mercoledì 31 ottobre 2007

Di notte, nel Danubio

Era notte, il silenzio totale, la Luna alta, piena, completamente bianca. Attorno al me il nulla, il tutto. Alti alberi da taglio mangiavano gli spazi scuri della terra mentre il cielo sembrava un vestito vecchio, pieno di bianchi puntini di tessuto.
Il vento, assente a quel appuntamento, era sostituito dal freddo autunnale e dall’aria secca, limpida, leggera, pungente.
Tutto era immobile, anche io lo ero. In piedi, nudo, con solo il costume ai fianchi, contemplavo il Danubio che mi stava di fronte. Silenzioso, percorreva la sua strada, consapevole o forse no, di ciò che avrebbe attraversato più avanti. Sembrava una lunga, muta strada nera che separava due rive di alberi uguali, ricongiunte dalla Luna in lento movimento da una riva all’altra.
Dagli alberi dietro di me sentii arrivare le miei amiche ungheresi: Judit, Kinga e Zsófia, una più bella, dolce e religiosa dell’altra, tutte diplomate in collegi cattolici e quasi laureate in università cattoliche.
Giunte sulla riva mi salutarono, Judit mi abbracciò. Poi le vidi togliersi i vestiti e inabissarsi nelle calme acque del fiume una alla volta.
Per attutire il trauma termico dell’acqua gelida con il caldo dei loro corpi, gridavano e ridevano muovendosi il più possibile. Gli spruzzi d’acqua e le grida erano le uniche cose mobili, le uniche che riuscissero a muovere l’aria e far vibrare le mie orecchie.
Mi chiamarono più volte, invitandomi a seguirle in acqua. Esitai sapendo che nuotare nel Danubio era cosa che volevo fare. Poi, riempiti i polmoni d’aria, mi gettai ricevendo lo schiaffo duro dell’acqua gelata. La mandibola iniziò a tremare e il rumore dei denti mi ricordò quando da piccolo, d’inverno, mi lasciavo asciugare da mia madre dopo la doccia.
Compresi immediatamente la forza del Danubio, la corrente fluida, decisa, la capacità di attraversare paesi, di fare e distruggere isole, di creare anse e nuovi passaggi, ma non solo. Se dall’esterno il fiume pareva statico, dall’interno rivelava il sua moto, la sua vita, il suo rumore.
In acqua fu più facile distinguere le rive del fiume e possibile ammirare il fiume da dentro, in tutta la sua serpeggiante lunghezza.
Inizialmente intimorito dalla possibile presenza di scogli contro cui sbattere, superai la paura di nuotare alla cieca nonostante il pericolo di tronchi d’albero: infatti, se la corrente del fiume era troppo forte per lasciare integro e perennemente presente un masso, lo era altrettanto per sradicare un albero e portarlo con sé.
Superato il freddo e le prime paure, iniziai a rilassarmi, lasciandomi trasportare dalla corrente, sbattendo saltuariamente i piedi per avvicinarmi all’altra sponda. Giunto al centro del fiume mi resi conto di avere ancora molto d’innanzi e che esso, certamente profondo e visibilmente rapido, continuava a mancare di increspature e cataratte.
Raggiunsi le ragazze che, rotto il mistico silenzio in cui da qualche minuto erano sprofondate, cominciarono a chiedersi quale parte della riva fosse la più facile da raggiungere.
Abbandonata l’idilliaca placenta del fiume, tornammo al mondo mettendo piede su di un terreno che, benché fangoso in un primo momento, tendeva per la di distanza dal fiume a trasformarsi in uno stretto sentiero di pietruzze pungenti come vetro.
La corrente ci aveva spinti molto a sud e bisognava risalire a piedi la sponda raggiunta per immergersi nuovamente e guadagnare il punto di partenza con la pressione del fiume.
Si camminò molto tra gli alberi di quella che mi sembrava una foresta nera, sentivo i piedi dannare il peso del corpo e la forma del pietrisco, mentre i pensieri vagavano nell’universo dell’invidia per quelle tre ragazze per nulla sofferenti al percorso.
Risalito il Danubio giungemmo ad un piccolo molo con un ferry boat attraccato e illuminato da una piccola luce bianca, l’unica a vista d’occhio. Mi dissero che durante il giorno l’imbarcazione fa gratuitamente la spola tra i due argini, “ma la sua particolarità è che”, continuarono a dire, "non ci sono partenze e orari stabiliti, si muove solo se ai moli vi sono passeggeri ad aspettarlo".
Dalla spiaggia di fango prossima al molo, tornammo a contatto con l’acqua. Fisicamente fu meno traumatico della prima volta, ma psicologicamente, l’idea di immergersi in acque prossime allo zero costituiva un muro infranto solo grazie al desiderio di rivivere l’esperienza di nuotare nel grande fiume, illuminati dalla Luna e osservati dagli alberi da taglio intorno a noi.
La seconda traversata fu lenta e delicata, come addolcita dalle musiche di Pascal Gaigne. Parlando con le ragazze scoprii di trovarmi a Dunakanyar, letteralmente “ginocchio del Danubio” o “ansa del Danubio”, ovvero in quella zona dell’Ungheria in cui il grande fiume, dopo aver proceduto in direzione ovest-est lungo il confine ungaro-slovacco, svolta verso sud biforcandosi e formando Szentendrei-sziget, l’isola di Szentendre, estesa per circa trentuno chilometri fino alle porte di Budapest e facente parte del Duna-Ipoly Nemzeti Park – il Parco Nazionale del Danubio-Ipoly - insieme all’ansa del fiume e dei monti Pilis, Visegrád e Börzsöny.
Congiuntamente, stretti dalla naturale intimità di quel momento, ci avvicinammo alla riva. I nostri vestiti erano ancora lì, a terra, a pochi centimetri dall’acqua immobile. Kinga e Zsófia uscirono andandosi ad asciugare e rivestire, mentre io rimasi in acqua con Judit fino a quando, disegnando sulla superficie dell’acqua finte mappe fluviali, scoprì di aver attraversato il braccio di fiume che separa i monti Pilis dall’isola di Szentendre, a circa tre chilometri nord dalla piccola cittadina di Szentendre.
In piedi e oramai fuori dall’acqua, mi asciugavo rivestendomi e guardando il grande fiume, rifacendo mentalmente la strada percorsa.
Asciutti, ci avviammo verso la casa di Kinga. Quella notte ci avrebbe ospitato tutti. La sua era una villetta a circa cinquanta metri dal Danubio, a cui si accedeva mediante un piccolo passaggio tra alberi e arbusti.
Era una casa di villeggiatura, sopraelevata per i costanti straripamenti, dal tetto spiovente, i particolari in legno e le mura in cemento. Gli interni, vecchi e ben mantenuti, davano la sensazione di trovarsi in una nave. Ci addormentammo divisi in due minuscole stanze con ognuna un letto a castello a due posti.
Aprii gli occhi il mattino successivo. Dalle finestre entrava la fioca luce del primo sole. Erano le sei e mezza, in stanza ero da solo. Dal balcone giungevano delle voci, erano le ragazze. Le raggiunsi a piedi nudi che ancora ero intorpidito dal sonno.
Mi salutarono calorosamente presentandomi la più ricca tavola da colazione mai vista in vita mia. Erano uscite poco prima per comprare il pane appena sfornato e, tornate, avevano imbandito la tavola di caviale, salmone, salame, miele, frutta, pancetta e spremute d’arancia, mela e pesca.
Dopo la colazione attraversammo il passaggio di alberi e arbusti e ci ritrovammo sul Danubio, nella cui superficie gli alberi si specchiavano e le anatre ammaravano.
Le acque che poche ore prime ci avevano abbracciato nel fresco della notte, si erano dileguate lungo i quattrocento chilometri che da lì portano il Danubio lungo tutta la grande pianura ungherese, ma rimaneva il ricordo in loco di una notte fantastica. Era l’arrivederci del grande fiume.

Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007

sabato 20 ottobre 2007

Autunno a Piliscsaba

Il cadere delle prime foglie dagli alberi annunciava l’arrivo dell’autunno a Piliscsaba, una cittadina ungherese a circa trenta chilometri nord da Budapest in cui avevo trascorso la parte finale dell’estate 2007.
Non ero mai stato in un paese così continentale da non avere sbocco al mare, con valli coperte da alberi verdi quanto il rosso del sangue, grandi fiumi da sembrare mari e un numero di frontiere così alto, ben sette, da non riuscire, almeno in un primo tempo, a ricordarle tutte.
L’aria fresca attraversava i tessuti ancora leggeri dei vestiti allietando la pelle, mentre il cielo, velato da sempre più consistenti nuvole, incastrava il sole in un piccolo e debole cerchio giallo.
L’estate era scivolata via come sabbia tra le dita, mentre i giorni di studio e goliardia di noi studenti, giunti lì da mezza Europa, in un ex campo militare sovietico, svanivano uno dopo l’altro come acqua in una mano.
I compagni partivano tre alla volta, gli amici uno alla volta, con giorni o talvolta ore di differenza. Ripensandoci adesso, il cerimoniale di addio-arrivederci, che in quei giorni avevo più volte recitato, mi sembra una litania, un borbottio triste, lento e continuo, ripetuto con le stesse frasi e movimenti, lo stesso tono di dispiacere e con le tradizionali promesse di lettere, fotografie, inviti e futuri rincontri, magari nelle città natali di ciascuno.
“Ti aspetto ad Istanbul a casa mia, nella città dei due continenti, nella porta europea all’Asia, in quella asiatica all’Europa”, mi diceva Hassan.
“Visto che ami i climi freddi e ti piace indossare tanti vestiti, dovresti venirmi a trovare ad Helsinki. Sai che ti aspetterei a braccia aperte”, ripeteva Maria-Riitta.
“Ho una stanza degli ospiti grande quando un divan turco. La Sicilia ha tanti problemi ma il sole e il mare non mancano. Inoltre potreste stare in barca con la mia famiglia oppure, fare la spola tra mare e montagna...visto che vivo proprio in mezzo”, dicevo io per controbilanciare.
Ricordo il giorno in cui arrivai, entusiasta di aver visto, respirato e fotografato l’aria triste e orientale della stazione ferroviaria Nyugati, situata nella parte settentrionale della zona vecchia della città, e costruita nel 1877 dalla compagnia Eiffel.
Completamente in ferro e vetro, spaziosa, spoglia e abitata da vecchie e nuove locomotive, la stazione Nyugati mi allontanò dalla Budapest che tutti conoscono e visitano per portarmi nell’Ungheria dimenticata e poco densa di abitanti, nell’Ungheria della valle di Pili, dell’ansa del Danubio, che in quelle terre svolta verso sud il suo percorso da Orient Express.
Piliscsaba è piccola. Oltre alla fermata ferroviaria di un puntuale treno a gasolio bianco, rosso e nero, e ad una strada statale sempre trafficata, vi sono due distributori di benzina, due supermercati, un fruttivendolo e un pub a conduzione famigliare, nel senso che esso è sito nel garage di una casa privata.
Piliscsaba è un villaggio noioso, la cui bellezza è nascosta nella gentilezza taciturna degli abitanti, nell’umiltà degli anziani, nell’incanto degli occhi femminili e nella facilità con cui magri ragazzi dalle camicie a quadri e dalle magliette firmate bevono superalcolici ai tavoli consumati del pub a conduzione famigliare.
Ma non solo. L’ordine e i colori delle villette, la pulizia delle strade e il cielo limpido e l’aria fresca come l’acqua...E' possibile vedere vecchie macchine Trabant, Zastava, Lada e Skoda, automobili fuori produzione da anni, esaurite dal mercato perché prive dell’ideologia socialista che le aveva plasmate e create.
Infine a Piliscsaba vi è un ex campo militare sovietico, oggi campus universitario della Facoltà delle Scienze Umane dell’Università Cattolica Peter Pazmany, dove risiedevo e studiavo. Fu il mio punto d’appoggio per destinazioni e situazioni da me inconsciamente ricercate. Da lì presi molti treni e molte volte feci l’autostop. Tutto ciò continuò fino al giorno in cui vidi le foglie degli alberi cadere in terra. A Piliscsaba era giunto l’autunno, era ora di andare via.

Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007