sabato 8 marzo 2008

Da una lezione di Sociologia Politica

Trent’anni non erano bastati ad Archimede per scoprire il segreto d’Atlantide. Da quando era riuscito a decifrare un antichissimo papiro egizio, la sua era diventata un ossessione destinata ad estinguersi solo con la scoperta del luogo ove la grande città era stata costruita svariati millenni prima.
Approfittando della partenza di un vascello portoghese alla volta della punta meridionale del Continente Nero, il giovane esploratore, ultimo ramo dell’antico tronco che fu di Archimede il Siracusano, si recò fino al Capo di Buona Speranza.
La mitezza del clima e l’abbondanza di un suolo che stava per essere ricolonizzato da europei non cattolici come quelli che lo avevano portato fin lì, non riuscirono a trattenerlo.
Un giorno d’estate a bordo di una piccola imbarcazione boera si recò fino in Antartide. Era il primo uomo a farlo.
Nonostante il freddo dei mari e lo scetticismo dei marinai che lo accompagnavano, Archimede si immerse nell’acqua alla ricerca delle colonne su cui poggia l’isola di ghiaccio. Sembrava non sentire il freddo, tanto era il suo eccitamento esplorativo.
La città antichissima, secondo il giovane, non poteva essere stata inghiottita se non dai quei ghiacci e dai flutti di quel mare così intensamente blu.
I marinai lo guardavano immergersi e tornare in superficie. Dopo tre giorni si decisero a crederlo pazzo e lo abbandonarono quando ancora era in acqua.
Fu così che Archimede, solo e nudo tra i ghiacci, nuotò per anni alla ricerca dei resti dell’antica civiltà, nutrendosi di pesci e facendosi ingoiare da certi grossi animali per farsi trasportare da una punta all’altra della grande isola di ghiaccio alla ricerca delle colonne portanti su cui prima di questa doveva posarsi Atlantide.

Mischiando una frase di questo testo con altre tre provenienti dai testi di tre colleghi universitari con me a lezione di Sociologia Politica è venuto fuori il seguente testo:

Archimede era stato da poco nominato cavaliere, lui che nudo e solo tra i ghiacci nuotò per anni alla ricerca dei resti dell’antica civiltà. Al servizio del re di Atlantide, Redbull, un ossessione lo attanagliava: “E’ inutile lottare per il potere quando potere e forza sono dentro di noi”.
Ma cosa sono potere e forza se la vita è fatta di gioie e dolori e bisogna accettare anche quelli? Archimede pensò che potere e forza erano concetti astratti, fratelli di un sogno precedentemente raccontato. “Ma qual è questo sogno?”, domandò incuriosito il sovrano ad Archimede nel patio del castello fatto di pietre provenienti da lontane assolate isole.
“Il sogno di morire affinché potere e forza possano risplendere per tutti e non solo per pochi nel regno della gioia”.

Testo scritto il 4 Marzo 2008
Messina, Sicilia

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