giovedì 8 maggio 2008

I mille profeti si riuniscono sempre a Roma

Poco prima dell’esordio in Ambasciata, dalla Sicilia venne a trovarmi mio padre. Mi portò vestiti e oggetti che, inutili in Europa centro-orientale, mi sarebbero serviti a Roma. Venne in aereo ma ci ritrovammo alla stazione Termini, dove mi disse: “con questo giaccone, questa sciarpa e questa coppola ti trovo invecchiato”.
Andammo a casa per lasciarci le valigie e incontrare una sua vecchia amica d’infanzia, la padrona della casa a Santa Maria del Soccorso dove sarei stato per i due mesi successivi: Giacomina, in arte Gemma.
L’atmosfera che respirai in quei momenti fu lieta, non solo perché ebbi modo di camminare con mio padre per le strade di Roma (cosa che non facevo da quando ero ancora un quasi adolescente), ma anche perché ebbi la possibilità di assistere all’incontro di due persone – mio padre e Gemma - che si ricordavano ancora con i capelli neri e senza rughe in volto.
Mio padre rimase a Roma per tre giorni, giusto il tempo per godersi da turista la città una volta capitale del mondo, invitarmi a mangiare al ristorante un paio di volte, visitare qualche museo e assistere all’Angelus del Papa.
“Credi sia veramente lui alla finestra?”, gli domandai con il naso in su in direzione di un individuo vestito di bianco affacciato ad una finestra su Piazza San Pietro.
“E’ talmente piccolo che potrebbe essere chiunque”, rispose mio padre sorridendo.
Turisti e fedeli fotografavano il Papa, io e mio padre ascoltavamo e ogni tanto ci guardavamo perplessi. Forse la pensavamo allo stesso modo?
Quando iniziò a piovere, la gente si rifugiò sotto il colonnato ed il Papa, da solo alla finestra, continuò a parlare, a fare il suo Angelus, mentre io e mio padre andammo a mangiare dell’ottima pasta all’uovo.
Quel giorno lo passai interamente con lui, camminando per le belle piazze e chiese di Roma, guardando il Colosseo come fosse stata la prima volta, parlando di storia e religione. Quel giorno fu un bel giorno di Gennaio che ricorderò certamente per molti anni.
Quando mio padre ripartì alla volta della Sicilia mi sentivo pronto per il mio primo giorno in Ambasciata. I capelli li avevo tagliati, i vestiti stirati, le scarpe lucidate e soprattutto avevo terminato di leggere tutti i libri sugli Stati Uniti che la mia piccola libreria personale disponeva.
Quel giorno arrivò. Alle nove della mattina avevo già superato i controlli dei marines e incontrato Roberto e Sergio, due studenti di Messina che mi avrebbero accompagnato in questa esperienza.
Li conoscevo appena ed ero pronto a legarmi a loro ma, almeno per i primi giorni, non fu così. Invece di avvicinarci ci allontanammo a causa di diffidenze e competizioni. Alcune volte mi sentivo aggredito, mi dava enormemente fastidio venire sgominato da altri quando ero io ad essere stato interpellato. Mi venivano rivolte delle domande e c’era chi era pronto a rispondere per me, come fosse un tutore, o di dire per telefono “si, adesso te lo mando”, riferendosi a me come fossi un dipendente di terz’ordine.
Anche quando si camminava per l’Ambasciata in compagnia di altri dipendenti, con il dolore al tendine d’Achille e al ginocchio destro faticavo a stare al loro passo e spesso mi trovavo alle loro spalle mentre loro discutevano di argomenti che riuscivo a sentire solo parzialmente.
Mentre il tendine guariva progressivamente cercai di uscire dalle loro ombre lavorando il più possibile e cercando ottimi risultati lavorativi. Ci riuscì talmente bene da comportarmi proprio come, ai miei occhi, si erano comportati loro con me.
Quello fu il momento in cui, riuniti tutti e tre in una stanza da briefing, ci chiarimmo. Fu un grande giorno, importante non solo perché ci trasformò in una compatta squadra di singoli cooperanti, ma soprattutto perché ci avviò ad una sincera amicizia che dura ancora adesso. Quel giorno ci aiutò a crescere, a capire di dover essere chiari e onesti sempre, con tutti.
Voglio molto bene a Roberto e Sergio, li considero due cari ragazzi, due ottimi giornalisti, sensibili e allegri e con un numero di difetti pari al mio. Quando penso a loro non posso fare a meno di ricordare i bei giorni in Ambasciata, dove tra una notizia e l’altra, un cornetto e un’insalata, una traduzione e trascrizione, ridevamo e scherzavamo, ci prendevamo in giro sentendoci più vicini a Dio, fieri di camminare in giacca, camicia e cravatta e con quel pass da intern attaccato al collo.
Ogni tanto si usciva insieme per bere qualcosa, disturbare le turiste straniere, mangiare qualcosa e parlare dei colleghi dell’IRC, dell’Ufficio Stampa e di quello Culturale. Si discuteva di donne, americane e non, del servizio di sicurezza, della migliore pizza della zona, dei migliori giornali d’Italia e infine di noi tre, delle idee, dei sogni, dei problemi di noi semplici, giovani ragazzi di quella che ho sempre definito la provincia della provincia della provincia d’Europa: Messina.
Gennaio 2008 passò così, tra lavori in Ambasciata, amici scoperti e abbracciati, esperienze nuove e illuminanti, serate in compagnia di persone vive e vegete e altre in cui, su di un piccolo letto di uno striminzito appartamento popolare a Santa Maria del Soccorso, mi ritrovavo con Robinson Crusoe e Gulliver.

Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008

1 commenti:

Sergio ha detto...

Grande cumpà...spettacolare questo post! Appena puoi ci facciamo un giro, in onore dei nostri giorni romani! Un abbraccio, Sergio