Mi trovavo a Szabadság Tér, una piazza di Budapest sul lato di Pest, a poche centinaia di metri dalla riva del Danubio, tra Margitsziget, l’isola Margherita, e Ferenciek Tere, lo spiazzo più vicino a Vàci Utca, la famosa, turistica e poco attraente strada dei ristoranti e delle puttane.Ero in compagnia di giovani studentesse italiane e di alcuni professori dell’Università di Messina, giunti in quel paese con me per aver vinto una borsa di studio da consumarsi come gli yogurt in tre settimane, da Agosto e Settembre 2007.
Quella mattina, in una Budapest estiva, coperta da un cielo azzurro e leggiadro, eccitata da un’aria fresca e serena, guidavo il gruppo con una piccola guida turistica e con la mappa che facilmente tenevo a mente dopo averla studiata per notti intiere.
Da Kossuth Tér, la piazza del parlamento ungherese, tagliammo in diagonale sulla Vécsey Utca incontrando una statua di Imre Nagy.
Se non fosse stato per i libri letti durante le settimane precedenti al viaggio e le conversazioni con i professori di storia che mi accompagnavano, sarebbe risultato difficile pensare che in quella piazza assolata e in quelle vie piene di gente, tanti anni fa sostarono, passeggiarono e marciarono rappresentanti del regno austriaco, rivoluzionari, artisti, politici, morti di fame, comunisti, americani, russi, spie, soldati, milizie cittadine armate, cittadini. Se non fosse stato per i ricordi delle scuole, dell’attenzione con cui guardavo da piccolo le foto in bianco e nero dei libri di storia, difficilmente in quel momento avrei immaginato risorgimentali decisi all’indipendenza dall’Austria o carri armati sovietici sprangati dai bastoni dei cittadini e ostacolati dai sampietrini divelti dalle strade.
Posta su di un ponticello a guardare il Parlamento, la statua equestre di Kossuth e la bandiera con il buco al centro, la statua di Imre Nagy - del comunista borghese, del comunista ungherese dal volto umano che volle e difese la rivoluzione del 1956 contro le interferenza interne dell’Unione Sovietica – rendeva facile le fotografie ai turisti e, con quello sguardo triste e lontano sfogliato da un cappello, faceva pensare a tempi lontani di bianco e nero.
Da lì fu facile trovare Szabadság Tér. E’ una piazza asimmetrica, delimitata a nord da edifici disposti a cerchio e tagliata di netto a sud da Széchenyi Utca.
A darci il benvenuto nella grande piazza fu un obelisco in pietra, provvisto dei simboli dell’Unione Sovietica e del comunismo internazionale (stella, falce e martello dorati). Scoprimmo essere l’ultimo monumento sovietico rimasto in città.
Come avrei avuto modo di scoprire più avanti con una visita specifica, la città di Budapest ha recentemente rimosso tutti i monumenti di carattere socialista che fino a pochi anni fa l’abbellivano: tutti tranne quello in Szabadság Tér per motivi che presuppongo essere di matrice storica e politica.
L’obelisco di pietra non è un monumento propagandistico al socialismo ma commemorativo e funebre in ricordo dei soldati sovietici morti durante la Seconda Guerra Mondiale per la liberazione della città dai nazisti, ed essendo tale sarebbe difficile per il governo di Budapest toglierlo senza provocare preoccupanti malumori a Mosca.
Dopo qualche foto seguimmo la piazza verso sud. Giunti al centro, alberi verdi ci circondavano in un semplice labirinto. Alla destra, quindi in direzione del Danubio, la sede nazionale della Televisione pubblica ci salutava con la sua insegna nera e gialla, semplice, classica e austera. Dall’altra parte una bandiera dai colori sgargianti a stelle e strisce ci presentava l’Ambasciata degli Stati Uniti, lì a poca distanza dal monumento ai soldati sovietici da tempi immemorabili. Che contrasto quello tra la bandiera USA posta fuori l’ambasciata e la falce ed il martello dell’obelisco di pietra!
Tra la sede televisiva e l’ambasciata vi era un chiosco in pietra bianca, dalle forme aperte e geometricamente spigolose circondato da pulite strisce di prato verde. Era un bar con dei tavolini esterni.
Su uno di questi stavano due signori che in inglese mi chiesero delle informazioni mostrandomi una cartina, come se non fossi nuovo come loro in quella città!
Gli diedi un’occhiata. Poi mentre pensavo, si parlarono in spagnolo. Capì la loro provenienza e in lingua iberica chiesi: “Ustedes son españoles?”
Si guardarono in faccia, poi guardarono me e quasi contemporaneamente, e un po’ imbarazzati, esclamarono: “No, no españoles. Somos bascos!”.
A sud via Széchenyi ci tagliò la strada. Proposi di sederci e dare sfogo agli occhi, desiderosi di rilassarsi alla vista della vita quotidiana di Budapest. Ci sedemmo. Di fronte a noi bellissimi palazzi, macchine in corsa, turisti e cittadini speranzosi. In direzione sud-ovest un palazzo all’angolo di Széchenyi Utca rimaneva distrutto, devastato, cadente, con il tetto scheletrico e le pareti mitragliate. Era un edificio sorretto miracolosamente da travi di legno, in pieno centro era probabilmente un residuo del 1956.
Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007


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