mercoledì 20 giugno 2007

Primi sguardi a Madrid

La mattina presto scesi alla stazione ferroviaria di Atocha da un treno bianco e rosso, tipico delle c.d. cercanias, le ferrovie nazionali spagnole.
La banchina era colma di individui che sembravano impegnate a non guardarsi, a stringersi il cappotto per allontanare l’abbraccio del freddo mattutino. Costituivano una massa solida che, pensai, avrebbe avuto qualche difficoltà a lasciare un corridoio libero per le centinaia di persone che come me aspettavano l’arresto del treno e l’apertura dei portelloni.
Molti i cappotti ed i pantaloni grigi, molti di più i jeans, i cappellini sportivi e le borse a tracollo. Tutti schiavi di una società che non conoscono, oppure esseri liberi perché lavoratori? Una domanda valida in qualsiasi luogo e per tutti, ma in quel momento priva di risposta. Il fatto che i proprietari dei jeans e i cappellini sportivi avessero la pelle più scura degli altri sembrava dividere tutto in categorie e destinazioni: uffici ai vestito grigio, fabbriche agli immigrati.
Ricordo di aver pensato quanto fortunati - e al contempo in pericolo - siano stati coloro che, nei minuti del barbaro e vigliacco attacco terroristico dell’11 Marzo, si trovavano in quelle banchine aspettando l’arrivo di treni che esplosero lì vicino, a pochi metri prima dalla stazione.
Quante altre vite spezzate ci sarebbero state se i pazzi riempiti d’esplosivo avessero aspettato qualche secondo in più per farsi esplodere in un luogo ancora più affollato di poveri cristi che andavano a lavoro?
Scesi dal treno. La stazione era grande, ma non così lussuosa e piena di negozi come altre stazioni ferroviarie europee. Tra il pavimento e il tetto vi erano decine di metri di vuoto. Delle scale mobili mi portarono al piano superiore.
Camminando vidi “l’angolo del ricordo”, dei cilindri bianchi con delle impronte di mani nere attaccati al soffitto e vicini ad un computer da utilizzare per lasciare il proprio messaggio di cordoglio e l’impronta della propria mano. Io lo feci, poi andai via.
Fuori era una bella giornata. Il sole s’incamminava lentamente verso il centro del cielo e il freddo continuava a farsi sentire.
Scattai delle foto alla scritta “Madrid. Estaciòn de Atocha”, poi una con me davanti. Le auto e gli autobus correvano sulla strada principale, il ministero dell’agricoltura era bello e proprio lì accanto, una fontana spruzzava alti getti d’acqua proprio sotto ad alberghi di varie stelle.
Mi incamminai lungo la Calle Atocha, dove con pochi euro comprai due libri di Gabriel García Márquez, in spagnolo: li avevo già letti in italiano ma in quel momento promettevo a me stesso di rileggerli in spagnolo.
Feci colazione con un Kebab di soli tre euro, comprato in un piccolo negozietto di nord-africani: speravo di ritrovare il pane libanese - quello schiacciato che sembra una base per pizza venduta al supermercato - ma la carne e l’insalata la misero in un semplice panino.
El Sol me esperaba, la Piazza Sol mi aspettava. E‘ il Km Zero, l’ombellico delle distanze spagnole, il punto da cui gli ingegneri e gli architetti partono con il righello per misurare le distanze che separano Madrid dalle altre città spagnole ed europee. El Sol è uno dei luoghi più antichi di Madrid, una piazza che non ha porte, ma definita - per grandezza e vie d’accesso - Puerta del Sol.
La scritta “Tio Pepe”, semplice e tradizionale mi affascinò. Grandi cartelloni pubblicitari di donne quasi nude e uomini dal viso scuro e con la barba rada, facevano concorrenza al campanile del municipio della città posto di fronte. Uno scontro tra contemporaneità pubblicitaria e modernismo amministrativo, mediato da una bella e grande fontana, dalla famosa statua de El oso y el Madroño (un orso che si ciba dei frutti del corbezzolo, da molti anni simbolo della città) e la vicina e rassicurante statua equestre di Carlo III di Borbone, re di Spagna, figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese, duchessa di Parma e Piacenza, e sovrano, duca, etc, etc, etc di molti altri territori europei (e non) dettagliatamente riportati sulla pietra che supporta l’opera. Anche Messina ospita una statua di Carlo ma non è proprio la stessa cosa…

Testo tratto da “Il primo viaggio in terra spagnola”
Gennaio 2005

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