venerdì 29 giugno 2007

Barcelona e il meravigliato

Giunsi all’aeroporto nel primo pomeriggio di un freddo giorno di Dicembre 2005. Ad aspettarmi vi era Silvia, una cara catalana impegnata come me nel giornale.
Da anni avevo programmato di giungere nella famosa Barcelona di Spagna, e finalmente ero lì, a pochi giorni da Natale e dal nuovo anno, con molte cose da scoprire, persone da conoscere e chilometri da percorrere.
All’uscita dello scalo aereo prendemmo un autobus metropolitano di colore rosso che ci portò fino alla famosa e grande Plaça de Catalunya da cui partiva la Rambla, arteria che divide in due la vecchia città e che la separa dalla parte più recente.
Che bellezza stare in una città bilingue e conoscere e sconoscere pienamente e rispettivamente le sue lingue! E’ come stare in bilico!
La mia residenza si trovava in Plaça d’Urquinaona, una piccola piazzetta triangolare in pieno centro. Mi piaceva, era tranquilla e al tempo stesso centrale. Una cosa che apprezzai particolarmente fu una fontana d’acqua gelata con cui ogni mattina, dopo essere sceso in strada, bevevo e utilizzavo per lavarmi nuovamente il viso.
Visitai in lungo e in largo Barcelona e mi piacque molto: le costruzioni fantasiose dell’artista - che disse “la differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo” -, il porto e la Barceloneta - così cinematografici! -,la Rambla e le sue figlie, il castello costruito sulla montagna degli ebrei e utilizzato più volte per bombardare la città, prima, e “difenderla” dalle truppe napoleoniche, franchiste e alleate, nei secoli successivi, gli edifici dalle strane forme, l’arco di trionfo fatto di mattoni e i giornali in catalano.
Ricordo che sotto l’attento e curioso sguardo di giornalaio spesi molto tempo cercando di leggere la prima pagina catalana di un giornale con l’ausilio della versione spagnola .
Quel primo giorno a Barcelona lo passai con Silvia. Mangiammo due kebab sulla Rambla e poi ci avviammo sulla famiglia di quest’ultima che sembravo già conoscere grazie a “Omaggio alla Catalogna”, il diario che George Orwell scrisse durante la sua presenza in città dettata dalla necessità di combattere il fascismo che poi si sarebbe instaurato, e che fu come una guida storica. A Barcelona vi sono tante prostitute e tossici mischiati ai turisti, tante persone in strada dopo le quattro di mattina e tante belle ragazze rovinate da piercing e capelli colorati, ma al contempo credo di non aver mai visto tanta cultura viva e rispetto in una città mediterranea.
Barcelona mi presentò anche il pane lassativo - che scoprì con preoccupazione prima e soddisfazione dopo –, il pastorello con le braghe abbassate in posizione defecale - che non può assolutamente mancare nei presepi delle famiglie della Spagna orientale - e una cattedrale il cui ingresso si dice ad “offerta libera di 5 euro”.

Testo tratto da "Il terzo viaggio in terra spagnola"
Dicembre 2005

Dalla sera alla notte al Paseo

Era finalmente giunta la sera che aspettavo. L’aria limpida e fredda rifletteva le luci bianche e rosse delle macchine che dalla Puerta de Alcalá si diramavano per tutta la città.
Bandiere nazionali sventolavano lentamente su balconi di edifici pubblici, grandi, austeri e già chiusi, mentre i negozi sputavano gente d’ogni gente, agghindati con cappotti neri a grandi bottoni sui lati e colletti alti fin sopra le orecchie.
Che belle quelle ragazze che a coppia camminavano veloci con borse di carta e parlavano più svelte dei loro passi con l’inequivocabile accento madrileno! E che dire degli anziani signori ancora con il giornale della mattina sotto il braccio?
Alle otto e trenta della sera entrai dal cancello che dalla Plaza de la Independeciasull’Avenida de Mejico nel Parque del Retiro. Fu lì che incontrai una figlia di Euskadi, una spagnola del nord, bionda, magra, vestita di jeans e di una pesante giacchetta a quadretti marroni.
Dopo le solite frasi e gesta di rito, iniziammo a camminare per il Paseo Salon de Estanque. All’altezza di Plaza de Nicaragua, un ragazzo pattinava cantando a voce alta la musica che l’Ipod attaccato alla cintola gli permetteva di ascoltare. I monumenti borboni si rispecchiavano nel lago facendo doppia scenografia per i nostri sguardi e per la nostra conversazione, mentre coppiette di tutte le età sembravano assomigliarci.
Parlammo di tutto, di come erano andati gli esami, di quanto è cara Madrid, di quanti immigrati vi vivono, della rugiada mattutina nei petali delle rose, della polizia spagnola e di quella italiana, dei rispettivi sogni nel cassetto, dei particolari fisici più brutti e belli di entrambi, delle esperienze all’estero e infine di noi, di ciò che eravamo, credevamo e speravamo di essere.
Non penso di aver mai parlato così tanto con una donna in una volta sola. Giunti nella parte settentrionale del Paseo Salon de Estanque, tra gli alberi, le statue di sovrani passati e il campanile illuminato di una chiesa simile ad una moschea, mi voltai verso di lei, le presi le braccia e guardandola negli occhi le chiesi di poterla baciare.
“A una mujer nunca se le pide un beso, simplemente se le da”, mi disse con un sorriso velato.
Il cuore mi batteva forte e la salivazione era aumentata. Mi avvicinai.
Ci baciammo fino a quando la sera diventò notte tarda senza avvisarci.

Testo tratto da "Il quarto viaggio in terra spagnola"
Trascritto nel Giugno 2007

giovedì 21 giugno 2007

Campane del 19 Aprile

Mi trovavo nel giardino della famiglia reale spagnola - tra il Palazzo reale e il Manzanares, il fiumiciattolo di Madrid – quando, uno dopo l’altro, i campanili della città iniziarono a suonare. Non mi interessai al suono fin quando, fatte delle foto ad un bellissimo pavone e raccolte nel diario alcune foglie degli alberi più belli del giardino, mi accorsi che il suono diventava più insistente e sordo.
Nel giardino la compagnia era scarsa, volatili, genitori con i bambini, qualche turista. Poi feci mete locale. Era il 19 Aprile 2005, un giorno speciale: le campane informavano la cittadinanza dell’avvenuta elezione al soglio pontificio di un nuovo papa, del successore di Giovanni Paolo II. Pensai immediatamente all’arcivescovo di Milano, Tettamanzi, ma, fatte le ultime foto, ammirato ancora una volta il pavone delle foto e raccolte le ultime e più belle foglie – quelle prossime al Palazzo (le consiglio) – lasciai il giardino per giungere al suo marciapiede.
Da esso potevo ammirare il Manzanares, il fiume che attraversa Madrid e che ha dalla sua una storia particolarmente interessante. Per lunghezza e portata d’acqua, infatti, esso non è paragonabile ai grandi fiumi europei, ma nella sua parte madrilena è caratterizzato da grandiosi ponti fatti costruire dai sovrani spagnoli nei secoli passati, convinti che la grandezza di una città si vedesse anche dall’architettura dei ponti. Nonostante le buone intenzioni dei sovrani (prima) asburigici e (poi) borbonici, molte erano le risate dei funzionari diplomatici di altri paesi che, osservando il Manzanares e i suoi ponti, chiedevano “perché costruire ponti così grandi per un fiumiciattolo che può tranquillamente attraversi con cavallo e carrozza?”.
I batacchi continuavano a picchiare, allora pensando a chi potesse essere il nuovo pontefice, iniziai con fare ingenuo a domandare ai passanti.
“Perdone, usted sabe que paso?”, domandai ad un anziano tanto simile a quelli siciliani.
“Si, elejiron al nuevo papa”, rispose con il sorriso in volto.
“A quien?”, chiesi.
“No lo sé, creo un aleman”.
“Bien, gracias. Que tenga un buen dia”.
“De nada. Hasta luego”.

Testo tratto da “Il secondo viaggio in terra spagnola”
Aprile 2005

mercoledì 20 giugno 2007

Primi sguardi a Madrid

La mattina presto scesi alla stazione ferroviaria di Atocha da un treno bianco e rosso, tipico delle c.d. cercanias, le ferrovie nazionali spagnole.
La banchina era colma di individui che sembravano impegnate a non guardarsi, a stringersi il cappotto per allontanare l’abbraccio del freddo mattutino. Costituivano una massa solida che, pensai, avrebbe avuto qualche difficoltà a lasciare un corridoio libero per le centinaia di persone che come me aspettavano l’arresto del treno e l’apertura dei portelloni.
Molti i cappotti ed i pantaloni grigi, molti di più i jeans, i cappellini sportivi e le borse a tracollo. Tutti schiavi di una società che non conoscono, oppure esseri liberi perché lavoratori? Una domanda valida in qualsiasi luogo e per tutti, ma in quel momento priva di risposta. Il fatto che i proprietari dei jeans e i cappellini sportivi avessero la pelle più scura degli altri sembrava dividere tutto in categorie e destinazioni: uffici ai vestito grigio, fabbriche agli immigrati.
Ricordo di aver pensato quanto fortunati - e al contempo in pericolo - siano stati coloro che, nei minuti del barbaro e vigliacco attacco terroristico dell’11 Marzo, si trovavano in quelle banchine aspettando l’arrivo di treni che esplosero lì vicino, a pochi metri prima dalla stazione.
Quante altre vite spezzate ci sarebbero state se i pazzi riempiti d’esplosivo avessero aspettato qualche secondo in più per farsi esplodere in un luogo ancora più affollato di poveri cristi che andavano a lavoro?
Scesi dal treno. La stazione era grande, ma non così lussuosa e piena di negozi come altre stazioni ferroviarie europee. Tra il pavimento e il tetto vi erano decine di metri di vuoto. Delle scale mobili mi portarono al piano superiore.
Camminando vidi “l’angolo del ricordo”, dei cilindri bianchi con delle impronte di mani nere attaccati al soffitto e vicini ad un computer da utilizzare per lasciare il proprio messaggio di cordoglio e l’impronta della propria mano. Io lo feci, poi andai via.
Fuori era una bella giornata. Il sole s’incamminava lentamente verso il centro del cielo e il freddo continuava a farsi sentire.
Scattai delle foto alla scritta “Madrid. Estaciòn de Atocha”, poi una con me davanti. Le auto e gli autobus correvano sulla strada principale, il ministero dell’agricoltura era bello e proprio lì accanto, una fontana spruzzava alti getti d’acqua proprio sotto ad alberghi di varie stelle.
Mi incamminai lungo la Calle Atocha, dove con pochi euro comprai due libri di Gabriel García Márquez, in spagnolo: li avevo già letti in italiano ma in quel momento promettevo a me stesso di rileggerli in spagnolo.
Feci colazione con un Kebab di soli tre euro, comprato in un piccolo negozietto di nord-africani: speravo di ritrovare il pane libanese - quello schiacciato che sembra una base per pizza venduta al supermercato - ma la carne e l’insalata la misero in un semplice panino.
El Sol me esperaba, la Piazza Sol mi aspettava. E‘ il Km Zero, l’ombellico delle distanze spagnole, il punto da cui gli ingegneri e gli architetti partono con il righello per misurare le distanze che separano Madrid dalle altre città spagnole ed europee. El Sol è uno dei luoghi più antichi di Madrid, una piazza che non ha porte, ma definita - per grandezza e vie d’accesso - Puerta del Sol.
La scritta “Tio Pepe”, semplice e tradizionale mi affascinò. Grandi cartelloni pubblicitari di donne quasi nude e uomini dal viso scuro e con la barba rada, facevano concorrenza al campanile del municipio della città posto di fronte. Uno scontro tra contemporaneità pubblicitaria e modernismo amministrativo, mediato da una bella e grande fontana, dalla famosa statua de El oso y el Madroño (un orso che si ciba dei frutti del corbezzolo, da molti anni simbolo della città) e la vicina e rassicurante statua equestre di Carlo III di Borbone, re di Spagna, figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, duchessa di Parma e Piacenza, e sovrano, duca, etc, etc, etc di molti altri territori europei (e non) dettagliatamente riportati sulla pietra che supporta l’opera. Anche Messina ospita una statua di Carlo ma non è proprio la stessa cosa…

Testo tratto da “Il primo viaggio in terra spagnola”
Gennaio 2005

sabato 16 giugno 2007

Nomi e date tra la sterpaglia di Bonaparte

Oggi gli stranieri sono stati fuori tutto il giorno, prima in spiaggia a prendere il sole, giocare con l’acqua ancora fredda e parlare delle specialità dei propri paesi e chissà forse anche di noi maschietti del campo, poi nel deludente castello di Scilla che, a quanto mi hanno detto, non è assolutamente paragonabile con quello di Milazzo.
Io sono stato qui, la mattina a studiare Napoleone - le sue battaglie e le vittorie, le riforme e la sconfitta - il pomeriggio a scattare qualche foto alle particolarità del fortino e a cercare di interpretare i graffiti che soldati di ogni età e provenienti da ogni dove hanno lasciato dal 1860 al 1970 nei mattoni e nelle pietre della fortezza. I poveri Cristi graffiavano le pietre in profondità, lasciandovi nome, cognome e data. La più vecchia che ho vista è del 1889.
La sera sono stato a Reggio Calabria. Giuseppe non riusciva a trovare la strada che da Campo Calabro porta alla città del porto, ma una volta trovata abbiamo fatto una bella passeggiata nel lungomare e preso il miglior gelato della mia vita in un costoso bar chiamato “Zero assoluto” o qualcosa del genere.
Speravo di vedere Patrizia ma è stato impossibile in quanto, essendo vestiti da mare, i campisti stranieri risultavano provati dalla brezza che soffiava dal mare. Mi ha colpito la vicinanza dei fili d’alta tensione della ferrovia con il balcone di parte del lungomare. I cartelli parlavano chiaro “pericolo di morte”, ma che ci vuole a toccare quei fili e morire al momento?
Sono le due di mattina, loro dormono ed io mi accingo a farlo.

Due ore dopo la mezzanotte di giorno sabato 10 Giugno 2007
Deposito Armi numero 2
Fortino di Campo Calabro (RC)

mercoledì 13 giugno 2007

Catecki a Campo Calabro

L’International Woman Club, l’associazione di donne straniere residenti nella città di Reggio Calabria, era stata invitata dalla Legambiente - a cui per restaurare un fortino del XIX secolo mi ero prestato per qualche giorno - per una cena che si prospettava interessante.
Ogni invitata avrebbe dovuto portare un piatto tipico del proprio paese per poi spiegare la composizione della pietanza e le eventuali tradizioni e rituali che nel paese d’origine ne accompagnano la consumazione.
Il gruppo di ragazzi di cui facevo parte – tre ragazzi italiani (Giuseppe, Giovanni e il sottoscritto), una ragazza francese di Montpellier (Gǘelle), un ragazzo proveniente dalla costa russa sul Mar Morto (Andriey), una ragazza canadese di Montreal ma di origine egiziane (Carole) e una ragazza poliziotta proveniente dalla capitale della Corea del Sud (Su) – non aveva preparato delle specialità tipiche, ma una misera tortilla spagnola riuscita male.
Non si aveva il coraggio di presentarla al gruppo, così decisi di spezzarla e di addobbarla con delle spezie e creme occidentali. Alla fine quella misera frittata con le patate divenne il Catecki, un tipico alimento consumato per tutto il XIX secolo dalle famiglie giudaiche polacche durante i sabati e successivamente esportato in Israele.
Mi ero inventato il piatto e la sua storia, ma - avuto il coraggio di spiegarla in inglese alla lunga tavolata di donne europee, africane, asiatiche e americane - quando mi chiesero la ricetta e gli ingredienti, risposi di non poterla divulgare in quanto pietanza celebrativa e non quotidiana.
La storia fece il suo effetto, il Catecki piacque e la serata continuò, ma il pollo al curry e il riso preparati da una ragazza delle Seychelles insieme ai wurstel di una donna tedesca rimasero i cibi preferiti.

9 Giugno 2007
Deposito armi numero 2
Fortino Campo Calabro (RC)