Certo di trovarlo tra la Stazione Termini e l’Università, giunsi al Viale Manzoni senza difficoltà dopo aver trascorso la mattinata con Monica. Il numero civico scritto nel taccuino mi portò di fronte ad un edificio marrone chiaro, con ampie finestre protette da tapparelle verdi simili a dei portoncini affacciati sul vuoto.Di fronte al portone d’ingresso, mi liberai della borsa e con l’indice della mano destra cercai il pulsante giusto. Il citofono era grande e caotico. Etichette si sovrapponevano l’un l’altra e cancellature e strappi…"Eccolo!", esclamai, lo avevo trovato, era il più alto a sinistra.
Dopo più di un minuto mi rispose una voce femminile ed assonnata: Sophie.
Salì le scale, lei mi aspettava alla porta e quando mi vide ci abbracciammo.
L’avevo conosciuta casualmente a New York City vari mesi prima. Lavorava nella mia stessa commissione ONU ma non l’avevo mai vista fino a quando un giorno spuntò nella mia stanza d’albergo, portandomi delle medicine.
Quel giorno era freddo e Manhattan sotto la neve. Avevo la febbre e - in cerca di medicine da effetto rapido, in quanto deciso a non perdermi nessuna delle sessioni delle Nazioni Unite - chiamai la stanza dove, secondo me, erano stati destinati alcuni colleghi italiani.
Al telefono mi rispose lei in un italiano corretto ma leggermente storpiato. Capì di aver sbagliato stanza ma la conversazione durò fino a quando lei si offrì di portarmi le medicine di cui avevo bisogno.
Ero a letto, con il tavolino pieno di bottigliette d’acqua, bicchieri di plastica, fazzoletti, pacchi di biscotti e molliche degli stessi biscotti. Insomma, ero uno spettacolo raccapricciante.
Lei entrò bella ed elegante, vestita con una lunga gonna nera aderente, una camicia bianca con dei merletti anche sulle maniche e una giacca dello stesso colore della gonna. Non era truccata e i suoi capelli biondi erano legati dietro. La pelle era chiara, quasi rosa, gli occhi brillanti e lei, a differenza mia impedito a letto, per niente imbarazzata.
Ci presentammo e dopo averla ringraziata, tracannai i medicinali che portò con sé. Mi disse di essere una ragazza tedesca, di Monaco, studentessa di Scienze Politiche a Roma e rappresentante del Kwait nell’ambito della mia stessa commissione ONU.
Parlammo molto. Poi con mio rammarico dovette lasciare la stanza ripromettendomi di rivederci. Fu così in effetti, ci scambiammo i contatti e incontrammo per le strade della città statunitense e poi all’Assemblea delle Nazioni Unite.
Adesso a Roma, sul pianerottolo di casa sua, ci rivedevamo dopo tanto tempo. Mi mostrò la stanza dove avrei dormito per qualche giorno e poi presentò al suo ragazzo, Avsha, un gentile e simpatico ragazzo israeliano dalle spalle larghe, la pelle scura e i capelli corti.
In tre si parlò in inglese e italiano per giorni, due lingue ogni tanto oscurate da qualche frase o nome arabo ed israeliano che nuovi irrompevano alle mie orecchie.
Il tutto fu piacevole. Conversazioni, pranzi, cene e passeggiate consumate in compagnia di due persone valide, simpatiche, incredibilmente aperte, capaci di affrontare discussioni che molti non soffrirebbero e di trattare me come loro fratello.
Testo tratto da “Diario di pochi giorni a Roma”
Luglio 2007
Luglio 2007

