venerdì 16 marzo 2007

Ready to go

Tutte le volte che ipotizzavo una visita nella più grande potenza che il mondo abbia mai visto, escludevo a priori località a cui tanti si ispirano per le spiagge, le donnine in costume da bagno, i canyon, i casinò e i vulcani delle Hawaii, ma pensavo a New York City, alla grande mela, alla metropoli delle metropoli, alla città che non dorme mai.
Se Dio vuole, domani giungerò nella città in cui milioni di persone hanno avuto la loro opportunità e in cui molte altre la stanno ancora aspettando o cercando.
Quando starete per andare a letto, io riacquisterò alcune delle ore che i precedenti viaggi ad oriente mi avevano tolto.
Viaggiando ad ovest recupero ore di vita e mentre voi vivrete la mezzanotte italiana io vivrò il pomeriggio freddo della grande metropoli.
L’emozione che mi accompagna ad ogni viaggio è miscelata come sempre da una buona dose di freddezza che molti stentano a vedere ma che io sono certo di avere.
Cercherò di sfruttare al massimo questi pochi giorni e di ottenere il riconoscimento della mia iniziativa diplomatica al palazzo di vetro.
Spero di avere qualche minuto di tempo per scrivere qualcosa qui, su questo spazio telematico. Qualora non fosse possibile, ricopierò una volta tornato a casa, gli appunti scritti nel mio diario di viaggio.
Intanto, come mi ha già consigliato un amico peruviano residente in Spagna, e come sono certo che mi consiglierà mio padre una volta di fronte al bus che mi porterà all’aeroporto, spero di poter imparare più cose possibili.

Con affetto,
Alessandro Di Maio

A volte le sinergie...

A dodici anni ricevetti uno stravagante regalo. A farmelo fu mio padre.
Il regalo era piccolo, semplice e significativo. Si trattava di una pergamena da attaccare con un chiodo alla parete dove si tenevano pecore e vacche.
La pergamena recava scritto “Prima di azionare la bocca assicurarsi che il cervello sia inserito”. Il messaggio non poteva essere più esplicito. Mi invitava a pensare più volte prima di dire e fare qualsiasi cosa.
Ricordo che la presi come un’offesa, ma probabilmente nessuno lo notò. Poi gli anni mi fecero comprendere il significato di quella pergamena e da allora devo ancora ringraziare mio padre per avermela regalata.
Certamente non posso dirmi muto come un pesce, ma più che meno, prima di dire qualcosa, rifletto così tanto da rendere inutilizzabile la decisione presa.
Allora credo di diventare lento e farraginoso, burocratico ma preciso come i militari, quasi un Filippo II di fronte alla mappa di un impero così grande da rendere impossibile rapide le informazioni e la presa delle decisioni.

Cari amici, anche se ciò potrebbe riguardarmi direttamente, quanto avete letto non è farina del mio sacco. Sono ricordi che il mio bisnonno paterno appuntò nel suo diario di guerra nel lontano 1917, mentre si trovava in una “sporca trincea tra Italia e Austria” - come egli stesso la definì. Tuttavia devo ammettere che a dodici anni anche io ricevetti da mio padre la stessa pergamena.
A volte le sinergie…

giovedì 8 marzo 2007

Tiempos mejores

Il salto dell’inverno ha sorpreso tutti. Come aspettarci la mancanza dell’inverno, del freddo e delle sue piogge? Come immaginare asciutto l’asfalto delle città e privi di ombrelli da vendere quei poveracci alle uscite di stazioni e metropolitane?
Eppure tutto ciò è successo. La temperatura media di questi ultimi mesi invernali si è rilevata più alta di vari gradi rispetto alla normalità degli altri anni.
La cosa ci ha sdegnato inizialmente, poi reso felici: “meglio, abbiamo avuto più giornate di sole!”, è stato il commento dei più.
Come amante della normalità, non la penso così, e mi accodo a tutti quelli che interpretano negativamente il salto dell’inverno.
Da piccolo ero affascinato dalle cose degli altri, che consideravo mie, da Raffaella Carrà, mentre ballava e cantava, e dai colonnelli in uniforme dei canali televisivi. “Danno il tempo”, si diceva. Proprio così, davano il tempo.
Perfettamente eretti accanto ad una cartine geografica, parlavano un italiano chiaro e lento, e con una bacchetta indicavano le località in cui si prevedeva sole e pioggia. Alcuni, addirittura, continuavano ad attaccare manualmente i soli e le nuvole – con o senza piogge e fulmini - alla mappa della penisola.
Oggi i colonnelli di una volta non ci sono più e quelli rimasti si sono “ammodernati” sforzandosi di sembrare allegri e simpatici.
I loro modi ci hanno persuaso dell’idea che una bella giornata è sinonimo di gioia e felicità, e che un fine settimana piovoso costituisca l’elemento iniziale di una lunga serie sfighe ed eventi negativi in generale.
La maggior parte di noi non riesce più ad apprezzare una giornata di pioggia. Le grida del vento tra le case, le onde che il cadere della pioggia crea nelle pozzanghere delle strade, i torrenti che si creano nelle medesime, i tuoni che scuotono i vetri delle finestre e i petti di chi ci sta vicino, e i lampi silenziosi oltre la collina vicino casa.
Come avvicinarsi alla natura della Terra se non affacciandosi alla finestra ad ammirare una notte di tempesta?
Io lo faccio spesso durante le notti in cui anche la luce elettrica scompare dalle case. Mi siedo sulla sdraio del mio balcone principale e riscaldato da un maglione a collo alto e da una tazza di thè nella mano destra, osservo, conto i fulmini, guardo la pioggia cadere attraverso la luce dei fari delle macchine che passano e mi lascio attraversare dagli echi dei fulmini. Il petto vibra come fosse una cassa di risonanza e ti chiedi se la notte in cui il Tutto iniziò non fosse come quella.
Una giornata ti pioggia è bella passarla anche in macchina, guidando circondati dalla nebbia magari per le strade di montagna, oppure la si potrebbe passare in treno, osservando ora i campi coltivati, ora le goccioline d’acqua sul vetro.
La pioggia blocca le attività umane, è vero. E’ sempre stato così. Contadini, artigiani, soldati, durante la pioggia fermavano le loro attività. Se alla pioggia dovessi dare un motivo di esistenza diverso da quello scontato di approvvigionamento idrico, direi “è una pausa concessa da Dio al suo creato.” Perché rifiutarlo?
La pioggia spinge a meditare, a riflettere sui sogni, sulla realtà, sui nostri problemi e sulle gioie.
E’ bello pensare mentre di fronte a noi il mare sbriciola sulla Terra, e un tuono, di tanto in tanto, ci riporta alla realtà, come un bambino desideroso di attenzione fa con la propria madre.
Magari poi vorremmo che spiovesse per camminare tra l’erba alta della nostra penisola e bagnarci i pantaloni e le scarpe, come facevamo tutti da piccoli quando, tra Marzo e Aprile, ci ritrovavamo nei campi pieni di ginestre ancora bagnate dalle piogge dei giorni prima.

Second chance

You don’t call any more
Why do you get so far to talk?
If I sometimes let you down
You know I am there for you now
Leave me in pair you now
But I was tired for the double life, so tired.

And if you with him right now
What do I do to turn it around?
You said I Never what they see, they see
Always say to hang me out, hang me out
And if I play the second chance
Can you still feel, can you still feel
And then we’ll stop this double game
If I only have a second chance, a second chance.

giovedì 1 marzo 2007

Alle quattro di mattina

Sono le quattro e quindici minuti di giovedì primo Marzo 2007. Ho poco più di ventidue anni e penso di essermi innamorato una sola volta e di una sola persona.
Non so perché lo scrivo, né perché, invece di dormire, sto sveglio scrivendo tutto ciò, e forse quanto seguirà.
Nostalgia? Forse. Confusione? Certamente, ma non so dire altro.
Sono arrivato al punto di fotografare dall’alto, dallo spazio, l’edificio in cui il 2 Agosto del 2001 conobbi quella persona tanto speciale che contribuì a formarmi, a farmi diventare quello che sono adesso, proprio come ha fatto la mia famiglia, la scuola e la società.
Probabilmente non sarei qui o non scriverei in questo modo, non leggerei così tanto, non parlerei spagnolo, non mi comporterei come sapete e non penserei come penso se non l’avessi conosciuta, se quel giorno di Agosto non fossi andato in quella scuola a pochi chilometri dalla stazione ferroviaria di Croydon, nella città di Sydney.
Se quel giorno mio madre non mi avesse obbligato ad andare con mio fratello a quella scuola o semplicemente se non mi fossi svegliato o se il treno avesse ritardato qualche minuto, non l’avrei conosciuta, non avrei viaggiato così tanto, non avrei amato e gioito per i momenti felici e pianto per quelli tristi. Probabilmente, se quel giorno non l’avessi conosciuta, avrei avuto meno storie da ricordare e raccontare.
E’ strana la vita, il più piccolo ed insignificante particolare potrebbe sconvolgere la vita di chiunque. La Storia lo insegna: i particolari hanno sempre contato nella formulazione di imperi, nelle spedizioni esplorative; i piccoli incidenti di percorso e i più favorevoli spifferi d’aria hanno sempre importato, costituendo la pagliuzza definitiva per far pendere l’ago da una parte o dall’altra della bilancia.
Coscienti di ciò, come affermare che siamo noi stessi gli artefici del nostro destino e i costruttori della propria vita?
Un atto, una parola, uno sguardo, un voto, una pioggia, un incidente, possono davvero cambiare la vita di tutti noi. La modellano al momento, come un romanzo mentre si scrive. E’ come se ad una scrivania di noce e all’ombra di un albero, ci fosse un unico narratore occupato a scrivere le nostre vite mentre le viviamo.
Sono all'inizio della vita e mi sembra una foglia in balia del vento.