Giunsi all’aeroporto nel primo pomeriggio di un freddo giorno di Dicembre 2005. Ad aspettarmi vi era Silvia, una cara catalana impegnata come me nel giornale.Da anni avevo programmato di giungere nella famosa Barcelona di Spagna, e finalmente ero lì, a pochi giorni da Natale e dal nuovo anno, con molte cose da scoprire, persone da conoscere e chilometri da percorrere.
All’uscita dello scalo aereo prendemmo un autobus metropolitano di colore rosso che ci portò fino alla famosa e grande Plaça de Catalunya da cui partiva la Rambla, arteria che divide in due la vecchia città e che la separa dalla parte più recente.
Che bellezza stare in una città bilingue e conoscere e sconoscere pienamente e rispettivamente le sue lingue! E’ come stare in bilico!
La mia residenza si trovava in Plaça d’Urquinaona, una piccola piazzetta triangolare in pieno centro. Mi piaceva, era tranquilla e al tempo stesso centrale. Una cosa che apprezzai particolarmente fu una fontana d’acqua gelata con cui ogni mattina, dopo essere sceso in strada, bevevo e utilizzavo per lavarmi nuovamente il viso.
Visitai in lungo e in largo Barcelona e mi piacque molto: le costruzioni fantasiose dell’artista - che disse “la differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo” -, il porto e la Barceloneta - così cinematografici! -,la Rambla e le sue figlie, il castello costruito sulla montagna degli ebrei e utilizzato più volte per bombardare la città, prima, e “difenderla” dalle truppe napoleoniche, franchiste e alleate, nei secoli successivi, gli edifici dalle strane forme, l’arco di trionfo fatto di mattoni e i giornali in catalano.
Ricordo che sotto l’attento e curioso sguardo di giornalaio spesi molto tempo cercando di leggere la prima pagina catalana di un giornale con l’ausilio della versione spagnola .
Quel primo giorno a Barcelona lo passai con Silvia. Mangiammo due kebab sulla Rambla e poi ci avviammo sulla famiglia di quest’ultima che sembravo già conoscere grazie a “Omaggio alla Catalogna”, il diario che George Orwell scrisse durante la sua presenza in città dettata dalla necessità di combattere il fascismo che poi si sarebbe instaurato, e che fu come una guida storica. A Barcelona vi sono tante prostitute e tossici mischiati ai turisti, tante persone in strada dopo le quattro di mattina e tante belle ragazze rovinate da piercing e capelli colorati, ma al contempo credo di non aver mai visto tanta cultura viva e rispetto in una città mediterranea.
Barcelona mi presentò anche il pane lassativo - che scoprì con preoccupazione prima e soddisfazione dopo –, il pastorello con le braghe abbassate in posizione defecale - che non può assolutamente mancare nei presepi delle famiglie della Spagna orientale - e una cattedrale il cui ingresso si dice ad “offerta libera di 5 euro”.
Testo tratto da "Il terzo viaggio in terra spagnola"
Dicembre 2005

Mi trovavo nel giardino della famiglia reale spagnola - tra il Palazzo reale e il Manzanares, il fiumiciattolo di Madrid – quando, uno dopo l’altro, i campanili della città iniziarono a suonare. Non mi interessai al suono fin quando, fatte delle foto ad un bellissimo pavone e raccolte nel diario alcune foglie degli alberi più belli del giardino, mi accorsi che il suono diventava più insistente e sordo.
Oggi gli stranieri sono stati fuori tutto il giorno, prima in spiaggia a prendere il sole, giocare con l’acqua ancora fredda e parlare delle specialità dei propri paesi e chissà forse anche di noi maschietti del campo, poi nel deludente castello di Scilla che, a quanto mi hanno detto, non è assolutamente paragonabile con quello di Milazzo.

