A svegliarmi fu la voce del comandante che proveniva dagli altoparlanti. Invitava tutti i passeggeri a mettersi la cintura di sicurezza perché iniziato il landing, la fase di atterraggio. Ancora stordito dalle tante ore di sonno, mi voltai a destra vedendo rinvenire dal sonno la mia compagna di viaggio, Lisa, poi guardai a sinistra e dal finestrino vidi il buio totale, ogni tanto schiarito dalle luci di posizione ad intermittenza dell’aereo.Accusavo dolori al collo e alle gambe per la posizione con la quale mi ero addormentato, ma in quel momento – a differenza di adesso a poche ore da quegli attimi - non pensai di aver dormito fin da quando dall’alto potevo vedere le moschee turche.
Il sonno mi aveva fatto saltare i pasti, così chiesi un gelato per rifocillarmi e rinfrescarmi la bocca. Me lo portò una hostess con la carnagione chiara e vestita con un tipico abito nazionale le cui aderenze con il corpo mi suscitavamo curiosità morbose.
“I really like these girls!”, ricordo di aver detto a bassa voce alla mia compagna.
“I can see you like them”, rispose ridendo.
Per evitare di atterrare con il gelato in mano, lo mangiai rapidamente. L’aereo si era abbassato di quota ma l’atterraggio sembrava essere lontano. Le orecchie fischiavano mentre dal finestrino era possibile vedere le luci gialle della città e, man mano che il tempo passava, l’aumento dell’intensità della luce del sole che all’orizzonte stava per spuntare.
Pochi istanti prima del rettilineo di discesa era possibile vedere il mare, i fiumi e le risaie illuminate di luce naturale. Di terra sembrava non essercene, e quella poca che si vedeva sembrava essere costituita da piccoli sentieri che dividevano una risaia dall’altra.
Giunse il momento, we landed, eravamo giunti a Bangkok, capitale della Thailandia.
Ero intimorito. Lasciai Anagni – sobborgo laziale e antica residenza papale – con la febbre alta e da un momento all’altro mi aspettavo che qualche ufficiale armato di mascherina, guanti al lattice e pistola termica per la misurazione della temperatura potesse scambiare la mia febbre con i primi sintomi della SARS, che in quei mesi era sulla bocca di tutti e si diffondeva in paesi del Sud-Est Asiatico, come la Thailandia che mi apprestavo a visitare.
Mi controllarono il passaporto e il visto. Tutto era in regola e nessun poliziotto della salute mi controllò la febbre: ero a Bangkok.
Erano le nove di mattina (ora locale), cambiai i soldi e con gli spiccioli utilizzai un telefono pubblico per delle chiamate ai miei contatti thailandesi.
Dopo venti minuti, Victoria, una ragazza australiana di 28 anni che avevo conosciuto l’anno precedente ad una riunione di un’organizzazione per la difesa dei diritti umani degli emigranti a Syndey, mi venne a prendere con una vecchia Ford azzurra.
Andammo in un piccolo edificio decadente sulla costa settentrionale del fiume Chao Phraya, quella sarebbe stata la mia residenza per una settimana.
Per la strada Victoria mi consigliò come comportarmi in città, quali quartieri visitare e quali evitare di attraversare, cosa mangiare, come visitare le province e cosa fare in caso di emergenza. Prestai molta attenzione a quei consigli ma non la guardai mai in faccia perché affascinato dai colori che quella città mi offriva, dalla confusione di quelle strade e dai suoi rumori, dalla sporcizia dei fiumi e dalla differenza tra i grattacieli del centro e le case ed i negozi siti attorno.
Iniziava una cosa nuova, la scoperta di un territorio diverso da quelli visti per tutto l’arco della mia vita, iniziava la scoperta di una città e di una cultura che, nonostante le interferenze occidentali, in alcuni suoi scorci sembrava mantenere ancora vivi rituali, comportamenti e consuetudini proprie.
Testo tratto da “Diario della vita di un anno”
Agosto 2003


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