosi di una loro connazionale e che ad inizio Settembre aveva tanto creato disordine tra le cameriere degli appartamenti degli studenti.
Terminato di pranzare lasciammo il campus per fare l’autostop e tornare a Budapest.

Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008

domenica 23 marzo 2008

The Goodbye corner

Quello tra Kazinczy Utca e Rakóczi Út era l’incrocio dei saluti o come lo ribattezzai in inglese in quel momento il “goodbye corner”. Fu quello il luogo in cui nella notte tra il 3 e il 4 Gennaio 2008 salutai, augurandomi di poterli rivedere presto, i colleghi europei che l’estate prima avevano studiato insieme a me, come studenti Erasmus, nel campus universitario di Piliscsaba, poco a nord di Budapest.
Erano ragazze e ragazzi della mia età provenienti da buona parte dei paesi del continente europeo. Oltre a me, italo-australiano di nascita ed acquisizione, e alla bella Judit, orgogliosa ungherese e padrona di casa, vi erano Hanna, Maria e Maike dalla Germania, Hasan dalla Turchia, Maria-Riitta dalla Finlandia e molti altri ragazzi che non avevo mai visto e che si erano aggiunti a noi in quanto amici di amici degli ex studenti Erasmus a Piliscsaba.
Se gli altri – francesi, olandesi, inglesi, polacchi, svedesi, serbi ed italiani –, terminato il loro periodo di studio, avevano già lasciato il paese danubiano per tornare nei loro rispettivi paesi, i ragazzi dell’incontro della notte tra il 3 ed 4 Gennaio erano ancora a Budapest perché pronti per un nuovo viaggio.
Maria e Maike avrebbero raggiunto l’Ucraina passando dalla Romania e dalla Moldova, Hanna sarebbe tornata nella Germania settentrionale con il treno, Maria-Riitta avrebbe visitato la parte orientale dell’Ungheria mentre Hasan sarebbe rimasto in Ungheria ancora per qualche mese, “magari”, come egli stesso mi disse, “approfittando dell’estensione dell’area Schengen e cercando di andare in Slovakia, dove le guardie di frontiera mi impedirono di entrare quando andaste voi con l’Università”.
La serata la passammo al Szimpla, un famoso pub del centro caratteristico per essere culturalmente underground, con mura grezze e prive d’intonaco, arredato da mobili ed elettrodomestici del vecchio regime e abbellito da opere d’arte decadenti e di strada.
Tra ricordi del comune periodo di studi, narrazioni di viaggi, scherzi, risa, bicchieri di birra, hot-wine, arrivammo anche al momento delle domande serie, di quelle che sembrano preoccupare: “Cosa pensi di fare dopo la laurea?”, “Hai deciso di andare in Africa a fare il dottore?”, “Dove pensi di andare a fare il reporter?”…
Scattammo varie foto. Poi ci ripromettemmo di rivederci presto.
Poco dopo uscimmo dal pub e l’aria fredda della strada coperta di neve ci schiaffeggiò impunemente. Il cammino fino all’angolo tra Kazinczy Utca e Rakóczi Út fu breve. A piedi ci arrivammo in pochi minuti. Lì ci abbracciammo uno dopo l’altro come per un’esecuzione.
Contenti di esserci incontrati, tristi per doverci distaccare nuovamente e speranzosi di rivederci presto, ci salutammo.

Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008

Budapest da Szabadság Tér

Mi trovavo a Szabadság Tér, una piazza di Budapest sul lato di Pest, a poche centinaia di metri dalla riva del Danubio, tra Margitsziget, l’isola Margherita, e Ferenciek Tere, lo spiazzo più vicino a Vàci Utca, la famosa, turistica e poco attraente strada dei ristoranti e delle puttane.
Ero in compagnia di giovani studentesse italiane e di alcuni professori dell’Università di Messina, giunti in quel paese con me per aver vinto una borsa di studio da consumarsi come gli yogurt in tre settimane, da Agosto e Settembre 2007.
Quella mattina, in una Budapest estiva, coperta da un cielo azzurro e leggiadro, eccitata da un’aria fresca e serena, guidavo il gruppo con una piccola guida turistica e con la mappa che facilmente tenevo a mente dopo averla studiata per notti intiere.
Da Kossuth Tér, la piazza del parlamento ungherese, tagliammo in diagonale sulla Vécsey Utca incontrando una statua di Imre Nagy.
Se non fosse stato per i libri letti durante le settimane precedenti al viaggio e le conversazioni con i professori di storia che mi accompagnavano, sarebbe risultato difficile pensare che in quella piazza assolata e in quelle vie piene di gente, tanti anni fa sostarono, passeggiarono e marciarono rappresentanti del regno austriaco, rivoluzionari, artisti, politici, morti di fame, comunisti, americani, russi, spie, soldati, milizie cittadine armate, cittadini. Se non fosse stato per i ricordi delle scuole, dell’attenzione con cui guardavo da piccolo le foto in bianco e nero dei libri di storia, difficilmente in quel momento avrei immaginato risorgimentali decisi all’indipendenza dall’Austria o carri armati sovietici sprangati dai bastoni dei cittadini e ostacolati dai sampietrini divelti dalle strade.
Posta su di un ponticello a guardare il Parlamento, la statua equestre di Kossuth e la bandiera con il buco al centro, la statua di Imre Nagy - del comunista borghese, del comunista ungherese dal volto umano che volle e difese la rivoluzione del 1956 contro le interferenza interne dell’Unione Sovietica – rendeva facile le fotografie ai turisti e, con quello sguardo triste e lontano sfogliato da un cappello, faceva pensare a tempi lontani di bianco e nero.
Da lì fu facile trovare Szabadság Tér. E’ una piazza asimmetrica, delimitata a nord da edifici disposti a cerchio e tagliata di netto a sud da Széchenyi Utca.
A darci il benvenuto nella grande piazza fu un obelisco in pietra, provvisto dei simboli dell’Unione Sovietica e del comunismo internazionale (stella, falce e martello dorati). Scoprimmo essere l’ultimo monumento sovietico rimasto in città.
Come avrei avuto modo di scoprire più avanti con una visita specifica, la città di Budapest ha recentemente rimosso tutti i monumenti di carattere socialista che fino a pochi anni fa l’abbellivano: tutti tranne quello in Szabadság Tér per motivi che presuppongo essere di matrice storica e politica.
L’obelisco di pietra non è un monumento propagandistico al socialismo ma commemorativo e funebre in ricordo dei soldati sovietici morti durante la Seconda Guerra Mondiale per la liberazione della città dai nazisti, ed essendo tale sarebbe difficile per il governo di Budapest toglierlo senza provocare preoccupanti malumori a Mosca.
Dopo qualche foto seguimmo la piazza verso sud. Giunti al centro, alberi verdi ci circondavano in un semplice labirinto. Alla destra, quindi in direzione del Danubio, la sede nazionale della Televisione pubblica ci salutava con la sua insegna nera e gialla, semplice, classica e austera. Dall’altra parte una bandiera dai colori sgargianti a stelle e strisce ci presentava l’Ambasciata degli Stati Uniti, lì a poca distanza dal monumento ai soldati sovietici da tempi immemorabili. Che contrasto quello tra la bandiera USA posta fuori l’ambasciata e la falce ed il martello dell’obelisco di pietra!
Tra la sede televisiva e l’ambasciata vi era un chiosco in pietra bianca, dalle forme aperte e geometricamente spigolose circondato da pulite strisce di prato verde. Era un bar con dei tavolini esterni.
Su uno di questi stavano due signori che in inglese mi chiesero delle informazioni mostrandomi una cartina, come se non fossi nuovo come loro in quella città!
Gli diedi un’occhiata. Poi mentre pensavo, si parlarono in spagnolo. Capì la loro provenienza e in lingua iberica chiesi: “Ustedes son españoles?”
Si guardarono in faccia, poi guardarono me e quasi contemporaneamente, e un po’ imbarazzati, esclamarono: “No, no españoles. Somos bascos!”.
A sud via Széchenyi ci tagliò la strada. Proposi di sederci e dare sfogo agli occhi, desiderosi di rilassarsi alla vista della vita quotidiana di Budapest. Ci sedemmo. Di fronte a noi bellissimi palazzi, macchine in corsa, turisti e cittadini speranzosi. In direzione sud-ovest un palazzo all’angolo di Széchenyi Utca rimaneva distrutto, devastato, cadente, con il tetto scheletrico e le pareti mitragliate. Era un edificio sorretto miracolosamente da travi di legno, in pieno centro era probabilmente un residuo del 1956.

Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007

giovedì 20 marzo 2008

L'ultima mattina del 2007

Traversammo il confine austro-ungherese in una grigia mattina di Dicembre, da un’autostrada che collega le parti settentrionali dei due paesi e che è denominata A4 in territorio austriaco ed M1 in quello ungherese.
Dall’Austria ci portavamo l’idea che ci eravamo fatti dell’altezzosa Vienna, il ricordo del contrasto nitido e classico tra i colori delle facciate dei palazzi e le loro finestre in legno e vetro, quello dei manifesti razzisti nelle metropolitane e dei volti delle persone incontrate.
Oltre alle borse, in Ungheria portavamo il desiderio di rivedere la capitale austriaca, magari di primavera o d’estate, quando l’angolazione della Terra è tale da scaldare anche questa città, precisa e pulita come una donna in cerca di marito.
Superato il Lago di Neusiedl passammo all’Ungheria dal valico di Hegyeshalom, in prossimità dell’angolo di confine Austro-Slovacco-Ungherese, poco a sud di Bratislava, la piccola e dolce capitale slovacca.
Il confine austro-ungherese non esisteva più, era morto poco più di due settimane prima sotto i colpi dell’estensione ad est del Trattato di Schengen. Da quel giorno l’UE dava il via alla libera circolazione dà e per l’Ungheria.
Quando giungemmo al confine, il valico di Hegyeshalom era deserto, privo di guardie e filo spinato, di segnali stradali, barriere e della coda di veicoli tipica di ogni posto di frontiera. La vernice delle strutture sembrava essere ancora fresca, il manto stradale era nuovo, appena rifatto.
L’autobus rallentò leggermente per addentrarsi nel passaggio obbligato di un casello oramai spento. Riprese la sua corsa immediatamente dopo, proprio quando ci accorgemmo del passaggio dall’austriaco all’ungherese non solo nei segnali stradali, nelle pubblicità a bordo strada e nei nomi dei ristoranti e dei motel, ma anche nel gestore telefonico dei nostri telefoni cellulari.
Era l’ultima mattina del 2007 e la passammo ad ammirare i paesaggi collinari e montani dell’Ungheria nord-occidentale, inebriandoci del sapore della nebbia che ci avvolgeva ogni qual volta ci fermavamo.

Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008

sabato 8 marzo 2008

Da una lezione di Sociologia Politica

Trent’anni non erano bastati ad Archimede per scoprire il segreto d’Atlantide. Da quando era riuscito a decifrare un antichissimo papiro egizio, la sua era diventata un ossessione destinata ad estinguersi solo con la scoperta del luogo ove la grande città era stata costruita svariati millenni prima.
Approfittando della partenza di un vascello portoghese alla volta della punta meridionale del Continente Nero, il giovane esploratore, ultimo ramo dell’antico tronco che fu di Archimede il Siracusano, si recò fino al Capo di Buona Speranza.
La mitezza del clima e l’abbondanza di un suolo che stava per essere ricolonizzato da europei non cattolici come quelli che lo avevano portato fin lì, non riuscirono a trattenerlo.
Un giorno d’estate a bordo di una piccola imbarcazione boera si recò fino in Antartide. Era il primo uomo a farlo.
Nonostante il freddo dei mari e lo scetticismo dei marinai che lo accompagnavano, Archimede si immerse nell’acqua alla ricerca delle colonne su cui poggia l’isola di ghiaccio. Sembrava non sentire il freddo, tanto era il suo eccitamento esplorativo.
La città antichissima, secondo il giovane, non poteva essere stata inghiottita se non dai quei ghiacci e dai flutti di quel mare così intensamente blu.
I marinai lo guardavano immergersi e tornare in superficie. Dopo tre giorni si decisero a crederlo pazzo e lo abbandonarono quando ancora era in acqua.
Fu così che Archimede, solo e nudo tra i ghiacci, nuotò per anni alla ricerca dei resti dell’antica civiltà, nutrendosi di pesci e facendosi ingoiare da certi grossi animali per farsi trasportare da una punta all’altra della grande isola di ghiaccio alla ricerca delle colonne portanti su cui prima di questa doveva posarsi Atlantide.

Mischiando una frase di questo testo con altre tre provenienti dai testi di tre colleghi universitari con me a lezione di Sociologia Politica è venuto fuori il seguente testo:

Archimede era stato da poco nominato cavaliere, lui che nudo e solo tra i ghiacci nuotò per anni alla ricerca dei resti dell’antica civiltà. Al servizio del re di Atlantide, Redbull, un ossessione lo attanagliava: “E’ inutile lottare per il potere quando potere e forza sono dentro di noi”.
Ma cosa sono potere e forza se la vita è fatta di gioie e dolori e bisogna accettare anche quelli? Archimede pensò che potere e forza erano concetti astratti, fratelli di un sogno precedentemente raccontato. “Ma qual è questo sogno?”, domandò incuriosito il sovrano ad Archimede nel patio del castello fatto di pietre provenienti da lontane assolate isole.
“Il sogno di morire affinché potere e forza possano risplendere per tutti e non solo per pochi nel regno della gioia”.

Testo scritto il 4 Marzo 2008
Messina, Sicilia