L’atto finale della sua visita fu un orgasmo. Silenzioso quanto febbrile e sincero, esso la contorse sul mio corpo stanco e sudato. Entrambi, svenuti su di un largo materasso in una salotto fatto di poltrone, tende, piante e souvenir, ci addormentammo abbracciati l’un l’altro per risvegliarci e dirci addio nella tenue luce dell’alba del giorno successivo.Lei andò via, io rimasi a letto per qualche ora. Poi mi alzai e, vestito in fretta, scesi giù a prendere l’autobus e la metropolitana che mi avrebbero portato all’Ambasciata statunitense. Anziché aprire il libro e leggere come ogni mattina, in metropolitana pensavo alla donna che poche ore prima avevo amato e che avevo lasciato andare via all’aeroporto, da sola. Me ne pentii.
All’ambasciata in quei giorni si lavorava a regime. Interviste, video editing, rassegna stampa mi tenevano occupato quanto gli altri. La suddivisione del lavoro era eccellente, l’ambiente pure e si lavorava con piacere e onesta collaborazione.
Quelli erano gli ultimi giorni e lo capii subito dopo la partenza di Judit. Presto la mia vita sarebbe cambiata di nuovo, sarei andato a letto tardi, non mi sarei più svegliato alle sei del mattino, avrei smesso di essere o sentirmi un vero giornalista impiegato, finito di soffrire il gelo mattutino che ogni giorno, all’uscita di casa, mi tormentava le mani, e soprattutto non avrei più vissuto a Roma.
In quei giorni seguii da giornalista l’inaugurazione del nuovo spazio espositivo del Museo Napoleonico di Roma, intervistai l’attore Giancarlo Giannini, incontrai due scienziati della NASA e li intervistai insieme ad una giornalista di Panorama, scrissi articoli sul risparmio energetico e sul riciclo dei materiali messo in atto dall’Ambasciata e dai consolati USA in Italia, tradussi dall’inglese un comunicato sulla situazione sanitaria a Napoli per tranquillizzare i tanti turisti americani presenti nella città partenopea, partecipai sempre più attivamente alla rassegna stampa mattutina e completai la presentazione video del programma Face to Face, una web-chat tv in streaming che settimanalmente propone a studenti e professionisti del settore diplomatico e giornalistico interviste e dibattiti.
Un giorno, camminando in direzione del mio ufficio, incontrai Ben, il capo del Press Office.
Proveniva dalla direzione contraria alla mia e con i suoi lunghi passi sembrava tagliare l’aria.
Sembrava un tipico incontro da film western. Ci guardammo da lontano, poi sempre più vicino.
A circa due metri di distanza, facendo l’accento australiano mi chiese: “How are you going bro?”.
“Not bad mate and you?”, risposi a tema, imitando il modo di parlare dei miei amici rimasti in Australia.
“Muy bien gracias!”, disse in spagnolo dopo avermi già superato ed essersi girato leggermente verso di me oramai alle sue spalle. “Ah…when you can – aggiunse in tono serio - come to my office please”.
La mia bocca reagì automaticamente: “Sure! Five minutes and I will be there!”, esclamai salutandolo con la mano e continuando per la mia strada.
Entrai nel mio ufficio. Salutai Patrizia e sprofondai sulla sedia appoggiando i gomiti sulla scrivania e affondando le mani nei capelli. “Che cazzata avrò combinato?”, pensavo un po’ preoccupato ma deciso a non fasciare la testa prima di averla rotta.
“Tutto bene?”, domandò Patrizia.
“Si, si, tutto ok, grazie. Devo solo passare da Ben ed ho un forte mal di testa”, risposi mentendo.
“Dormito poco eh?”
“Già, ma adesso prendo un’aspirina”.
Trafficai un po’ al computer, contattando dei giovani studenti americani interessati ad incontrare i già famosi interns italiani. Poi consultai il manuale, lo richiusi e andai in bagno.
“Vado a prendere l’aspirina”, dissi a basso voce facendo voltare Patrizia che sorrise leggermente.
Andai in bagno e mi lavai la faccia. Sistemai i capelli, tolsi la cravatta, rifeci il nodo e poi sistemai il vestito. Ero pronto per andare da Ben.
Entrai dopo aver bussato. Lui era alla scrivania battendo al computer, proprio davanti ad una larga finestra che lo metteva in sottoesposizione. I mobili erano nuovi e ciò mi fece capire il traffico dei giorni precedenti: il boss aveva cambiato i mobili.
Davanti alla scrivania, accanto alla porta da cui entrai, un televisore era sintonizzato sul canale sportivo ESPN. C’era una partita di Hockey su ghiaccio.
Mi fece accomodare. “Just a minute please”, disse.
Scelsi la poltrona alla mia destra. La posizione che assunsi era studiata per evitare di sembrare intimorito. Le gambe erano leggermente divaricate, le mani assolutamente occupate a dare colpetti sulle cosce, il viso sereno, leggermente sorridente.
Durante l’incontro si congratulò per la qualità degli ultimi lavori e poi mi disse che l’Ambasciata mi aveva scelto tra una lista di giovani giornalisti italiani per un progetto del Foreign Press Center
del Dipartimento di Stato USA diretto ad invitare dieci giovani giornalisti europei a seguire le elezioni primarie statunitensi per conto dei rispettivi media.
L’Ambasciata aveva scelto me da un lista di decine di persone. Mi considerarono giornalista a tutti gli effetti, considerarono LaSpecula.com - il giornale per cui avrei seguito la campagna elettorale - una testata giornalistica (cosa oramai certa da un anno) riconosciuta dal Dipartimento di Stato e degna di usufruire dei vantaggi economici di tale riconoscimento.
Ben mi domandò se pensassi di accettare la candidatura. “I already accepted it”, risposi entusiasta.
Essa sarebbe stata resa nota al Washington Foreign Press Center il quale avrebbe valutato tutte le candidature europee proposte da ciascuna ambasciata USA in Europa e scelto i dieci fortunati prima della fine della mia collaborazione con la sede diplomatica.
Qualora avessero scelto me, ad Aprile sarei partito per gli Stati Uniti con un volo pagato dal Dipartimento di Stato, avrei soggiornato e viaggiato gratuitamente a Washington e Philadelphia passando dalla Pennsylvania, allo State of Columbia, dal Delaware e dal Maryland alla Virginia, avrei conosciuto Barack Obama, John McCain e decine di giornalisti europei e americani, avrei rivisto Hillary Clinton e il marito ex presidente e soprattutto sarei stato negli Stati Uniti per il secondo anno consecutivo, fornito – a differenza della prima volta – di appoggio logistico per scrivere decine di articoli sulle elezioni e su tutto ciò d’interessante che mi si sarebbe presentato. Quella notizia mi rese euforico. Lasciai l’ufficio di Ben ringraziandolo con moderazione ma appena in corridoio iniziai a correre di felicità e condividere la novità con tutti quelli che incontrai. La possibilità di poter vivere l’esperienza delle primarie riempì le ultime giornate all’Ambasciata: non aspettavo altro che la conferma del Washington Foreign Press Center, per quanto mi riguardava la mia candidatura doveva assolutamente essere tra le dieci selezionate.
Quel pomeriggio ricevetti l’invito di Anne, Minister Counselor for Public Affairs (ministro consigliere per gli Affari Pubblici dell’Ambasciata USA in Italia), per un rinfresco con letterati e intellettuali italiani e americani da tenersi a casa sua, presso Piazza Navona e Piazza delle Cinque Lune, alle nove di quella stessa sera. Ci andai con Domenica, Roberto e Sergio: un quartetto straordinario che non smetteva mai di ridere e provocare, chiedere informazioni stradali, disturbare le turiste asiatiche e fermarsi a guardare le vetrine dei negozi.
L’ascensore dell’edificio era piccolo e si entrava in non più di quattro. Io capitai un signore italo-americano di religione giudaica, anch’egli invitato dal ministro consigliere. Era uno scrittore, si presentò da gentiluomo e disse di chiamarsi Levi.
Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008


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