Gli ultimi giorni a Budapest nei primi giorni del 2008 passarono tra risvegli causati dalla luce riflessa dalla neve alla finestra, passeggiate e viaggi in macchina verso luoghi urbani ed extraurbani, pesanti e buonissimi pranzi e cene a base di carni rosse ed incontri con vecchi amici.
Quei giorni passarono tanto rapidamente da non permettermi di prendere sempre appunti su quello che alcune settimane prima, nel momento dell’organizzazione del viaggio, definii “Il viaggio dei confini orientali”. Era la prima volta che mi succedeva: viaggiare, conoscere, incontrare senza prendere appunti sul taccuino d’ordinanza, un lavoro notturno che però non riuscivo a fare per la c.d. “regola dell’ordine delle cose”.
Il giorno in cui avrei dovuto tornare in Italia si avvicinava inesorabile ma nonostante tutto non ero triste: avevo visitato tre paesi centro-europei, di cui due mai visitati prima, varcato per la prima volta dei confini veri e propri, ampliato le mie conoscenze politico-economiche e socio-culturali sull’Ungheria e rivisto Juditka. Infine, sapevo che dopo meno di un mese avrei rivisto Judit e che a Roma una grande esperienza lavorativa mi aspettava in uno dei posti in cui fino a qualche mese prima meno mi aspettavo di essere chiamato a lavorare: l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma.
In quei giorni in Ungheria cercai di fare più cose possibili, di vedere luoghi sentiti solo per nome o letti nei libri, fare dei reportages, incontrare persone sconosciute e consolidare il rapporto d’amicizia con quelle già note e costruirmi una memoria il più possibilmente solida sulla mia esperienza con Judit.
Tranne il viaggio in Serbia riuscii a fare tutto. Come dimenticare le serate a casa di Karcsi con suo fratello Milán, la mia Judit e la brava Brigitte, mangiando squisiti tipici piatti ungheresi cucinati dal padrone di casa e ridendo come matti sulla qualsiasi? E l’interessante intervista fatta a Milán Kopasz di fronte ad una calda tazza di tè? La mia prima guida fuori dai confini italiani? Le conversazioni su temi storico-politici con il padre di Judit, Attila? E che dire poi della notte in cui lottando contro la fitta nebbia della notte di Budapest perdemmo varie ore viaggiando in macchina alla ricerca di un indirizzo sul lato di Buda? E la scoperta delle scarpe di metallo coperte di neve sul Pest side del Danubio, proprio accanto al Parlamento, in ricordo degli ebrei uccisi in quel luogo dai nazisti?
Semplicemente impossibile da dimenticare, proprio come il freddo pungente che in quei giorni sembrava portare gli arti in cancrena. Quei giorni, gli ultimi a Budapest ed i primi del nuovo anno, si conclusero alle quattro di notte tra la neve dell’Üllői út, con un forte abbraccio tra me e Judit. Il taxi mi aspettava, era ora di andare.
Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008


1 commenti:
ciao Alex: la foto di Budapest e' bella. Quando tu lasci per America? (scusa mio italiano!)
sarai a Messina in giugno - 6-8 giugno?
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