martedì 31 luglio 2007

Per Viale Manzoni

Sophiè è una ragazza tedesca, bionda, magra e ossuta come la maggior parte delle alemanne. Da lei mi divide una bicicletta da passeggio, la sua, che porto a mano mentre camminiamo in una Roma insolita, quella estiva e deserta delle quattro di mattina.
I monumenti sono vuoti, le strade incalpestate, l’aria fresca e muta, i barboni rannicchiati sotto le porte degli uffici pubblici e la Luna mezza esposta illumina quel che può.
Avevamo passato la serata all’isola Tiberina, trasformata in festa dal caldo dei primi di Luglio. Chilometri di bancarelle, ristoranti, pub, cinema all’aperto, librerie affollavano quella parte di lungotevere e migliaia di persone, romani e turisti, spendevano, ridevano e parlavano.
Prima di addentrarmi in quella novità ed incontrare Sophie, passai la serata nei pressi di Castel Sant'angelo ascoltando delle poesie cantate e i motivi per cui dovrei firmare per il Referendum sulla legge elettorale. In realtà la mia presenza tra il Ponte Vittorio Emanuele II e quello Umberto I era dovuta a dei ricordi legati ad una ragazza a cui tengo molto e che non vedo da circa un anno. Rivedere la panchina su cui mesi prima lei si sedette - facendo finta di concentrarsi su di una cartina della città e promettendomi di portarmi in albergo – fu una bella emozione, tanto intensa da portarmi ad aspettare che quel pezzo di marmo attaccato alla strada e posto sotto gli alberi del Trastevere si liberasse per occuparlo io, totalmente.
Staccatomi dai sentimentalismi andai all’isola che, secondo un’antica legenda, si formò 500 anni prima della nascita di Cristo con l’accumulazione di sabbia e detriti sul corpo senza vita di Tarquinio il Superbo, settimo e ultimo re di Roma, che il popolo romano aveva gettato nel grande fiume.
Fu lì che incontrai Raffaella Scaglietta, una giornalista italiana da anni in Asia, corrispondente da quelle terre per svariati giornali e lì, sull’Isola Tiberina, con una sua mostra fotografica che fu la scintilla che mi spinse a contattarla ed intervistarla sul posto.
Dopo la lieta conoscenza di Raffaella, mi sedetti a “La cantina paradiso”, il ristorante-pub all’aperto in cui Sophie lavorava e dove mi invitò a venire per cenare, conoscere i suoi colleghi e farmi quattro chiacchiere in inglese.
Seduto e con una piadina sul tavolo, ammiravo il ponte Cestio che collega l’isola Tiberina alla sponda occidentale del Tevere. Delle luci colorate ad intermittenza lo illuminavano mentre l’acqua nera passava sotto di esso. Le persone erano davvero tante, le luci e la musica ancora di più.
Al tavolo accanto al mio vi era il comico Lillo (da Lillo e Greg) vestito in camicia scura e accompagnato da due signore, mentre al mio si sedette un uomo in grembiule che in un precario italiano mi disse: “Quela piedina te l’ho fata io. Buona, si?”.
Era il cuoco de “La cantina paradiso”, un palestinese di circa 30 anni, di carnagione scura e dal viso pieno di angoli. Sophie ci guardò e avvicinandosi mi disse che Amir parlava non parlava italiano ma che in inglese non avrebbe avuto difficoltà.
Così parlammo in inglese, mi spiegò come mangiare quella piadina (esageratamente grande e ricca di prosciutto, formaggio e lattuga), mi ricordò che come siciliano anch’io ero un po’ arabo, parlammo della situazione in Palestina, di Hamas, di Al Fatah, mi raccontò dei suoi precedenti come guardia del corpo di Yasser Harafat e dei motivi che lo spinsero ad ottenere asilo politico in Qatar e Indonesia (prima) e in Italia (dopo).
Fu una bella ed interessante serata. Pian piano l’isola Tiberina si spense ed insieme a Sophie mi avviai per il Viale Manzoni.
La bicicletta ci divideva ma il silenzio di quella notte, lo sguardo assonnato dei monumenti centrali e i nostri discorsi di politica, cultura e sentimento ci univano amichevolmente.

Testo tratto da “Diario di pochi giorni a Roma”
Luglio 2007

Treno 1924

Era mattina, ero a Roma. Niente di eccezionale, una città mille volte visitata, mille volte conosciuta. La notte in treno era passata lenta, rallentata dagli sguardi e dalle parole di coloro che il fato aveva assegnato al mio stesso scompartimento.
Una coppia di anziani palermitani parlava in dialetto così stretto da sembrare straniera: la signora raccontava storie divertenti solo per lei, il signore mi ricordava il mio nonno paterno mentre andava in campagna. Poi c’era un fruttivendolo palermitano, basso, magro con piccoli baffi e un braccio tatuato certamente cosciente delle fatiche dei siciliani poveri e disperati.
Infine vi era una giovane coppia sgangherata d’altezza, in quanto lui raggiungeva quasi i due metri e lei solo il suo sterno, e una turista cinese di ventisei anni che avrei conosciuto meglio durante il viaggio e la permanenza a Roma.
In verità, prima che la giovane e sgangherata coppia calabrese si presentasse nella stanza da viaggio, con noi vi era anche un giovane maghrebino. Era seduto alla mia destra, alto, scuro, con braccia forti e una mascella da dinosauro. Occupava un posto non suo in quanto sprovvisto di prenotazione, e quando la coppia venne egli fu obbligato a lasciare la stanza tirandoci dietro accuse razziste e parolacce.
"Voi fate così perché io sono unico straniero, voi siete razzisti", furono le prima frecce scagliate nei nostri confronti.
L’episodio fu triste e lasciò commenti e critiche. Il comportamento di un singolo straniero venne traslato a quello delle migliaia di stranieri residenti in Italia, alle leggi europee a cui questi dovrebbero adeguarsi e alle barche bucate di spola tra l’Africa settentrionale e la Sicilia.
Ne fui rattristato in quanto ero stato quello che più di altri si era speso per far intendere allo straniero, in modo pacifico e pacato, il torto giuridico della sua posizione.
Ma venne la mattina e con essa la stazione ferroviaria di Roma Termini. Comprai il giornale delle solite notizie: sgambetti sulla politica italiana e bombe in quella estera.
Alle 8:30 incontrai Monica. L’avevo sentita al telefono e di lei sapevo solo che era una brava ragazza pugliese a Roma per imbarcarsi in un volo che l’avrebbe portata a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, in Africa.
Dovevo consegnarle un pacco che, una volta a Kinshasa, avrebbe dovuto dare a Yvon, un reporter de LaSpecula.com International News Weekly. Nella DRC non vi è più guerra guerra, ma solo guerra a bassa intensità, che rende quasi impossibile il recapito postale di pacchi e lettere. Da qui, quindi, l’intermediazione di Monica.
La nostra conversazione durò parecchie ore. Si parlò di viaggi, studi, del lavoro che ci sarà certamente e delle foto del matrimonio di Yvon.
Fu piacevole parlare con lei poiché non è da tutti i giorni incontrare una giovane e bella donna impegnata fino al giorno prima da un centro estetico di sua proprietà, capace per un mese di mollare tutto e contro il parere di tutti riempirsi la valigia di medicinali e ustionarsi di vaccini per lasciare l’Italia del sole e della pizza per il Congo delle grandi foreste, delle armi e delle malattie.

Testo tratto da “Diario di pochi giorni a Roma”
Luglio 2007

domenica 1 luglio 2007

Inizio del "Diario di una vita di un anno"

A svegliarmi fu la voce del comandante che proveniva dagli altoparlanti. Invitava tutti i passeggeri a mettersi la cintura di sicurezza perché iniziato il landing, la fase di atterraggio. Ancora stordito dalle tante ore di sonno, mi voltai a destra vedendo rinvenire dal sonno la mia compagna di viaggio, Lisa, poi guardai a sinistra e dal finestrino vidi il buio totale, ogni tanto schiarito dalle luci di posizione ad intermittenza dell’aereo.
Accusavo dolori al collo e alle gambe per la posizione con la quale mi ero addormentato, ma in quel momento – a differenza di adesso a poche ore da quegli attimi - non pensai di aver dormito fin da quando dall’alto potevo vedere le moschee turche.
Il sonno mi aveva fatto saltare i pasti, così chiesi un gelato per rifocillarmi e rinfrescarmi la bocca. Me lo portò una hostess con la carnagione chiara e vestita con un tipico abito nazionale le cui aderenze con il corpo mi suscitavamo curiosità morbose.
“I really like these girls!”, ricordo di aver detto a bassa voce alla mia compagna.
“I can see you like them”, rispose ridendo.
Per evitare di atterrare con il gelato in mano, lo mangiai rapidamente. L’aereo si era abbassato di quota ma l’atterraggio sembrava essere lontano. Le orecchie fischiavano mentre dal finestrino era possibile vedere le luci gialle della città e, man mano che il tempo passava, l’aumento dell’intensità della luce del sole che all’orizzonte stava per spuntare.
Pochi istanti prima del rettilineo di discesa era possibile vedere il mare, i fiumi e le risaie illuminate di luce naturale. Di terra sembrava non essercene, e quella poca che si vedeva sembrava essere costituita da piccoli sentieri che dividevano una risaia dall’altra.
Giunse il momento, we landed, eravamo giunti a Bangkok, capitale della Thailandia.
Ero intimorito. Lasciai Anagni – sobborgo laziale e antica residenza papale – con la febbre alta e da un momento all’altro mi aspettavo che qualche ufficiale armato di mascherina, guanti al lattice e pistola termica per la misurazione della temperatura potesse scambiare la mia febbre con i primi sintomi della SARS, che in quei mesi era sulla bocca di tutti e si diffondeva in paesi del Sud-Est Asiatico, come la Thailandia che mi apprestavo a visitare.
Mi controllarono il passaporto e il visto. Tutto era in regola e nessun poliziotto della salute mi controllò la febbre: ero a Bangkok.
Erano le nove di mattina (ora locale), cambiai i soldi e con gli spiccioli utilizzai un telefono pubblico per delle chiamate ai miei contatti thailandesi.
Dopo venti minuti, Victoria, una ragazza australiana di 28 anni che avevo conosciuto l’anno precedente ad una riunione di un’organizzazione per la difesa dei diritti umani degli emigranti a Syndey, mi venne a prendere con una vecchia Ford azzurra.
Andammo in un piccolo edificio decadente sulla costa settentrionale del fiume Chao Phraya, quella sarebbe stata la mia residenza per una settimana.
Per la strada Victoria mi consigliò come comportarmi in città, quali quartieri visitare e quali evitare di attraversare, cosa mangiare, come visitare le province e cosa fare in caso di emergenza. Prestai molta attenzione a quei consigli ma non la guardai mai in faccia perché affascinato dai colori che quella città mi offriva, dalla confusione di quelle strade e dai suoi rumori, dalla sporcizia dei fiumi e dalla differenza tra i grattacieli del centro e le case ed i negozi siti attorno.
Iniziava una cosa nuova, la scoperta di un territorio diverso da quelli visti per tutto l’arco della mia vita, iniziava la scoperta di una città e di una cultura che, nonostante le interferenze occidentali, in alcuni suoi scorci sembrava mantenere ancora vivi rituali, comportamenti e consuetudini proprie.

Testo tratto da “Diario della vita di un anno”
Agosto 2003