giovedì 28 febbraio 2008

Pensieri da tram viennesi

Durante il mio primo viaggio a Budapest, colleghi italiani e stranieri definivano la capitale ungherese “la piccola Vienna”. Io, che fino a quel momento non avevo mai visto le bellezze della città dell’Imperatore Francesco Giuseppe, rimanevo dubbioso, domandandomi se l’accostamento fosse valido alla luce della vicinanza storico-politica e geografica e del comune denominatore danubiano.
Giunto in un’assolata ma fredda Vienna il 29 Dicembre 2007 riproposi alla mia mente la questione. Judit, che mi accompagnava, non disse una parola per non far pesare la sua cittadinanza ungherese.
Personalmente credo che Vienna e Budapest non abbiano niente in comune, che le loro storie abbiano seguito insieme un solo tratto per poi distaccarsi e crescere ognuno a suo modo, che queste due capitali abbiano diversi rapporti con il grande fiume, che l’urbanistica sia completamente diversa, che i cittadini di Budapest siano una cosa e i viennesi la cosa opposta.
Se Vienna è ricca, altezzosa, regale, preoccupata, Budapest è una città borghese a tratti povera, spensierata, libera, romantica e passionale. Se la prima dimentica il Danubio, la seconda ne fa il cuore della sua struttura metropolitana.
Vienna non segue i flussi del Danubio, lasciato scorrere alle porte orientali della città, e pare stretta dalle morsine, da un fitto reggipetto che le impedisce di respirare. Dal canto suo Budapest è ingigantita, affascinata, scandita, purificata dal grande fiume.
Vienna sembra una bambina che non corre mai, attenta a non sporcarsi il vestito. Budapest è il contrario. E’ una bambina un po’ più grande della prima, pronta a giocare, correre, sporcarsi, per il puro piacere di divertirsi, di dare uno strappo alle regole, di essere la prima città-ponte tra l’est e l’ovest di un continente tutto Occidentale e per molti anni diviso tra Oriente ed Occidente.
Wien – come la chiamano gli austriaci - deve molto della sua struttura architettonica agli scontri militari con gli Ottomani, ai loro assedi e allo status di frontiera che caratterizzava quella parte d’Europa fino al 1683, anno in cui gli austriaci riuscirono a rompere l’assedio ottomano e scacciare i musulmani dall’Europa centrale.
Che piacere è camminare per le vie di Vienna, tra edifici gotici, barocchi e neoclassici, tra mostruose costruzioni hitleriane e opere di Friedensreich Hundertwasser, tra i ricordi del c.d. “miglior governo socialista che l’Europa ha mai avuto” – quello austriaco dei primi anni venti del Novecento – e i maestosi e geometricamente simmetrici giardini imperiali.
Budapest sostituisce i giardini con il Danubio, i ricordi socialisti con quelli oscuri dei tempi del filo-sovietismo, gli edifici gotici, barocchi e neoclassici con simili costruzioni gotiche, barocche e neoclassiche e bellissime opere d’art Noveau, nonostante la città sia stata ricostruita dopo essere stata distrutta dai combattimenti tra l’esercito nazista e l’Armata Rossa.
Nell’Ottocento, quando i viennesi si stancarono delle bizzarrie barocche e scelsero linee tradizionali, classiche, squadrate, non potevano immaginare che l’eccessiva simmetria avrebbe soffocato il visitatore del 21mo secolo proprio come le complesse linea barocche avevano imbavagliato la loro fantasia romantica.
Di questo io e Judit parlavamo quella fredda mattina di Dicembre mentre ci spostavamo dal centro verso la periferia occidentale di Vienna con un tram giallo, bianco e comodi sedili in legno. Si parlava della sera precedente sfogliando sbadatamente la guida e la mappa della città, soffermandosi su germanici nomi di palazzi, giardini e musei, e lasciando navigare la mente solo durante le fermate del tram, quando anziani dal viso stanco e dai vestiti scuri scendevano e salivano per raggiungere le loro mete.

Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008

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