
Il salto dell’inverno ha sorpreso tutti. Come aspettarci la mancanza dell’inverno, del freddo e delle sue piogge? Come immaginare asciutto l’asfalto delle città e privi di ombrelli da vendere quei poveracci alle uscite di stazioni e metropolitane?
Eppure tutto ciò è successo. La temperatura media di questi ultimi mesi invernali si è rilevata più alta di vari gradi rispetto alla normalità degli altri anni.
La cosa ci ha sdegnato inizialmente, poi reso felici:
“meglio, abbiamo avuto più giornate di sole!”, è stato il commento dei più.
Come amante della normalità, non la penso così, e mi accodo a tutti quelli che interpretano negativamente il salto dell’inverno.
Da piccolo ero affascinato dalle cose degli altri, che consideravo mie, da Raffaella Carrà, mentre ballava e cantava, e dai colonnelli in uniforme dei canali televisivi.
“Danno il tempo”, si diceva. Proprio così, davano il tempo.
Perfettamente eretti accanto ad una cartine geografica, parlavano un italiano chiaro e lento, e con una bacchetta indicavano le località in cui si prevedeva sole e pioggia. Alcuni, addirittura, continuavano ad attaccare manualmente i soli e le nuvole – con o senza piogge e fulmini - alla mappa della penisola.
Oggi i colonnelli di una volta non ci sono più e quelli rimasti si sono “ammodernati” sforzandosi di sembrare allegri e simpatici.
I loro modi ci hanno persuaso dell’idea che una bella giornata è sinonimo di gioia e felicità, e che un fine settimana piovoso costituisca l’elemento iniziale di una lunga serie sfighe ed eventi negativi in generale.
La maggior parte di noi non riesce più ad apprezzare una giornata di pioggia. Le grida del vento tra le case, le onde che il cadere della pioggia crea nelle pozzanghere delle strade, i torrenti che si creano nelle medesime, i tuoni che scuotono i vetri delle finestre e i petti di chi ci sta vicino, e i lampi silenziosi oltre la collina vicino casa.
Come avvicinarsi alla natura della Terra se non affacciandosi alla finestra ad ammirare una notte di tempesta?
Io lo faccio spesso durante le notti in cui anche la luce elettrica scompare dalle case. Mi siedo sulla sdraio del mio balcone principale e riscaldato da un maglione a collo alto e da una tazza di thè nella mano destra, osservo, conto i fulmini, guardo la pioggia cadere attraverso la luce dei fari delle macchine che passano e mi lascio attraversare dagli echi dei fulmini. Il petto vibra come fosse una cassa di risonanza e ti chiedi se la notte in cui il Tutto iniziò non fosse come quella.
Una giornata ti pioggia è bella passarla anche in macchina, guidando circondati dalla nebbia magari per le strade di montagna, oppure la si potrebbe passare in treno, osservando ora i campi coltivati, ora le goccioline d’acqua sul vetro.
La pioggia blocca le attività umane, è vero. E’ sempre stato così. Contadini, artigiani, soldati, durante la pioggia fermavano le loro attività. Se alla pioggia dovessi dare un motivo di esistenza diverso da quello scontato di approvvigionamento idrico, direi “
è una pausa concessa da Dio al suo creato.” Perché rifiutarlo?
La pioggia spinge a meditare, a riflettere sui sogni, sulla realtà, sui nostri problemi e sulle gioie.
E’ bello pensare mentre di fronte a noi il mare sbriciola sulla Terra, e un tuono, di tanto in tanto, ci riporta alla realtà, come un bambino desideroso di attenzione fa con la propria madre.
Magari poi vorremmo che spiovesse per camminare tra l’erba alta della nostra penisola e bagnarci i pantaloni e le scarpe, come facevamo tutti da piccoli quando, tra Marzo e Aprile, ci ritrovavamo nei campi pieni di ginestre ancora bagnate dalle piogge dei giorni prima.