giovedì 10 aprile 2008

A Roma in compagnia di Tex

Era la mattina del 9 Gennaio 2008, mi trovavo alla Stazione Ferroviaria di Roma Termini ed ero appena giunto da Budapest con un volo diretto della WizzAir, una compagnia low cost ungaro-slovacca.
Ero a Roma per un tirocinio all’Ufficio Stampa dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma che avrei iniziato dopo un periodo di cinque giorni di adattamento e riposo con cui speravo di rimettermi dai dolori al tendine d’Achille continuamente accusati nel piede destro.
Ancora addormentato per le poche ore di sonno sfruttate durante la notte precedente, avrei dovuto aspettare tutta la mattinata in stazione fino a quando la padrona della casa dove avrei risieduto per i due mesi dell’intership, fosse tornata a casa dal lavoro. Solo allora mi sarebbe stato possibile riposare serenamente, senza preoccuparmi, come accadeva in stazione, di tenere vicino tutti i miei oggetti per paura che me li rubassero se mi fossi addormentato.
Per un po’ dormii accovacciato su di una poltrona nera posta nell’ultima sala della sala d’aspetto della stazione e circondato dalle mie valigie. Poi, maledetto il dolore al collo causato dalla posizione, decisi di leggere qualcosa. I libri che mi ero portato erano dentro una grande valigia chiusa in tutta fretta la notte prima, e non mi andava di prenderli, così decisi di leggere un fumetto, il primo fumetto della mia vita.
Andai ad un’edicola della stazione e dopo un’attenta occhiata scelsi e pagai “Springfield Calibro 58”, il 441mo episodio di “Tex”, il fumetto preferito di un caro amico, quello con la copertina più bella tra tutti quelli esposti in edicola in quel momento, quello più economico. Sembrava il fumetto giusto.
Tornai alla sala d’aspetto, nella stessa poltrona di prima. Posizionai le valigie in modo da avere tutto sottocontrollo e osservai bene la copertina del fumetto. Era lucida, ben fatta, colorata, molto attraete, con un indiano che sembra colpire a morte con un coltello, proprio come un congiurato, un bianco a cavallo dai jeans blu, la camicia gialla e il cappello da cowboy, Tex.
Lo lessi tutto d’un fiato in circa un’ora. Ammetto che quel fumetto non mi lasciò nulla, era stata una semplice lettura per far passare il tempo, ma la mattinata era ancora lunga e cosa avrei fatto? Decisi di comprare un nuovo fumetto, sempre di Tex, “magari” – pensavo – "se si leggessero più episodi sarebbe più facile comprenderne alcune sfaccettature di valenza psicologica ma anche sociale, culturale e politica".
Comprai l’episodio numero 257, intitolato “La pista nel cielo”. Alla copertina mancava la lucentezza della prima ed il prezzo era ancora espresso in lire. Vi era raffigurata una piccola stazione ferroviaria colma di bandiere a stelle e strisce e un Tex in soliti abiti blu e gialli dopo aver sferrato un cazzotto ad un altro bianco vestito a mo’ di banchiere.
Anche questa volta la lettura fu veloce e priva di soddisfazione. Quando terminai di leggerlo si era quasi fatta l’ora di andare a Santa Maria del Soccorso per incontrare la proprietaria dell’appartamento dovrei sarei dovuto rimanere per due mesi.
L’occasione di prendere le valigie e andare me la diede un italiano appena tornato da Israele che parlava in continuazione e a voce alta al telefono informando amici e parenti del suo ritorno da Tel Aviv.
Quando terminò di parlare e si apprestò ad aprire il giornale sollevò lo sguardo puntandolo verso un borsone lasciato da qualcuno a pochi metri da me, alla mia destra. Rivolgendosi a me e poi a tutti i presenti chiese di chi fosse quel borsone. Non era di nessuno dei presenti, così esclamò “Iniziamo bene! Chiamiamo le forze armate!”
Si alzò e andò a chiamare la polizia ferroviaria. Nell’attesa del loro arrivo tornai sulle sue parole: “chiamiamo le forze armate” e riflettei sui motivi che possano aver spinto un italiano, probabilmente di religione o origine ebrea, appena tornato da Israele, terra di fuoco e sangue.
Le forze dell’ordine erano propense ad aprire il borsone. Io, certo che non si trattasse di bomba ma altrettanto certo che non valesse rischiare, decisi di allontanarmi dalla sala d’aspetto e incamminarmi per Santa Maria del Soccorso. Iniziava così il mio soggiorno romano.

Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008

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