Le mie “Quattro giornate a Napoli” mai ebbero a che fare con le gloriose e storiche “Quattro giornate di Napoli” in cui la popolazione partenopea, esasperata per i lunghi e stremanti anni di guerra, insorse contro l’occupazione nazista, liberando la città e permettendo alle forze anglo-americane di trovare al loro arrivo, 1 Ottobre 1943, una città affrancata dalla svastica.Se le “Quattro giornate” che valsero all’antica Neapolis romana la Medaglia d’Oro al Valor Militare si consumarono dal 27 al 30 Settembre del 1943, le mie giornate a Napoli iniziarono il primo di Febbraio 2008 per spegnersi poco dopo.
Ci arrivai in treno da Roma, con Judit. Eravamo entrambi allegri, entusiasti di rincontrarci dopo tre settimane in una città nuova, diversa dalla solita e brulicante Roma dove, tra l’altro, saremmo stati per i successivi giorni.
Alla Stazione Centrale di Napoli ci liberammo dell’imbarazzo ancora nell’aria tra noi interposta, per rimpossessarci della passata sicurezza del nostro rapporto. Senza perdere mai di vista i piccoli bagagli che ci portavamo dietro, ci abbracciammo e baciammo in continuazione.
All’ingresso principale della stazione, di fronte le macchine bianche dei taxi cittadini e tra le facce spente dei pendolari e le borse colorate delle turiste, incontrammo Patrizia, Serena e Adriano, tre colleghi che come me avrebbero dovuto effettuare il colloquio con il console inglese per una eventuale futura collaborazione con il Consolato Britannico della città.
Nonostante la cordialità, i sorrisi e gli abbracci, l’aria mattutina, e soprattutto le poche ore di sonno dormite da Judit e dai tre appena giunti a Napoli in treno dalla Sicilia, segnarono di brevità il colloquio, terminato con l’appuntamento organizzato per il mezzodì al civico 40 di Via dei Mille, dove da qualche anno era sita la sede consolare inglese.
Lasciati gli altri, Judit ebbe modo di constatare la superficialità con cui avevo organizzato il viaggio a Napoli. Non avevo prenotato l’albergo e, mancando esso, eravamo privi di un sicuro punto di ritrovo in cui lei, in attesa del mio ritorno dalla sede consolare, avrebbe potuto riposarsi dal lungo viaggio che da Budapest l’aveva portata prima a Roma e subito dopo a Napoli.
“Non vi è motivo di cercare e prenotare una stanza d’albergo a Napoli”, avevo detto fino al giorno prima. “Vicino alla stazione o nei pressi del porto troveremo certamente numerosi ed economici ostelli”.
Il tempo a disposizione per trovare un albergo era limitato non soltanto dall’appuntamento di mezzogiorno ma anche dalla nostra mancanza di orientamento e quindi di organizzazione tempistica. Non avevamo mappe, non conoscevamo nessuno, non sapevamo quali zone frequentare e quali evitare: per entrambi era la prima volta nella capitala italiana dei Borbone.
Dalla rapida occhiata data allo spiazzo tra la stazione e la statua di Garibaldi fu evidente che le mie considerazioni si dimostrarono sbagliate. Non trovammo alcun albergo economico.
La tensione aumentò di colpo. Judit iniziò a lamentarsi sottovoce ma al punto giusto da farmi sentire cosa borbottasse. Io vedevo il suo viso contratto ed iniziavo a vergognarmi. “Vengo a trovarlo e lui mi riceve così...”, sembrava dire con gli occhi e con le gesta delle mani. “E’ proprio mancanza di tatto”, interpretavo dalla forza con cui tirava dietro di sè la valigia.
Decidemmo di andare a Piazza Amedeo insieme e cercare lì un albergo. La speranza ci invase.
Appena giunti, dopo aver chiesto informazioni all’uomo rinchiuso in una gabbia di giornali, riviste e film pornografici, situato immediatamente alla destra della stazione metropolitana, ci fu chiaro che le possibilità di trovare un albergo economico in quella zona erano pari a quelle che avevo di diventare Presidente del Consiglio dei Ministri. “Questa” ci spiegò l’anziano giornalaio, “insieme al Vomero, che si trova proprio sopra la collina qui su, è la zona migliore e più cara di Napoli, ma potete provare a destra in Via Crispi. So che ci sono degli alberghi ma non conosco il numero di stelle”.
Ringraziai e tornai dalla magiara a viso basso, facendo finta di voler sistemare la fibbia della valigia. Mi chiese di tradurre. Allora alzai lo sguardo e cercando di evitare i suoi occhi indicai Via Crispi con l’indice della mano destra. “Lì c’è un albergo!”, esclamai in tono trionfale. Lei accennò ad un amaro sorriso.
Ci incamminammo. La strada non era lunga ma i marciapiedi dissestati rendevano difficile l’aderenza delle ruote delle valigie e ogni buca ci obbligava a fermarci per rimettere i trolley in carreggiata. All’inizio incurvavamo la schiena, piegavamo leggermente le ginocchia e utilizzando le mani le ricomponevamo. Poi, stanchi e impacciati nella pesantezza degli abiti e nell’incomodità del sudore, ci limitammo a dare leggeri e decisi colpi alle valigie con il piatto delle scarpe.
Giungemmo al “Crispi Hotel” una volta superato il cordone consolare franco-tedesco. Pochi gradini ci accolsero in un ingresso piccolo e squallido, mentre una signora, una matrona grassa vestita con una maglietta bianca e dei pantaloni a righe verticali blu e bianche, ci accolse malamente informandoci sui prezzi. Per una notte bisognava spendere settanta euro. Troppo per le nostre modeste risorse studentesche.
“Una notte qui potremmo farla, almeno la prima”, dissi a Judit più per non sentirla lamentare che per interesse nei confronti della sua stanchezza. Disse di “no” con la testa. Allora ritornammo in Via Crispi, passando nuovamente accanto ai consolati francese e tedesco, giungendo a Piazza Amedeo.
Di fronte l’ingresso metropolitano ci stava un albero con alcune panchine in cemento. Ci sedemmo lì per giungere alla decisione di dividerci: io mi sarei diretto a piedi e con la valigia al consolato, lei sarebbe tornata a Piazza Garibaldi in cerca di un albergo che rientrasse nelle nostre possibilità economiche.
Era quasi mezzogiorno ed io non volevo certo giungere tardi al primo incontro con il console. In poco più di cinque minuti raggiunsi il civico 40. Lì incontrai gli altri.
In anticipo di venti minuti proposi di andare al bar. Ci andai con Patrizia. Ci sedemmo al tavolino per bere un’acqua tonica, inviare (via internet, con il portatile che mi portavo appresso) il mio curriculum al responsabile delle relazioni esterne del consolato ed acquistare cioccolatini da regalare a Judit.
A cinque minuti dall’appuntamento ricollocai di fretta il computer portatile nella borsa a tracollo senza immobilizzare il portatile dalla cintura a strip interna.
A mezzogiorno in punto tutti e quattro suonammo il campanello del consolato. Ci aprirono e in pochi minuti il responsabile per le relazioni esterne dell’ufficio consolare, Gerardo, ci accolse calorosamente nella Conference Room, una stanza di riunione elegante e sobria come solo gli inglesi possono riuscire.
Ci sedemmo in comode poltrone marroni, sotto quadri di piccole e medie dimensioni, a lato di un lungo tavolo a forma ellittica che divideva a metà un pavimento vellutato da una moquette blu notte.
Il console Michael Burgoyne ci raggiunse appena l’ultimo di noi si presentò stringendo la mano a Gerardo. In giacca e camicia, senza cravatta e con una bella barba da ammiraglio inglese della Seconda Guerra Mondiale - di quelle che mi piacerebbe vedere nel volto di mio padre o, al momento giusto, nel mio - ci strinse la mano sorridendo.
Dalla parete bianca staccò un quadretto presentandocelo come l’autentica lettera con cui Giuseppe Garibaldi ringraziò il governo di Sua Maestà per la neutralità bellica dimostrata durante il trasbordo dei Mille dalle coste siciliane alla terra dei Briganti di una volta, la Calabria.
In quella lettera, il dittatore dalla comicia rossa invitava le autorità inglesi ad accettare come dono “un ristretto spazio necessario all’opera pia cui la vogliono destinare”. Si trattava di un piccolo terreno fabbricabile sito nell’attuale Via San Pasquale da destinare alla costruzione della chiesa anglicana che le precedenti autorità napoletane - i cattolicissimi Barbone - si erano sempre rifiutati di concedere.
Gerardo ed il console si alternavano nella spiegazione. Oltre a dirci che i disegni protetti dai quadretti di vetro appesi alle pareti altro non erano che i disegni preparatori dell'edificio religioso, ci fecero notare un particolare, un errore ortografico che lo stesso Garibaldi commise: egli si era definito “Dittattore” con quattro “t”.
L’incontro si concluse bene: ci accettarono tutti ed in data da decidere saremmo stati a turno loro collaboratori. Sorpreso della mia cittadinanza australiana e della mia appartenenza al Commonwealth, il console esclamò nella mia direzione: "Ah che bello! Finalmente qualcuno con cui giocare a cricket!".Salutammo le autorità diplomatiche, poi, ritornati sulla strada, ci salutammo tra noi. Loro avrebbero fatto una passeggiata per poi prendere il primo treno per il Sud. Io corsi da Judit.
Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008


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