Era notte, il silenzio totale, la Luna alta, piena, completamente bianca. Attorno al me il nulla, il tutto. Alti alberi da taglio mangiavano gli spazi scuri della terra mentre il cielo sembrava un vestito vecchio, pieno di bianchi puntini di tessuto.Il vento, assente a quel appuntamento, era sostituito dal freddo autunnale e dall’aria secca, limpida, leggera, pungente.
Tutto era immobile, anche io lo ero. In piedi, nudo, con solo il costume ai fianchi, contemplavo il Danubio che mi stava di fronte. Silenzioso, percorreva la sua strada, consapevole o forse no, di ciò che avrebbe attraversato più avanti. Sembrava una lunga, muta strada nera che separava due rive di alberi uguali, ricongiunte dalla Luna in lento movimento da una riva all’altra.
Dagli alberi dietro di me sentii arrivare le miei amiche ungheresi: Judit, Kinga e Zsófia, una più bella, dolce e religiosa dell’altra, tutte diplomate in collegi cattolici e quasi laureate in università cattoliche.
Giunte sulla riva mi salutarono, Judit mi abbracciò. Poi le vidi togliersi i vestiti e inabissarsi nelle calme acque del fiume una alla volta.
Per attutire il trauma termico dell’acqua gelida con il caldo dei loro corpi, gridavano e ridevano muovendosi il più possibile. Gli spruzzi d’acqua e le grida erano le uniche cose mobili, le uniche che riuscissero a muovere l’aria e far vibrare le mie orecchie.
Mi chiamarono più volte, invitandomi a seguirle in acqua. Esitai sapendo che nuotare nel Danubio era cosa che volevo fare. Poi, riempiti i polmoni d’aria, mi gettai ricevendo lo schiaffo duro dell’acqua gelata. La mandibola iniziò a tremare e il rumore dei denti mi ricordò quando da piccolo, d’inverno, mi lasciavo asciugare da mia madre dopo la doccia.
Compresi immediatamente la forza del Danubio, la corrente fluida, decisa, la capacità di attraversare paesi, di fare e distruggere isole, di creare anse e nuovi passaggi, ma non solo. Se dall’esterno il fiume pareva statico, dall’interno rivelava il sua moto, la sua vita, il suo rumore.
In acqua fu più facile distinguere le rive del fiume e possibile ammirare il fiume da dentro, in tutta la sua serpeggiante lunghezza.
Inizialmente intimorito dalla possibile presenza di scogli contro cui sbattere, superai la paura di nuotare alla cieca nonostante il pericolo di tronchi d’albero: infatti, se la corrente del fiume era troppo forte per lasciare integro e perennemente presente un masso, lo era altrettanto per sradicare un albero e portarlo con sé.
Superato il freddo e le prime paure, iniziai a rilassarmi, lasciandomi trasportare dalla corrente, sbattendo saltuariamente i piedi per avvicinarmi all’altra sponda. Giunto al centro del fiume mi resi conto di avere ancora molto d’innanzi e che esso, certamente profondo e visibilmente rapido, continuava a mancare di increspature e cataratte.
Raggiunsi le ragazze che, rotto il mistico silenzio in cui da qualche minuto erano sprofondate, cominciarono a chiedersi quale parte della riva fosse la più facile da raggiungere.
Abbandonata l’idilliaca placenta del fiume, tornammo al mondo mettendo piede su di un terreno che, benché fangoso in un primo momento, tendeva per la di distanza dal fiume a trasformarsi in uno stretto sentiero di pietruzze pungenti come vetro.
La corrente ci aveva spinti molto a sud e bisognava risalire a piedi la sponda raggiunta per immergersi nuovamente e guadagnare il punto di partenza con la pressione del fiume.
Si camminò molto tra gli alberi di quella che mi sembrava una foresta nera, sentivo i piedi dannare il peso del corpo e la forma del pietrisco, mentre i pensieri vagavano nell’universo dell’invidia per quelle tre ragazze per nulla sofferenti al percorso.
Risalito il Danubio giungemmo ad un piccolo molo con un ferry boat attraccato e illuminato da una piccola luce bianca, l’unica a vista d’occhio. Mi dissero che durante il giorno l’imbarcazione fa gratuitamente la spola tra i due argini, “ma la sua particolarità è che”, continuarono a dire, "non ci sono partenze e orari stabiliti, si muove solo se ai moli vi sono passeggeri ad aspettarlo".
Dalla spiaggia di fango prossima al molo, tornammo a contatto con l’acqua. Fisicamente fu meno traumatico della prima volta, ma psicologicamente, l’idea di immergersi in acque prossime allo zero costituiva un muro infranto solo grazie al desiderio di rivivere l’esperienza di nuotare nel grande fiume, illuminati dalla Luna e osservati dagli alberi da taglio intorno a noi.
La seconda traversata fu lenta e delicata, come addolcita dalle musiche di Pascal Gaigne. Parlando con le ragazze scoprii di trovarmi a Dunakanyar, letteralmente “ginocchio del Danubio” o “ansa del Danubio”, ovvero in quella zona dell’Ungheria in cui il grande fiume, dopo aver proceduto in direzione ovest-est lungo il confine ungaro-slovacco, svolta verso sud biforcandosi e formando Szentendrei-sziget, l’isola di Szentendre, estesa per circa trentuno chilometri fino alle porte di Budapest e facente parte del Duna-Ipoly Nemzeti Park – il Parco Nazionale del Danubio-Ipoly - insieme all’ansa del fiume e dei monti Pilis, Visegrád e Börzsöny.
Congiuntamente, stretti dalla naturale intimità di quel momento, ci avvicinammo alla riva. I nostri vestiti erano ancora lì, a terra, a pochi centimetri dall’acqua immobile. Kinga e Zsófia uscirono andandosi ad asciugare e rivestire, mentre io rimasi in acqua con Judit fino a quando, disegnando sulla superficie dell’acqua finte mappe fluviali, scoprì di aver attraversato il braccio di fiume che separa i monti Pilis dall’isola di Szentendre, a circa tre chilometri nord dalla piccola cittadina di Szentendre.
In piedi e oramai fuori dall’acqua, mi asciugavo rivestendomi e guardando il grande fiume, rifacendo mentalmente la strada percorsa.
Asciutti, ci avviammo verso la casa di Kinga. Quella notte ci avrebbe ospitato tutti. La sua era una villetta a circa cinquanta metri dal Danubio, a cui si accedeva mediante un piccolo passaggio tra alberi e arbusti.
Era una casa di villeggiatura, sopraelevata per i costanti straripamenti, dal tetto spiovente, i particolari in legno e le mura in cemento. Gli interni, vecchi e ben mantenuti, davano la sensazione di trovarsi in una nave. Ci addormentammo divisi in due minuscole stanze con ognuna un letto a castello a due posti.
Aprii gli occhi il mattino successivo. Dalle finestre entrava la fioca luce del primo sole. Erano le sei e mezza, in stanza ero da solo. Dal balcone giungevano delle voci, erano le ragazze. Le raggiunsi a piedi nudi che ancora ero intorpidito dal sonno.
Mi salutarono calorosamente presentandomi la più ricca tavola da colazione mai vista in vita mia. Erano uscite poco prima per comprare il pane appena sfornato e, tornate, avevano imbandito la tavola di caviale, salmone, salame, miele, frutta, pancetta e spremute d’arancia, mela e pesca.
Dopo la colazione attraversammo il passaggio di alberi e arbusti e ci ritrovammo sul Danubio, nella cui superficie gli alberi si specchiavano e le anatre ammaravano.
Le acque che poche ore prime ci avevano abbracciato nel fresco della notte, si erano dileguate lungo i quattrocento chilometri che da lì portano il Danubio lungo tutta la grande pianura ungherese, ma rimaneva il ricordo in loco di una notte fantastica. Era l’arrivederci del grande fiume.
Tratto da "Diario dal paese magiaro"
Agosto-Settembre 2007


2 commenti:
Conosco il tuo blog da poche settimane ma solo adesso lascio un commento.
E' un blog straordinario. Hai ottime capacità di scrittura.
Questo post è molto cinematografico. Qualora la sua storia diventasse un po più lunga e intrecciata potresti proporlo come una sceneggiatura.
Martina
E' difficile descrivere come, talvolta, un ricordo possa imprimersi nel nostro cuore e riaffiorare improvvisamente alla memoria. Forse eravamo convinti d'averlo rimosso, invece eccolo presentarsi, dolce o violento che sia, quasi a volerci riportare indietro nel tempo, a riabbracciare luoghi e persone che avevamo lasciato lungo il cammino. Leggendo il tuo bellissimo post, molti ricordi della mia vita sono riapparsi, proiettati in uno schermo dalle immagini talora sfocate, ma comunque indimenticate. Persino la scena di una madre che asciuga il corpo del suo piccolo dopo la doccia, pur nella sua semplicità, diventa una foto da incorniciare, raffigurante teneri momenti di spensieratezza. Il tuffo nel fiume Danubio ha rappresentato per me, in una sorta di metafora, il tuffo che facciamo nella vita di tutti i giorni, che, talvolta, ci mette di fronte a prove difficili e ad ostacoli che ci appaiono insormontabili. Nuotando con fiducia e vigore, con la Luna che si specchia su quella distesa sconfinata, arriveremo comunque alla riva e, stanchi e bagnati, proveremo la gioia di avercela fatta. Scusami, Alessandro, per la lunghezza del mio commento, che, a modo suo, voleva esprimere una riflessione personale, banale o profonda che sia, ma comunque sincera. Un abbraccio. Andrea.
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