giovedì 22 novembre 2007

Bianco, nero e colore

Le immagini in bianco e nero corrono sul filo dei ricordi. Gli uomini sono piccoli, numerosi e brulicanti come formiche. Tutto gira velocemente, tutto è sfocato. I suoni non esistono, solo immagini.
Il mondo gira su se stesso e attorno al Sole, la Terra si rivoluziona, rimane la stessa. Anzi cambia lentamente, si riforma, muta, rivoluziona. La Terra si distrugge.
Noi uomini siamo gli stessi, non mutiamo eppure sembriamo farlo. Ci crediamo. Sembriamo scaldati dal primo colore. Costruiamo e decostruiamo, distruggiamo e c’incontriamo; poi discutiamo, dormiamo, ci innamoriamo e ammazziamo.
Tutto gira, l’essere umano gira intorno al mondo. Lo fa in tondo facendo cascare la Terra e andando tutti giù con essa, per terra.
Il colore si ridefinisce, ridefinendo gli uomini. Cadono imperi e se ne rafforzano altri, crollano muri e se ne ergono di nuovi, gli scienziati lasciano le lavagne per gli schermi al plasma, gli studenti i libri per i telefoni, le mogli gli amanti per i mariti, i mariti le manti per le mogli.
Il mondo corre su di un aereo e dimentica i lunghi treni express. Gli uomini non viaggiano, dormono volando, mentre le merci navigano, si spostano, fluttuano dal Perù al Giappone, dalla Norvegia al Sud Africa. Non vediamo niente, non sentiamo nulla e quindi non parliamo, non diciamo.
Gli angoli del mondo si fanno piazze, le strade muoiono. Adesso tutto è veloce e colorato. Le chiese non hanno più piazze, i mercati anche. Il mercato ha le piazze, si quello si.
Niente bianco, niente nero. Tutti parlano, non si toccano. Parlano, parlano e parlano ma concludono? Si concludono, anche tanto. E noi? Non sappiamo, andiamo avanti.
Il colore è arrivato, siamo tutti più belli, allegri, contenti, convinti di essere nel futuro che verrà. Allora ci sposiamo prima e facciamo figli, colorati anch’essi dalla luce della tecnologia che si è fatta scienza.
E’ bello, sembriamo ricchi ma non lo siamo. Sappiamo di non esserlo ma andiamo avanti. Corriamo per gli acquisti, lottiamo per gli acquisti e vendiamo noi stessi per il segno di essere belli e felici come nel colore. Ci illudiamo, moriamo.

martedì 6 novembre 2007

Dorog, la sconosciuta

Dorog è una città dell’Ungheria settentrionale situata a quaranta chilometri dalla capitale Budapest, a pochi spiccioli di distanza dalla frontiera Slovacca tra i monti Pilis e Gerecse.
Fondato nel 1181 e distrutto dalla successiva invasione ottomana, Dorog era un piccolo villaggio di poche centinaia di anime, pedine dei primi giochi internazionali tra grandi Stati.
Ricostruito e sottoposto all’autorità degli Austro-Ungarici, nel 1765 il villaggio si espanse rapidamente grazie alla nascente industria asburgica, alimentata dalle numerose miniere di carbone presenti nei dintorni e dalla grande disponibilità d’acqua.
Nel 1765 il villaggio fu dotato di una chiesa cattolica in stile barocco e poi nel 1895 di un collegamento ferroviario con la capitale, a cui, dopo la prima guerra mondiale e il Trattato di Trianon che sanciva lo smembramento del Regno d’Ungheria, si aggiunse anche una chiesa calvinista costruita dai minatori giunti dalla Transilvania.
Gli abitanti passarono da poco meno di duemila nel 1910 ai tredici mila di oggi, in un’ascesa dirompente che ha visto il villaggio divenire città nel 1984, lo sviluppo dell’industria mineraria e il suo tracollo nel 2004 con la chiusura dell’ultima miniera di carbone, ingenti danni ecologici causati dall’inceneritore di rifiuti tossici attivo dal 1980 e l’attuale e sempre più numerosa presenza di multinazionali che, con i loro stabilimenti, influenzano la vita della città dando lavoro a migliaia di persone.
Quella di Dorog sembra essere una storia interessante, da approfondire e studiare nei dettagli, ma quando, casualmente, per distrazione - dopo una giornata passata a Budapest tra il Magyar Nemzeti Múzeum (Museo Nazionale Magiaro), la Hősök tere (Piazza degli Eroi) e lo Szépművészeti Múzeum (Museo delle belle arti) - mi ritrovai in piedi immobile su di una desolata banchina di catrame, con lo sguardo fisso alla scritta “Dorog” posta su di un edificio rosso con il tetto spiovente, il camino in mattoni rossi e le finestre di vetro e legno, mentre persone dietro di me cercavano di farsi largo per uscire dal treno da cui ero appena sceso, il mio primo pensiero razionale fu quello di trovare una soluzione per raggiungere il Pazmaneum, il campus dell’Università Cattolica Péter Pázmány dove in quei giorni risiedevo.
Erano i primi di Settembre di una canuta estate ungherese, i miei ultimi ultimi giorni nel paese magiaro e la loro scarsità quantitativa mi portava a pensarci sempre più spesso nella speranza di renderli i migliori.
In quel tardo pomeriggio settembrino, coperto da un omogenea mantella grigia e bagnato da una debole pioggia, guardavo il paesaggio dei monti Pilis scorrere veloce dal vetro del treno a gasolio, partito dal centro di Budapest e diretto chissà dove.
Salitoci alla stazione ferroviaria di Nyugati per raggiungere il Pazmaneum posto a circa trenta chilometri più a nord, mi ero addormentato poco dopo, lasciando passare la stazione di mio interesse e rimanendo sul treno quasi al confine slovacco.
Quando mi svegliai cercai di riconoscere il paesaggio, completamente nuovo ai miei occhi, e mi avvicinai al capo treno per chiedere aiuto. Nonostante le poche parole ungheresi e i molti gesti, egli riuscì a capire la mia situazione e strapazzandosi la barba con le mani mi consigliò di scendere alla prossima fermata e parlare al capostazione.
Fu allora, dopo aver sentito il treno decelerare e visto immobilizzarsi il verde paesaggio dietro il vetro, che scesi dal treno e, da una banchina bagnata e circondata da binari morti, vidi la scritta “Dorog”.
Immobile guardavo avanti mentre venivo sfiorato dalle persone che scendendo dal treno si diramavano in tutte le direzioni, attraversando binari, banchine e cespugli, scavalcando muretti e fermandosi alla banchina principale.
Sentii il portellone del treno chiudersi dietro di me. Mi voltai, il treno partì ed io feci un passo indietro. Quando si dileguò nella flebile nebbia, mi guardai intorno girando su me stesso.
Alberi verdi, vecchie locomotive, vagoni arrugginiti e binari conquistati dall’erba circondavano il tutto. Mi trovavo nella stazione di Dorog, nella piccola stazione ferroviaria di un paese che fino a quel momento non pensavo nemmeno esistesse.
Attraversai varie coppie di binari e banchine fino ad arrivare sotto la tettoia di lamiera che affiancava la casa cantoniera e copriva parte della banchina principale.
Le poche persone presenti mi guardarono con curiosità. Li scusai in quanto giudicai normale guardare con perplessità chi in una giornata nuvolosa di pioggia e freddo camminasse da solo con aria preoccupata e vestiti da leggeri villeggiatura al mare.
Sentivo gli occhi dei presenti seguire ogni mio passo, sembravano quasi volessero rubarmi l’anima. Decisi di sedermi in una panchina a lato di un anziano signore e di un ragazzo con la tuta da lavoro sporca di vernice. Lentamente, e con le mani tra le natiche e il legno della panchina, inizia a pensare a ciò che avrei dovuto fare: trovare il capostazione, parlarci e ottenere le informazioni necessarie per tornare al campus.
Chiaritomi con me stesso, mi alzai di scatto attraversando tutta la banchina coperta dalla lamiera, esponendomi per pochi secondi alla debole pioggia e posizionandomi sull’uscio di quella che doveva essere la sala comandi.
Al suo interno vidi un uomo alla scrivania, illuminato dalla luce verde tipica degli studi forensi. Bussai ed egli, alzando il capo, mi fece cenno d’entrare. Lo feci lentamente, misurando i passi ed esplorando con la coda degli occhi le pareti della stanza, adornate da vecchie fotografie ferroviarie.
Quando mi ritrovai a sfiorare la scrivania, mi accorsi che alla mia destra, nascosta dalla porta d’ingresso, vi era una seconda scrivania, piccola e per nulla illuminata, alla quale stava seduto un uomo con il viso nascosto nel petto, quasi fosse intimorito dalla mia presenza.
Salutai entrambi in ungherese. Poi, per facile istinto, mi rivolsi a colui che ispirava autorità, al capostazione.
“Do you speak english?”, chiesi imbarazzato di non saper parlare in ungherese.
Nem”, rispose guardandomi dal basso in alto con lo sguardo incuriosito e aggiustandosi il colletto della camicia bianca.
“Italian? Spanish?”, ribattei nella speranza di poter utilizzare una qualsiasi delle tre lingue parlate a mia disposizione.
Allora egli, deciso e con un velato sorriso, in un francese che reputai perfetto, disse : “Non, mais si vous pouvez nous pouvons parler français”.
Consapevole della mia mancanza francofona, colsi immediatamente la sfida, quasi a voler riaffermare le mie comuni origini latine con il popolo d’oltralpe, e lo feci in modo liberatorio, con il fiato in gola.
Tra sorrisi e gesti, tra francesismi inventati al momento e parole in francese e inglese, compresi di dover aspettare due ore al prossimo treno.
Gli porsi la mano per ringraziarlo. Lui si alzò rumoreggiando con la sedia. Osservai la sua sinistra prendere il berretto da capostazione appoggiato sulla scrivania, ma prima di vederlo raggiungere il capo, sentii la sua destra stringere la mia. Sorridemmo insieme compiaciuti di esserci intesi.
Lasciata la stanza fui violentato dal freddo e dalla debole pioggia. Esplorai la stazione, i suoi interni spogli e affascinanti. Dei bambini rincorrevano un cagnolino nella sala d’aspetto, mentre un anziano, certamente il nonno, ordinava loro di fare meno baccano.
Fuori, da un piccolo chiosco di metallo verde, un uomo e una donna vendevano alcool, caffé e biscotti alla loro clientela, tutta maschile, in tuta blu e scarponi neri.
Li guardavo dalla stessa panchina di prima. Adesso ero solo, il ragazzo e il vecchio si erano dileguati. Il freddo si faceva pungente ma almeno aveva spiovuto.
Guardavo in continuazione l’orologio della stazione, non avevo libri da leggere, né tanto meno qualcuno con cui poter parlare.
Vidi passare un adolescente vestito da punk con una bottiglia di plastica piena d’un liquido che ritenei essere alcool. Dopo qualche secondo, sulla stessa scia del primo, ne vidi passare altri due. Dopo qualche minuto un altro ancora. Chissà dove andavano.
A circa mezz’ora dall’arrivo del treno decisi di dare un’occhiata in giro. La stazione era circondata da un piccolo muretto bianco in cemento, dalla quale, dietro la casa cantoniera, si staccava un malconcio sottopassaggio. Lì la strada era in terra battuta, con varie pozzanghere d’acqua e una folta erba tutta intorno. Era verde come rosso è il sangue.
Scattai qualche fotografia, poi tornai alla pensilina principale. Vidi un treno provenire da nord, si avvicinava lentamente.
Le due ore erano passate, quello doveva essere il mio treno. In quel momento dalla sua stanza uscì il capostazione con la divisa, il berretto e una paletta.
Mi guardò, ci guardammo. Gli feci segno con la mano. Confermò con un cenno, era il mio treno.
Presi posto accanto al finestrino. Vedevo l’edificio rosso con la scritta “Dorog”, gli operai al chiosco ridere e guardare il treno, l’uomo del chiosco parlare con la donna e poi il capostazione nello stesso punto in cui lo vidi pochi istanti prima.
Il treno si mosse, io alzai il braccio, lo salutai. Lui, ricambiò. Di Dorog non vidi più nulla.

Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007