sabato 22 dicembre 2007

Uno strano sogno invernale

I passanti erano molti, le automobili di più. I cappotti scuri e le sciarpe chiare dei primi facevano pensare ad una cartolina di inizio Novecento, le luci rosse e bianche delle seconde riportavano alla modernità scandita dai semafori.
L’aria dura come l’acciaio attraversava la gola congelandola. Dalle bocche usciva aria calda, fumo bianco, vapore acqueo, il gioco di tutti i bambini che imitano i padri facendo finta di fumare.
Dopo gli incontri precedenti consumati tra tè ai caffè, baci, abbracci e conversazioni d’ampio respiro, quella sera avrei incontrato Leticia per la terza volta.
Era una ragazza basca, dai lunghi e fini capelli biondi e dal corpo slanciato e sensuale proprio delle donne tra Spagna e Francia.
L’appuntamento era al solito posto, all’ingresso del Parque del Retiro, di fronte la Puerta de Alcalá in Plaza de la Independencia, dove negli anni della Guerra Civile albergava una gigantografia di Stalin. Arrivai con qualche minuto di anticipo. Lei non c’era.
Poco dopo la vidi arrivare dall’angolo della strada che fissavo da tempo, la calle de Alfonso XII. Si accorse di me e, dopo aver accennato ad un leggero sorriso d’approvazione, abbassò immediatamente gli occhi.
Le andai incontro fino a sentire il suo profumo di mandorle. A pochi centimetri di distanza l’uno dall’altra, in mezzo al largo ingresso del parco e tra centinaia di persone completamente assenti, ci guardammo intensamente senza nemmeno salutarci. I suoi occhi erano grandi, intensi, decisi, focosi. La fissavo meravigliato, sorpreso dalla bellezza di quella donna che poiché quasi sconosciuta mi sembrava ancora più donna delle altre.
Quando accennò ad un sorriso ne approfittai per distogliere lo sguardo da quella tentatrice e osservarle le mani, delicate, bianche e ricche di anelli. Nelle lunghe dita vedevo interminabili carezze e più sensuali premure, nelle maniche rialzare della camicia la risolutezza di una giovane donna.
Alla nostra destra un autobus si fermava, rigurgitato decine di uomini e donne dai vestiti scuri e lo sguardo stanco. Ci voltammo entrambi ad osservare per qualche secondo, poi, dopo un ennesimo scambio si sguardi, ci avvinghiammo baciandoci con passione, abbracciandoci come fiere in lotta indifferenti all’artificiale natura circostante.
Anche quella volta vestiva alla moda. Gli abiti casual dell’altra volta avevano lasciato il posto ad un pantalone nero aderente, una camicetta bianca che accentuava i seni e un cappotto scuro aperto sul davanti e con un lungo taglio dietro. Con leggerezza sfidava il freddo.
Con la sola intenzione di passeggiare mano nella mano per le vie della città conversando come coloro i quali non si conoscono e desiderano farlo al più presto, di scambiarci innocue effusioni e lunghi baci all’aperto, ci avviammo lungo la calle de Alcalá, soffermandoci ora per l’architettura di un palazzo, ora per la Plaza de Cibeles illuminata.
Leticia era incredibile, ascoltava con attenzione senza mai interrompere, voltandosi di tanto in tanto per scrutare l’espressione delle mie parole in volto. Poi parlava lei, esprimendosi in modo chiaro e sintetico, senza gesticolare, scaldando l’aria con la tiepida e diafana voce di una giovane donna dallo spagnolo fine.
Presi dalla discussione sulla situazione politica in Euskadi (o País Vasco in spagnolo) e senza sapere dove e cosa fare, lasciammo calle de Alcalá per calle de Sevilla. “...il País Vasco non è l’ETA, è una ricca e prosperosa terra, regolata da antiche e sentite tradizioni mescolate a spinte indipendentiste...”, dice portandosi un filo di capelli dietro l’orecchio. “L’ETA è un piccolo e ristretto gruppo di fanatici convinti dell’utilità e necessità del mezzo terroristico, ma si sbaglia e per questo è sempre più emarginato non solo nell’attività politica, ma anche nella stessa società Vasca”.
Giungemmo ad uno rotonda con quattro uscite, continuammo lungo la calle de la Cruz. Nonostante il buio del pomeriggio, riconobbi quella strada: vi ero passato giorni prima per visitare la Cervecería Alemanna, una famosa birreria risalente al 1904, posta sulla vicina Plaza de Santa Ana e assiduamente frequentata da Ernest Hemingway al tempo della Guerra Civile.
Quando giungemmo all’angolo tra calle de la Cruz e calle de la Victoria, da un grosso portone di legno con i maniglioni dorati, uscì una giovane coppia.
Uscivano dal civico numero 14 di calle de la Cruz, dall’Hostal Los Angeles. Felici, giocosi, allegri, si abbracciavano, baciandosi in continuazione.
Vedendoli uscire in quel modo ci arrestammo, la conversazione si interruppe. Fu allora che Leticia ed io ci guardammo stupiti poiché certi di aver pensato contemporaneamente la stessa cosa.
Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, i suoi occhi, il suo viso. Di scatto la presi per la mano portandola fino al grosso portone. Suonammo al 14. Rispose una signora invitandoci a salire.
L’ascensore a grate ci portò al terzo piano. Lì una grassa matrona mal vestita ci salutò cordialmente, ci diede una chiave invitandoci ad entrare nella stanza 324. La matrona rimase indietro e richiuse la porta.
Soli, nella stanza 324 dell’Hostal Los Angeles, Leticia ed io ci guardammo per l’ennesima volta mentre i rumori della strada poco sottostante venivano a noi da una finestra aperta con le serrande abbassate.

giovedì 20 dicembre 2007

Oracolo storico

Affacciato sul balcone più alto del Palazzo, Ferdinando Alberto del Monferrato, principe della Casata dei Principi della Valle del Mela, seguiva l’ingresso in porto di una piccola imbarcazione di pescatori.
A remare era Don Ciccio, un uomo temprato dal sole e dal sale del mare, un punto fermo per la comunità. Vestiva pantaloni marroni, una camicia bianca con larghi quadri blu e marroni e un cappello di paglia perforato sui lati, e remava con lentezza, rendendo naturale il movimento della barca.
Affascinato dalle piccole e delicate creste sull’acqua e dai vortici dei remi, il principe pensava: “l’acqua che la barca si lascia dietro sembra più trasparente e pulita”.
Alzò il braccio destro salutando il pescatore, il quale, voltandosi verso di lui, drizzò i remi e, fermata la barca, prese il cappello con una mano operando un piccolo inchino.
“Cosa guardi Ferdinando Alberto?”, chiese Matilda, sorella della principe, giunta in quel momento dalla porta della sala collegata al balcone.
“La gente faticare, cara sorella”, rispose senza voltarsi.
“Non perdere il tuo tempo in cose che non ti riguardano. Piuttosto dimmi, come pensi mi stia questo vestito?”
“Per questa gente gli sforzi sembrano naturali. Avesse ragione padre Dario quando dal pulpito li incoraggia a chinare il capo a quello che egli definisce il disegno di Dio? Io non lo credo sorella”, rispose Ferdinando muovendo le dita sulla staccionata in pietra del balcone e continuando ad osservare il pescatore che, rimessi i remi in acqua, continuava a remare.
La sorella non disse nulla, capì, e sbuffando con un sorriso malizioso, lasciò la stanza.
Solo lei conosceva i turbamenti del fratello. Offuscato dalla passione per Iolanda, figlia adolescente di Don Ciccio, sapeva di non poterla avere per le differenze che li separavano.
La baronessa Clarisse sua madre, non avrebbe mai approvato un matrimonio diverso da quello utile a salvaguardare la grandezza della loro famiglia e la sostanza del loro patrimonio, per questo aveva in mente il fidanzamento di suo figlio il principe con Carla Martinez di Belvedere, donna di nobili origini appartenente alla famiglia Benvenuto.
A quel tempo il territorio di proprietà dei principi superava di molto le estensioni dell’attuale Repubblica. Racchiuso tra due fiumi, il Mela e l’Elmi, confinava a nord con il Mare d’Arcipelago, a sud con le montagne che lo separavano dal feudo di Santa Lucia, e ai lati dalle paludi giacobine, così definite perché residenza dei malati di peste curati dai frati del Convento di San Giacomo.
Erano i bagliori della primavera che molti aspettavano. I contadini pregavano Iddio per un buon raccolto, i pescatori guardavano il mare sperando di spingersi più a largo ed i gendarmi abbandonavano le grigie e fredde caserme per le strade assolate, i bambini correvano nudi per le strade, gli uomini, tutti forti e dai capelli neri o grigi, lavoravano nelle campagne o su piccole barche dai nomi mitologici, mentre le donne, le grasse e ossute matrone di quelle terre, rendevano meno duro il lavoro ai propri mariti.
I proventi dei campi e della miniera di zolfo giungevano al mercato, prossimo al Palazzo, ogni due giorni, mentre il pesce veniva accumulato nel magazzino che Ferdinando aveva fatto costruire nella parte protetta del porto, proprio vicino al faro.
Ad esaminare la roba era egli stesso. Amava soffermarsi all’ombra del grande albero di more per parlare con i contadini, ma di gran lunga preferiva visitare il magazzino ittico, dove Iolanda, aiutando la madre a sistemare grosse file di pesce ed a mantenere vivi i pesci più piccoli , lavorava vestita da lavandaia.
Era una fanciulla affascinante, i cui capelli castani e lisci scendevano fin sulle spalle facendo da cornice ad un corpo già maturo per la prole, mentre gli occhi, famosi in tutta la Casata, facevano parlare migliaia di uomini.
Don Ciccio scese dalla barca con un cesta di vimini. Ferdinando Alberto notò come la barca, al venire meno del peso del vecchio, sembrò risollevarsi. Poi con gli occhi seguì il pescatore e fu tanta la gioia in cuor suo quando lo vide incontrarsi con la figlia.
Lasciò il balcone e scendendo in strada si precipitò al molo centrale del porto. Con il passo deciso, i tacchi schioccavano come a frustare il suolo e il mantello svolazzava dietro di lui.
Avvicinandosi, Ferdinando percepiva i dettagli dei loro volti e della loro conversazione. L’attenzione dei due sembrava diretta al cesto di vimini, ma poiché puntava dritto ai due, interessato a parlare ed ammirare da vicino la giovane Iolanda, Ferdinando non ci fece caso. Poco dopo i due si zittirono. “Buon giorno principe Ferdinando”.
“Ci siamo già salutati Don Ciccio, non ricorda”.
“Ha ragione”, rispose a bassa voce.
La ragazza accennò ad un inchino.
“Il sole risplende su di voi, dolce Iolanda. Vostro padre è fortunato ad avervi e maggiormente lo sarà il vostro futuro marito”, disse il principe arrossendo lievemente sulle punte delle gote.
Lei guardò il padre e con un gesto del capo gli fece capire d’invitare il principe a vedere la pesca di oggi. Il vecchio s’inginocchiò, mise in terra la cesta e svuotò tanto rapidamente il suo contenuto che il pavimento fu occupato da variopinti pesci agonizzanti.
Nella cesta rimase solo una bottiglia di vetro verde, chiusa con un tappo di sughero rinforzato dalla resina vegetale che solo alcuni alberi producono. Al suo interno dei fogli arrotolati.
“Don Ciccio, di cosa si tratta?”, chiese sorpreso Ferdinando.
“Mio principe, l’ho trovata stamattina sulla spiaggia di ponente, mentre sistemavo le reti di ieri. Ho notato i fogli all’interno e l’ho presa. Non l’ho aperta perché…”
“Perché sai bene che tutto ciò che viene trovato in terra, mare e aria entro i confini della Casata appartiene al principe, vero?”, lo interruppe scherzando Ferdinando.
Il pescatore guardò la figlia, poi il principe. Rise ed acconsentì.
“Bene!”, esclamò il principe guardando Iolanda, “allora apriamo lo scrigno per scoprire quali tesori riserva”.
Aprirono lo scrigno con un colpo secco ad una pietra che emergeva dal pavimento. Il vetro si ruppe in grossi pezzi e il principe rilevò le carte: tre fogli umidi di un unico manoscritto d’inchiostro nero, blu e rosso con immagini floreali ai bordi.
Il principe diede le spalle al sole e in un sol fiato lesse quanto stava scritto.

Il popolo vessato impugnerà le armi contro il sistema tiranno. Troverà lavoro equo e vivrà con esso alla ricerca della propria felicità. Le antiche forze si divideranno perché una parte appoggerà la causa repubblicana.
L’onesto principe Ferdinando Alberto del Monferrato guiderà il popolo contro il proprio regime famigliare, e lo farà non solo per la giustezza degli ideali, ma anche per evitare di sposare la Martinez al posto della figlia del pescatore mastro.
I ribelli si schiereranno sull’ultima collina prima della foce del Mela, mentre i gendarmi lealisti, guidati dal sovrano prima assente dalla Casata, Ruggiero del Monferrato, si stanzieranno nella fortezza che separa i campi dalla cittadina.
Lo scontro sarà guerra civile e come tale più sanguinosa delle altre. Le truppe si muoveranno tra i fiumi, devasteranno raccolti e distruggeranno ponti e mulini. In una notte di guerra, il giovane principe, divenuto comandante Ferdinando, sposerà la figlia del pescatore mastro e poco dopo la possiederà con la forza del desiderio.
Giurerà di non aver mai visto e avuto bellezza simile, la farà dipingere e la descriverà ai posteri egli stesso come la donna più giovine e la giovine più donna del mondo, con occhi accesi come il fuoco ma del colore del legno, il viso rotondo e delicato, le labbra sottili e camicette bianche sempre aperte sui seni traboccanti di salute.
Ruggiero perderà le battaglie e la Casata dei Principi della Valle del Mela la guerra. La Repubblica verrà instaurata e barriere a protezione di essa verranno erette in quanto numerosi e vicini saranno i suoi nemici.
A nord il porto troverà la protezione del mare e di nuove fortezze di terra, a sud una grossa muraglia tra i valichi delle montagne che separano la nuova Repubblica dal feudo di Santa Lucia verrà costruita e mantenuta dall’esercito repubblicano, ad est e ad ovest i confini si restringeranno fino ai fiumi Mela e Elmi.
La Repubblica vivrà momenti di gioia, i suoi campi la ciberanno e il suo porto la disseterà, ma quando il periodo assolutistico verrà superato dalle macchine, la giovane Repubblica vivrà momenti oscuri e i suoi giovani saranno costretti a raggiungere le lontane isole nel Mare d’Arcipelago in cerca di fortuna.
Allora il popolo si allontanerà dal potere ed esso verrà concentrato in poche mani. La Repubblica sarà tale solo formalmente e sempre più Casata dei Principi della Valle del Mela. I principi ritorneranno fino a quando verrà ritrovata una nuova bottiglia verde contenente l’oracolo storico della civiltà.


Racconto di A. Di Maio
"Volo Rapido 2007"
Catania, Estate 2007

venerdì 14 dicembre 2007

Alessandro intervista Marcello

Lo scorso Giugno, un'associazione studentesca (di cui non dirò il nome per motivi che adesso non mi va dispiegare) legata all'Università degli Studi di Messina e impegnata positivamente nello sviluppo di una rete di scambio culturale, di idee (al momento assente) nella città di Messina, invitò a parlare sul delicato tema della laicità dello Stato, di fronte ad un eterogeneo pubblico di studenti, cittadini, professori, giornalisti e curiosi, il senatore di Forza Italia, nonchè ex Presidente del Senato della Repubblica Italiana, On. Marcello Pera.
Per l'occasione, avevo preparato un'intervista a cui sottoporlo, con l'intenzione di farla pubblicare nel giornale LaSpecula.com International News Weekly. Purtroppo, dopo la lezione, iniziata con più di un'ora di ritardo, l'onorevole decise di saltare la conferenza stampa promessa per i giornalisti ed aspiranti giornalisti presenti in aula, tornando di fran fretta ed in auto blu al proprio albergo. Saltata l'intervista, ve la propongo ugualmente a sei mesi di distanza.

ADM: Come nasce il legame umano e intellettuale con l’ex cardinale, oggi Pontefice, Joseph Ratzinger?
MP: No comment.

ADM: Perché crede che il richiamo alle radici giudaico-cristiane europee nella Costituzione Europea sia fondamentale? (dal libro “Senza radici” scritto nel 2004 con Ratzinger)
MP: No comment!

ADM: Nel libro "Campioni d'Italia", di Gianni Barbacetto, lei viene descritto come due persone diverse. Secondo Barbacetto, infatti, "la prima persona è un professore che spara contro i politici corrotti e si schiera senza riserve dalla parte dei magistrati che fanno finalmente pulizia, mentre la seconda un politico che non perde occasione di bacchettare sulle dita i magistrati che si permettono di mettere sotto inchiesta i politici". Cosa ne pensa?
MP: Ummm...no comment.

ADM: Visto che dal 1992 esiste una norma del regolamento della Camera che estende diritti e assistenze non solo ai familiari dei soggetti interessati ma anche ai conviventi (dopo tre anni di convivenza), perché non votare i DICO trasformando così in diritti ciò che al momento è un privilegio per i parlamentari. Il suo voto potrebbe essere fondamentale vista la risicata maggioranza del governo al senato.
MP: No comment mate!

ADM: L’Italia dei Valori ha recentemente presentato una proposta di legge per la riduzione dei costi della politica che, se approvata da Camera e Senato per com’è adesso, comporterebbe l’abolizione dei contributi pubblici a tutta l’editoria di partito, un governo più snello, la pubblicità e la trasparenza dei bilanci del dei due rami del Parlamento, la modifica dei parametri di pensionamento per i parlamentari e l’eliminazione dei benefit attualmente previsti (auto blu, segreteria, uffici e indennità) per i Presidenti di Camera, Senato e Corte Costituzionale che hanno terminato il loro mandato. Da ex presidente del senato e attuale senatore della repubblica, voterebbe provvedimenti del genere?
MP: Don't know.

Ringrazio il caro Lucio per avermi dato l'idea di pubblicare questa intervista fallita. Onorevole, non si offenda, si scherza. Ci tenevo ad intervistarla.