I passanti erano molti, le automobili di più. I cappotti scuri e le sciarpe chiare dei primi facevano pensare ad una cartolina di inizio Novecento, le luci rosse e bianche delle seconde riportavano alla modernità scandita dai semafori.L’aria dura come l’acciaio attraversava la gola congelandola. Dalle bocche usciva aria calda, fumo bianco, vapore acqueo, il gioco di tutti i bambini che imitano i padri facendo finta di fumare.
Dopo gli incontri precedenti consumati tra tè ai caffè, baci, abbracci e conversazioni d’ampio respiro, quella sera avrei incontrato Leticia per la terza volta.
Era una ragazza basca, dai lunghi e fini capelli biondi e dal corpo slanciato e sensuale proprio delle donne tra Spagna e Francia.
L’appuntamento era al solito posto, all’ingresso del Parque del Retiro, di fronte la Puerta de Alcalá in Plaza de la Independencia, dove negli anni della Guerra Civile albergava una gigantografia di Stalin. Arrivai con qualche minuto di anticipo. Lei non c’era.
Poco dopo la vidi arrivare dall’angolo della strada che fissavo da tempo, la calle de Alfonso XII. Si accorse di me e, dopo aver accennato ad un leggero sorriso d’approvazione, abbassò immediatamente gli occhi.
Le andai incontro fino a sentire il suo profumo di mandorle. A pochi centimetri di distanza l’uno dall’altra, in mezzo al largo ingresso del parco e tra centinaia di persone completamente assenti, ci guardammo intensamente senza nemmeno salutarci. I suoi occhi erano grandi, intensi, decisi, focosi. La fissavo meravigliato, sorpreso dalla bellezza di quella donna che poiché quasi sconosciuta mi sembrava ancora più donna delle altre.
Quando accennò ad un sorriso ne approfittai per distogliere lo sguardo da quella tentatrice e osservarle le mani, delicate, bianche e ricche di anelli. Nelle lunghe dita vedevo interminabili carezze e più sensuali premure, nelle maniche rialzare della camicia la risolutezza di una giovane donna.
Alla nostra destra un autobus si fermava, rigurgitato decine di uomini e donne dai vestiti scuri e lo sguardo stanco. Ci voltammo entrambi ad osservare per qualche secondo, poi, dopo un ennesimo scambio si sguardi, ci avvinghiammo baciandoci con passione, abbracciandoci come fiere in lotta indifferenti all’artificiale natura circostante.
Anche quella volta vestiva alla moda. Gli abiti casual dell’altra volta avevano lasciato il posto ad un pantalone nero aderente, una camicetta bianca che accentuava i seni e un cappotto scuro aperto sul davanti e con un lungo taglio dietro. Con leggerezza sfidava il freddo.
Con la sola intenzione di passeggiare mano nella mano per le vie della città conversando come coloro i quali non si conoscono e desiderano farlo al più presto, di scambiarci innocue effusioni e lunghi baci all’aperto, ci avviammo lungo la calle de Alcalá, soffermandoci ora per l’architettura di un palazzo, ora per la Plaza de Cibeles illuminata.
Leticia era incredibile, ascoltava con attenzione senza mai interrompere, voltandosi di tanto in tanto per scrutare l’espressione delle mie parole in volto. Poi parlava lei, esprimendosi in modo chiaro e sintetico, senza gesticolare, scaldando l’aria con la tiepida e diafana voce di una giovane donna dallo spagnolo fine.
Presi dalla discussione sulla situazione politica in Euskadi (o País Vasco in spagnolo) e senza sapere dove e cosa fare, lasciammo calle de Alcalá per calle de Sevilla. “...il País Vasco non è l’ETA, è una ricca e prosperosa terra, regolata da antiche e sentite tradizioni mescolate a spinte indipendentiste...”, dice portandosi un filo di capelli dietro l’orecchio. “L’ETA è un piccolo e ristretto gruppo di fanatici convinti dell’utilità e necessità del mezzo terroristico, ma si sbaglia e per questo è sempre più emarginato non solo nell’attività politica, ma anche nella stessa società Vasca”.
Giungemmo ad uno rotonda con quattro uscite, continuammo lungo la calle de la Cruz. Nonostante il buio del pomeriggio, riconobbi quella strada: vi ero passato giorni prima per visitare la Cervecería Alemanna, una famosa birreria risalente al 1904, posta sulla vicina Plaza de Santa Ana e assiduamente frequentata da Ernest Hemingway al tempo della Guerra Civile.
Quando giungemmo all’angolo tra calle de la Cruz e calle de la Victoria, da un grosso portone di legno con i maniglioni dorati, uscì una giovane coppia.
Uscivano dal civico numero 14 di calle de la Cruz, dall’Hostal Los Angeles. Felici, giocosi, allegri, si abbracciavano, baciandosi in continuazione.
Vedendoli uscire in quel modo ci arrestammo, la conversazione si interruppe. Fu allora che Leticia ed io ci guardammo stupiti poiché certi di aver pensato contemporaneamente la stessa cosa.
Un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, i suoi occhi, il suo viso. Di scatto la presi per la mano portandola fino al grosso portone. Suonammo al 14. Rispose una signora invitandoci a salire.
L’ascensore a grate ci portò al terzo piano. Lì una grassa matrona mal vestita ci salutò cordialmente, ci diede una chiave invitandoci ad entrare nella stanza 324. La matrona rimase indietro e richiuse la porta.
Soli, nella stanza 324 dell’Hostal Los Angeles, Leticia ed io ci guardammo per l’ennesima volta mentre i rumori della strada poco sottostante venivano a noi da una finestra aperta con le serrande abbassate.


1 commenti:
ciao Alex; sono Myra Michele. Tuo blog e' molto 'cool.' Io sono mangiare penne pasta con pomodori secchi e peperone. ok, io sono molto stanco adesso (troppo italiano!!!!)
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