Accompagnato solo dall’ombra che l’ardente luce del Sole proiettava dietro di me, mi trovavo a Piazza dell’Esquilino in Roma, fermo ad un incrocio e diretto a Campo dei Fiori per uno di quei panini disponibili solo nel mercato di quella piazza.Iniziai a camminare quando la luce verde del semaforo mi diede via libera ad un incrocio. Alla fine del passaggio pedonale fui chiamato da una ragazza mora, vestita all’ultima moda, con degli occhiali scuri sul volto, una bottiglia di Coca Cola e una mappa della città nelle mani.
Con un accento familiare mi chiese la strada per Campo dei Fiori. Presi la cartina e cercai di spiegarle il percorso, quando le dissi di essere diretto nello stesso luogo e che magari avremmo potuto farci reciproca compagnia.
Lei accettò sorridendo e iniziammo a camminare. La strada da fare la sapevo a memoria ma le chiesi di poter guardare la mappa per dimostrarle, almeno un po’, di non avere cattive intenzioni.
La conversazione venne immediatamente. Intimoriti in un primo momento, giunti già alla fine della piazza parlavamo spediti, io uno spagnolo che da tempo speravo di sfoderare e lei uno spagnolo particolare, caratterizzato da tagli netti alle parole e da un accento preciso, quello cubano.
Camminammo per ore in quanto la strada per il luogo in cui nel 1600 Giordano Bruno venne portato sul rogo si dilatò esponenzialmente.
Lei era una cubana di ventitre anni giunta a Roma – per la prima volta in un paese straniero – solo il giorno prima. Potevo portarla a Campo dei Fiori senza averle fatto vedere il Colosseo e l’Altare delle Patria, il Foro e la Bocca della Verità, il Tevere e il Vaticano?
Tra un monumento e l’altro ebbe modo di raccontarmi qualcosa del suo paese: de La Havana, dei suoi viali e della felicità che si respira per le strade, di un suo amico all’ergastolo per spaccio di droga, dell’impossibilità per i cubani di visitare altri paesi e di comprarsi l’auto dei sogni.
Disse di trovarsi a Roma per far visita al suo fidanzato, un “ragazzo” di cinquantasei anni conosciuto pochi mesi prima a La Habana che, come ha aggiunto ad un mio sorriso, “si mantiene bene ed è davvero una brava persona”.
Giunti alla Bocca della Verità mi confidò di non essere battezzata ad alcuna religione ma di sentirsi cattolica e di credere in Dio, e poi, quasi bisbigliando per paura di orecchi indiscreti, disse di non sopportare Fidel Castro, “di avere la sensazione, essendo nata e cresciuta sotto il suo governo, di vederlo sempre lì, al suo posto, con la divisa militare e il cappellino verde”.
Nonostante ciò, lodò alcune particolarità dell’amministrazione rivoluzionaria per poi lasciarsi alla leggenda secondo cui le morti di Ernesto Che Guevara e Camino Cinfuegos furono dovute all’invidia assassina del lider maximo.
Mentre parlava fumava Marlboro e tracannava Coca Cola da una bottiglietta di plastica, mentre con frenetici movimenti della testa cercava i grandi brand nei negozi prossimi a Campo dei Fiori.
Parlare con lei era diventato noioso in quanto si limitava a lodare i negozi di Roma e parlottava tra sé e me su scarpe, maglie, pantaloni e occhiali.
Intravidi la statua di Giordano Bruno e ne fui felice.
“Ya estamos”, le dissi sbattendo leggermente le braccia sul mio bacino.
Mi ringraziò e distrattamente mi salutò con due baci sulle guance. Poi ognuno andò per la sua strada.
Testo tratta da “Diario di pochi giorni a Roma”
Luglio 2007

