domenica 20 settembre 2009

Reporting the election #3 - National Press Club

Il 12 Marzo del 1908 trentadue giornalisti americani si riunirono alla Camera di Commercio di Washington D.C. per discutere della nascita di un club, di un’organizzazione per giornalisti americani. Pochi giorni dopo si diedero un proprio statuto e promisero di “promuovere la fruizione sociale tra i membri, coltivare il gusto letterario, favorire rapporti amichevoli tra i giornalisti, aiutare i membri in difficoltà e promuovere gli standard etici della professione”.
Da quel momento si riunirono periodicamente in luoghi precari e mutevoli, fino a quando, nell’Agosto del 1927, venne inaugurato il National Press Building, il grattacielo al centro di Washington D.C. dove fu collocata la sede del National Press Club.
Dal 1932 il Club iniziò ad organizzare incontri annuali e ufficiali con Capi di Stato, Primi Ministri, senatori, deputati e rappresentanti della cultura e dell’economia americana e internazionale. Nikita Krushev, la signora Chiang Kai Shek, Golda Meir, Indira Gandhi, Charles de Gaulle, Boris Yeltsin, Fidel Castro, Nelson Mandela, Yasser Arafat e il Dalai Lama furono solo alcune delle personalità politiche mondiali intervenute al National Press Club.
Quel giorno di Aprile, dopo l’introduzione statistica sull’elettorato americano e sui due maggiori partiti politici, anche noi, giovani giornalisti europei, varcammo la soglia del National Press Club. “L’organizzazione si riserva il piacere – così ci dissero - di ospitarci, offrirci il pranzo e metterci in contatto con un giornalista di grande esperienza e simpatia, George E. Condon Jr.”.
Se l’esterno del palazzo non si distingueva particolarmente dall’aspetto degli edifici limitrofi, i suoi interni erano rivestiti di marmi di vario colore, ed il piano terra, attrezzato di numerose boutique, era addobbato da piante verdi rinfrescate da un piccolo ruscello artificiale che scorreva a ridosso del vetro degli ascensori.
Questi ci portarono in alto, fino ad un piano con pareti vellutate di rosso e fotografie e vestito da copertine di giornali e magazine che fecero la storia del giornalismo statunitense. I mobili erano in legno scuro che si abbinava perfettamente al rosso dei tappeti e alla luce gialla delle lampade colorate di verde.
Donne in tajer e uomini in giacca a cravatta camminavano a passo svelto chiacchierando e ridendo tra loro. Altri rimanevano seduti alle proprie scrivanie scrivendo al computer, leggendo il giornale o prendendo appunti con matite gialle. Ordinatamente frenetica, la sala, e chi ci stava dentro, sembrava ignorarci: tutto ci era precluso, tutto tranne un piccolo angolo posto a fianco della massiccia ringhiera in ottone e vetro che dava sulle scale.
Lì George E. Condon Jr. ci aspettava in piedi a lato di un tavolo all’apparenza pesante e privo di bicchieri e piatti. Keith e George si guardarono e avvicinandosi l’un l’altro si abbracciarono scambiandosi rapide battute.
“Questi sono i nostri giornalisti”, disse Keith indicandoci con la mano destra e presentandoci uno alla volta. Il volto di George mi sembrò conosciuto. Tra i cinquanta e sessant’anni, forse di più, George vestiva una camicia azzurra spezzata da una cravatta gialla che si abbinava al rosso della pelle del viso ed al colore dei capelli, tra il giallo, il marrone ed il rosso. Era un uomo di bassa statura con la pancia di chi da tanti anni ha sostituito le regole della propria vita con quelle del giornalismo.
Prima di andare a prendere i nostri piatti ed iniziare a pranzare, ci sedemmo ad ascoltare Keith fare il resoconto della vita professionale di Condon, il quale, seduto sotto una parete ricoperta da fotografie ufficiali con ex presidenti e first ladies, primi ministri e attori, sorrise varie volte, mostrando imbarazzo e modestia, e puntualizzando su dei particolari.
Dal 1984 George Condon è a capo del Copley News Service – uno degli otto più importanti sindacati dei giornalisti statunitensi. Presidente della White House Correspondents’ Association tra il 1993 e il 1994, dal 2005 al 2006 ha ricoperto l’incarico di presidente della National Press Foundation, e nel 2006, insieme ad un gruppo di colleghi del giornale “The San Diego Union Tribune”, vinse il Premio Pulitzer per la categoria National Reporting.
Ascoltammo con attenzione i racconti di Condon. I nostri occhi guizzavano tra le pietanze nei nostri piatti e gli occhi e le mani di George. Ogni tanto ci guardavamo tra noi scambiandoci sorrisi e occhiate di incredulità sorpresa e complicità.
Parlammo delle elezioni presidenziali, del giornalismo statunitense e dei rapporti tra i presidenti degli ultimi anni e la stampa nazionale, ma ciò che più raccolse il nostro interesse fu il resoconto delle sue interviste presidenziali e della sua esperienza come giornalista inviato in ben 88 paesi.
Durante il pranzo non mancarono le nostre domande, la maggior parte di esse dirette a conoscere il pensiero che il giornalista – probabilmente quello che più dei suoi colleghi si è occupato del voto dei giovani americani senza mancare a nessuna delle elezioni presidenziali dal 1980 in poi – si era fatto sulle elezioni primarie presidenziali in corso. Tuttavia, l’incontro fu informale e anche qui, adesso, a distanza di mesi e di chilometri, mi sento in dovere di rispettare il carattere off record dei racconti di George Condon.
Quando fu il momento di salutarci, ci strinse la mano con energia consigliandoci di rispettare sempre una regola: “siate sempre onesti, rispettando voi stessi e gli altri. Solo così diventerete grandi giornalisti”.

Per guardare uno dei tanti incontri organizzati ed ospitati dal National Press Club di Washington D.C., fai click qui.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

domenica 13 settembre 2009

Reporting the election #2 - Young Americans

Perché i giovani americani sono più vicini al Partito Democratico che a quello Repubblicano? Il PD è più prossimo alle istanze radicali insite nella natura ribelle di ogni post-adolescente? Può darsi, ma gli Stati Uniti d’America non sono l’Europa e il Partito Democratico non ha nulla a che fare con i partiti socialdemocratici, socialisti e comunisti europei.
A dare una risposta alla domanda ci pensò Karlo Barrios Marcelo, un ricercatore associato del CIRCLE (Center for Information and Research on Civic Learning and Engagement), il centro di informazione e ricerca sull’attività civica e politica dei giovani americani tra 15 e 25 anni.
Nato nel 2001 per volontà e donazione del Pew Charitable Trusts e del Carnegie Corporation of New York e con sede all’Università del Meryland, “il CIRCLE non poteva essere assente durante il vostro viaggio – disse Karlo Barrios rivolgendosi a noi. Conduciamo ricerche e raccogliamo informazioni, ma organizziamo eventi, progetti e manifestazioni aventi come unico fine quello di spronare la gioventù americana a partecipare attivamente alla vita civica e politica del paese”.
“Un esempio?”, domandai.
HeadCount, una organizzazione politicamente neutrale che utilizza la musica per incitare i giovani americani ad iscriversi alle liste elettorali e partecipare alle elezioni con il proprio voto”, rispose Barrios Marcelo sistemandosi gli occhiali sul naso.
“I giovani americani tendono a votare più il Partito Democratico perché è questo il partito che negli ultimi anni ha speso più energie per catturare il voto giovane. A questo fine i Democratici spendono tre volte di più dei loro colleghi Repubblicani, i quali, quando spendono, spendono male. Certo – ammise – questo non è sempre stato vero: negli anni Ottanta i giovani elettori americani votarono per Ronald Reagan, ma in linea di massima, e oltre al fatto che votare PD sembra essere più ‘cool’ che votare PR, la maggior parte dei giovani elettori statunitensi votano tradizionalmente per l’asino democratico”.
Proprio come Mr. Doherty, Barrios Marcelo aprì il suo computer e ci mostrò alcuni grafici prodotti dal National Election Pool Office. Il primo confermò quanto detto fino a quel momento: in tutte le elezioni avvenute dal 1992 al 2006 gli elettori democratici compresi tra 18 e 29 anni costituirono quasi sempre la maggioranza dei votanti del PD.
Il secondo grafico disse di più. Basato sui dati delle elezioni di medio mandato del 2006, esso ci mostrò non soltanto che, tra i democratici, i giovani furono sempre i più propensi a votare per i candidati alla Camera dei Rappresentanti, al Senato e alla carica di governatore rispetto ai democratici più adulti, ma anche che, cosa più interessante, i giovani repubblicani non raggiunsero mai la maggioranza dei votanti del loro partito. “Ed oggi – continuò a voce il ricercatore - i giovani democratici sono il 55% dei votanti del PD, i coetanei repubblicani sono solo il 35% dei votanti repubblicani totali”.
Il terzo grafico fu ancora più illuminante. Tra le elezioni del 2004 e quelle del 2006 il Partito Democratico riuscì a conquistare il 6 % in più di voti giovani, passando dal 37 % del 2004 al 43 % del 2006 e guardando dall’alto in basso il Partito Repubblicano che, invece, nelle stesse elezioni peggiorò il proprio rapporto con i giovani elettori americani passando dal 35% del 2004 al 31% del 2006 del loro supporto.
Ciò si spiega non soltanto dalle strategie di marketing dei due partiti, ma anche dalla politica del Presidente George W. Bush e dal livello di gradimento espresso da cittadini. Secondo due ulteriori grafici costruiti dal National Election Poll Office, i giovani americani tra i 18 e 29 anni sono quelli che meno approvano la presenza di truppe statunitensi in Iraq (il 17% approva fortemente l’impegno USA in Medio Oriente e il 43% criticano con rigore tale impegno rispetto ad una media del 19% e del 39% tra tutti gli elettori) e quelli che più disapprovano la politica dell’amministrazione Bush (il 9% si dice entusiasta della politica del Presidente, il 34% si dichiara arrabbiato rispetto ad una media del 12% e del 29% tra tutti gli elettori di tutte le età).
Le elezioni primarie in Pennsylvania non hanno mai avuto l’attenzione che meriterebbero, ma qui il 26 % della popolazione è giovane. E’ una percentuale che rispecchia quella federale e che rende importante il risultato della loro partecipazione al voto.
Il comitato elettorale di Barack Obama è formato da giovani attivisti capaci di parlare ad altri giovani e spingerli ad iscriversi nelle liste elettorali e votare. “Obama deve accaparrarsi il voto giovane; se ci riuscisse la sua vittoria sarebbe inevitabile sia in Pennsylvania che nell’intero Paese”.
Mentre Karlo Barrios parlava, immaginavo già il giorno dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Da quando ero negli Stati Uniti non si faceva altro che parlare di Obama, dell’uomo nero, del primo afro-americano davvero vicino alla presidenza. I nomi di Hillary Clinton e dei candidati repubblicani ero assenti dalla strada, dove invece vedevo supporters agitare striscioni con l’esclamazione “Yes, we can!”. Sui muri, sui rifugi antipioggia delle fermate degli autobus e sui lampioni della luce, poster e adesivi di un Obama con lo sguardo speranzoso e sicuro diretto al futuro attiravano gli occhi dei passanti.
E anche lì, negli uffici delle organizzazioni apartitiche, nelle sale di istituzioni neutrali e centri di ricerca non si faceva altro che parlare di Obama, della sua capacità di “accaparrarsi il voto dell’America giovane”, della “grande speranza di cambiamento” offerta a tutto il paese da questo giovane senatore sconosciuto ai più fino a qualche mese prima.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

Reporting the election #1 - Young Americans

Alle otto e trenta in punto del 16 Aprile 2008 scesi alla lobby dell’albergo per incontrare gli altri otto giovani giornalisti europei chiamati dal Washington Foreign Press Center per il reporting tour sul voto dei giovani americani alle imminenti elezioni primarie USA.
Ero vestito in modo impeccabile, pronto per conoscere i compagni di un viaggio inaspettatamente caduto dal cielo e colto come si fa con un fiore. Soltanto il viso – ancora assonnato e segnato dal cuscino – tradiva l’entusiasmo e la carica adrenalinica che mi caratterizzava in quelle ore. A dire il vero non mi preoccupai molto. “Gli altri – pensai tra me – saranno più assonati di me”. Il ragionamento era corretto. La maggior parte di essi era giunta in albergo a notte fonda, senza avere la possibilità di riposare.
“Hai sognato Berlusconi?”, mi sentii domandare da dietro le spalle.
Era Keith, l’impiegato del WFPC. Sorridente e affatto segnato dalla mattina.
“Dormito alla grande!”, risposi cercando di fargli capire che la vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche delle ore precedenti non mi aveva affatto sorpreso.
Poi l’incontro. Sui divani di pelle marrone, tra le lampade ottocentesche e gli acquari della lobby dell’albergo incontrai Roman dalla Repubblica Ceca, Sara dalla Danimarca, Minna dalla Finlandia, David dalla Francia, Jan dalla Germania, Francesca da Malta, Ida dalla Norvegia e Fulya dalla Turchia.
Ci presentammo a turno, elencando esperienze, qualifiche e tematiche maggiormente affrontate nell‘attività da giornalisti. Quasi tutti scrivevano per la carta stampata, Ida presentava un programma televisivo, Fulya dirigeva una radio ad Ankara, Roman ed io scrivevamo prevalentemente per giornali online.
“Hai votato per Berlusconi?”, mi chiesero quando ebbi finito la mia presentazione.
“Andiamo a fare colazione, ne parliamo di fronte ad una tazza di tè”, proposi sorridendo leggermente imbarazzato e roteando la mano destra in aria.
“Buona idea – disse Keith – ma tra esattamente ventisette minuti partiamo per la Bank of America per prendere i vostri assegni”.
Tra un uovo al tegamino e un po’ di bacon evitai di rispondere alla domanda su Berlusconi. La loro curiosità mi infastidiva perché vi trovavo un rimprovero: “italiani, italiani – sembravano dire con le loro domande e con i loro sorrisi – ma è mai possibile che impariate mai?”
Parlammo di tutt’altro, d’università, giornali, magazine e stipendi, ma quando qualcuno introdusse il tema sulla libertà di informazione il nome di Berlusconi tornò sul tavolo della conversazione. Ricercavano spiegazioni, motivi, perché.
“Non sono il ministro degli esteri chiamato a dare risposte ai giornalisti stranieri. L’Italia vive anni di crisi, non solo economica ma anche politica, sociale e culturale, ed ogni crisi, qualsiasi sia il luogo dove essa miete vittime, porta alla ribalta personaggi, politiche e comportamenti autoritari e poco trasparenti. Non vi dirò se ho votato Berlusconi, ma ad un italiano medio e di bassa statura come me – aggiunsi con tono ilare e guardando negli occhi le colleghe sedute d’innanzi – non si può chiedere solo di Berlusconi e di mafia, soprattutto alle prime ore del mattino e nel nostro primo incontro”.
I colleghi risero e se probabilmente da quel momento mi considerarono un giornalista pagato da Berlusconi oppure un suo elettore, almeno evitarono quell’aria saccente da illuminati che spesso accompagna gli interlocutori di italiani all’estero.
Dopo colazione andammo alla Bank of America. Ci avrebbero pagato con un assegno di 800 US$. In realtà non si trattava di uno stipendio, ma di un una tantum per l’acquisto di libri, giornali e vocabolari utili al nostro lavoro da corrispondenti negli USA, una somma che non aveva nulla da invidiare agli stipendi di giovani giornalisti precari e/o fantasma che popolano il mondo informativo italiano.
Quella mattina le strade di Washington profumavano dei fiori che il giorno prima avevo notato sulla sponda del Potomac. Le automobili erano poche, tutte di grosse dimensioni e cilindrata. Il cemento, l’acciaio e il vetro degli edifici sembravano brillare, e gli impiegati con il bicchiere di caffè in mano svoltavano gli angoli a pochi centimetri dai barboni lì stesi a terra.
A metà mattinata arrivammo al Pew Research Center, un organizzazione no-profit e non politica americana che conduce ricerche e statistiche periodiche sulla vita culturale, sociale e politica degli americani negli USA e nel mondo.
Dati su gusti, tendenze e atteggiamenti vengono raccolti tramite sondaggi d’opinione e ricerche scientifiche, e trasformati in cartelle informative diramate ai media e alle istituzioni pubbliche. Sul suo sito internet, il Pew si definisce un “fact tank”, un serbatoio di fatti, dati e informazioni, ma di fatto questa organizzazione - nata nel 2004 dall’accorpamento di vari fondi caritatevoli e benefici provenienti dalla famiglia Pew – è suddivisa in vari uffici, ognuno dei quali si occupa di un determinato aspetto della vita degli americani.
L’ingresso del Pew Center sfoggiava il meglio del mobilio ergonomico. Tutto era levigato, privo di spigoli, colorato di verde e arancione come un cartone animato. Una segretaria afroamericana dai capelli lisci e marroni ci diede il benvenuto. Era vestita con una lunga gonna aderente e una giacca di jeans. Non faceva altro che sorridere, muovere il viso facendo dondolare i grossi orecchini e unire i palmi delle sue mani, come a voler applaudire le risposte alla sue domande: “E tu da dove vieni? E tu? Ah… deve esserci freddo in Danimarca, vero?”.
Poco dopo ci fecero entrare in un ufficio abbellito all’essenziale. La stanza – occupata da un enorme tavolo nero a forma di “U” e con al centro uno schermo bianco per le proiezioni - era illuminata da una parete di vetro che dava sul grattacielo della National Geographic Society. Alla parete opposta erano appesi due quadri mentre ai due angoli più vicini alla finestra due piante dalle grandi foglie verdi e dal busto contorto sembravano cercare disperatamente luce.
Giusto il tempo di aprire il taccuino che Carroll Doherty, direttore associato del Pew Research Center, entrò nella stanza, e mentre con una mano teneva il suo Mac sotto il braccio, con l’altra ci strinse la mano. Alto, magro e dalla corporatura compatta, Mr. Doherty vestiva in giacca e cravatta, e quando si muoveva spostava l’aria della stanza.
Sistemò il computer su una tavolinetto, abbassò la tenda sulla finestra e con in mano un telecomando iniziò a presentarci la situazione demografica e sociale di quella che lui definì “l’opinione pubblica americana che sta votando il suo nuovo presidente”.
“L’esame delle tendenze degli americani a seconda dell’età anagrafica necessita una distinzione fondamentale che non può non essere anagrafica. Per questo definiamo Baby Boomer gli americani nati tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1964, mentre quelli nati nei periodi 1964-1980 e 1980-1990 - continuò Mr. Doherty con voce grave - appartengono rispettivamente alla Generazione X e Generazione Y, la quale, quest’ultima, può allungarsi fino agli americani nati dal 1990 in poi e appartenenti alla c.d. iGeneration perché cresciuta con strumenti digitali e internet”.
La fine della Seconda Guerra Mondiale, la Guerra in Vietnam, le marce per i diritti civili, le presidenze Bush e Clinton, le Guerre del Golfo, l’11 Settembre 2001: sono tutti eventi che segnano le differenze sociali, culturali e politiche di un paese che dal 1977 vede giovani nati e cresciuti in famiglie etnicamente sempre più eterogenee e con genitori separati.
Mr. Doherty sfoglia un grafico dopo l’altro. Il primo ordina sugli assi cartesiani l’età degli elettori americani con le percentuali di voti ai due maggiori partiti politici. “Più giovane sei, più voti democratico”, dichiarò il relatore. “Anche se – continuò – dai trenta fino ai settant’anni il trend è in salita per il PD e in discesa per il PR. Dopo sei più anziano, conservatore e quindi vicino al pesante ma elegante elefante repubblicano”.
“I giovani sono tra gli statunitensi quelli più favorevoli ai matrimoni gay e ad un governo forte, ma al contempo vogliono il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq”, dichiarò Mr. Doherty toccando la foglia più grande di una delle due piante nella stanza. Ma solo sette anni fa, un anno dopo l’11 Settembre, il 69 % dei giovani statunitensi tra i 18 e 29 anni era favorevole all’intervento in Iraq, mentre il consenso diminuiva fino al 51% tra gli ultrasessantenni passando dal 63% degli adulti di mezza età.
Dati che non sorprendono nessuno, soprattutto se si considera l’interesse e la partecipazione alla politica. Alla domanda “Segui la politica?”, solo il 30 % dei 18enni ha risposto positivamente, a fronte di un 50 e 70 % tra chi ha rispettivamente 50 e 70 anni. Ma se i giovani sembrano essere poco interessati alla politica è anche vero che sono la fascia più attiva nella raccolta del voto: i 18-20enni dichiarano di votare ad ogni elezione (56% rispetto al 26% dei 26enni e oltre), di spronare gli altri ad andare a votare (40% contro il 35 % dei 26enni e oltre) e di contribuire economicamente alla campagna elettorale del partito di appartenenza (7% contro il 5% dei 26enni e oltre).
“Se gli Stati Uniti di ieri sono diversi da quelli di oggi, lo stesso vale per i giovani, sempre più tolleranti alle differenze, liberal e libertari. Barack Obama rappresenta questo cambiamento, rappresenta i giovani statunitensi”, disse Mr. Doherty sorridendo leggermente e staccando il computer dal proiettore.
Presi gli appunti necessari, alzai la mano e chiesi: “Il voto dei giovani potrà determinare il risultato delle elezioni? E che tipo di cambiamento si aspettano i giovani statunitensi da un eventuale Barack Obama Presidente USA?”
Mr. Doherty rispose: “Il voto dei giovani potrà essere determinante solo se la partecipazione di questa piccola fascia di elettori sarà elevata. Qualora fosse così, e Barack Obama fosse eletto, i giovani americani si aspetterebbero un cambiamento radicale e generale del sistema”.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

venerdì 26 giugno 2009

The United States Holocaust Memorial Museum

Secondo la tesi ufficiale rilasciata dalle autorità statunitensi, i diciannove uomini affiliati all’organizzazione terroristica Al-Qā‘ida che l’11 Settembre del 2001 dirottarono quattro voli civili commerciali, programmarono il loro piano terroristico in modo tale da colpire le tre colonne portanti della forza degli Stati Uniti d’America nel mondo: il potere economico-finanziario, quello militare e quello politico.
Per questo motivo, se per trafiggere il simbolo del commercio mondiale e il centro del potere militare, i terroristi schiantarono due aerei sulle torri del World Trade Center di New York City e uno sul Pentagono, l’ultimo aereo dirottato - esattamente il Boeing 757 della United Airlines – avrebbe dovuto colpire la sede centrale delle decisioni politiche americane, quindi la Casa Bianca o il Campidoglio, a Washington D.C. Tuttavia, per una possibile rivolta a bordo - almeno così dicono le fonti ufficiali - quell’aereo si schianterà in un campo incolto poco fuori la cittadina di Shanksville, in Pennsylvania.
Pensai a ciò con il fine di decidere se nel 2001 Washington D.C. fosse davvero il centro politico statunitense e se lo fosse anche in quel momento, mentre con lo sguardo puntato al grande obelisco nascosto dal fogliame degli alberi che delimitano la carreggiata, attraversavo l’incrocio tra Maine Avenue SW e Raoul Wallemberg SW.
Il paese si trovava nel bel mezzo del lungo processo democratico che avrebbe eletto la persona che avrebbe sostituito George W. Bush Junior alla Casa Bianca, ed io misi in dubbio la politicità della capitale degli Stati Uniti. Lo feci perché convinto del surclassamento avviato dal potere economico-finanziario ai danni della politica già negli anni Ottanta, perché attorniato da governi con spazi di manovra sempre più ridotti, perché, come mi disse uno dei pacifisti incontrati di fronte la Casa Bianca, “è l’economia e non più la politica a decidere sulla tua vita”, perché vidi i falchi dell’economia appoggiare uno o l’altro candidato alla presidenza USA.
Nonostante ciò, notai che la città si regge sul suo essere capitale e cuore burocratico del paese. A Washington le persone sembrano distinguersi in tre grandi categorie: quella degli impiegati di qualche organizzazione o istituto, quella dei turisti, intenti a conoscere l’origine europea degli Stati Uniti, e quella degli Afro-Americani, etnicamente rappresentati dal sindaco Adrian Fenty ma emarginati geograficamente nella periferia nord-orientale della città e socialmente dal resto della popolazione.
L’edilizia, gli spazi aperti, i numerosi musei, i monumenti e la toponomastica fitta di nomi importanti e costruita, forse un po’ confusamente per chi non è del luogo, secondo la Rosa dei Venti, sono tutte caratteristiche che fanno di Washington D.C. una vera capitale, non finta come la Canberra della mia cara Australia.
Giunto quasi al punto di intersezione tra le due rette immaginarie che compongono il National Mall, vidi l’insegna dello United States Holocaust Memorial Museum (USHMM), il Museo che gli Stati Uniti hanno voluto costruire per ricordare l’Olocausto e, come scritto sul relativo sito internet, “per stimolare politici e cittadini a prevenire i genocidi, promuovere la dignità umana e affermare la democrazia”.
Su pressione della Commissione sull’Olocausto voluta dal presidente Jimmy Carter nel 1979, nel 1980 il Congresso degli Stati Uniti votò a favore di un provvedimento che dava avvio ai lavori per l’edificazione di un museo sulla Shoa che fosse anche memoriale e centro di studi. La costruzione durò parecchi anni e giunse al termine il 22 Aprile 1993 quando l’edificio venne inaugurato. Da allora il museo, situato tra i monumenti alla libertà e alla democrazia che punteggiano il National Mall, ha ricevuto più di trenta milioni di visitatori e ”cercato – così continua la descrizione sul sito ufficiale - d’impartire una lezione sulla fragilità della libertà e sulla necessità di vigilare e salvaguardare i valori democratici”.
“Vengo a Washington e visito il museo sulla Shoa?”, domandai a me stesso insicuro sul da farsi. Alla fine entrai a passo deciso senza però esserne pienamente convinto. A spingermi fu la curiosità verso il nome della strada che avevo fin lì percorso e dove si trovava l‘ingresso al museo: Raoul Wallemberg SW. Quel nome mi ricordava qualcosa.
All'entrata chiesi il prezzo del biglietto. “Non c’è nessun prezzo, l’ingresso è gratuito”, rispose una sorridente e minuta donna dalla scrivania più piccola dell’Info Point nell'atrio di benvenuto. La guardai sorridendo per la buona notizia. Come felice di avermela data, lei fece altrettanto stirando la pelle raggrinzita dall’età e mostrando un sorriso fatto di denti perfetti.
Si chiama Rose ed è una delle volontarie di terza età assunte dal museo. E’ vestita con un maglione grigio cui è attaccata una spilla con la Stella di David. “Ci teniamo in forma cercando di combattere l’età che inesorabile avanza – ammette muovendo la testa e facendo scintillare i capelli assolutamente bianchi – ma facciamo del bene alla società, aiutando a far funzionare una macchina (il museo) che ha lo scopo di ricordare ai giovani che la libertà e la democrazia sono in perenne pericolo”.
Le chiesi se il nome della strada avesse qualcosa a che fare con il museo. “Certo che sì! - esclamò come scandalizzata dalla mia cattiva memoria e perché no, ammettiamolo, ignoranza - Wallemberg – continuò – fu un giovane diplomatico svedese che durante le deportazioni degli ebrei d’Ungheria nei campi di concentramento nazisti, salvò centinaia di migliaia di persone concedendo loro dei passaporti svedesi o dei salvacondotti della Croce Rossa”.
Rose fermò la narrazione per rispondere ad alcune rapide domande di una coppia di turisti americani. “Tu da dove vieni?”, mi domandò quando ebbe finito. “Dall’Italia”, risposi quasi certo di subire la tipica romanzina politica riservata agli italiani all’estero.
“Bene, Wallemberg fece la stessa cosa che fece Giorgio Perlasca, un tuo connazionale. I due lavorarono insieme, entrambi rischiarono la vita per salvare una e più vite e per questo oggi i loro nomi sono presenti nella stele dei Giusti tra le Nazioni”. Annuì per tutto il tempo, ma anche se il nome Wallemberg mi diceva qualcosa, mi sentii la persona più ignorante al mondo.
“Solo che – aggiunse Rose – se Perlasca morì in Italia molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Wallemberg scomparve o meglio – precisò – venne imprigionato dall’Armata Rossa giunta a Budapest per liberare la città dalla presenza nazista, e poi non se ne seppe più nulla”.
Il racconto mi rattristì tanto che continuare la visita al museo sarebbe stato assolutamente inevitabile. Salutai Rose ringraziandola per il racconto e per l’aiuto. Lei staccò la spilla dal maglioncino e me la regalò sorridendomi come quando mi offrì il suo aiuto. La presi e conservai in tasca.
La visita al museo presentò immediatamente una particolarità per me assolutamente nuova, ovvero l’immedesimazione tra se stessi e una qualsiasi delle vittime della Shoa. Prima di salire ai piani alti, dove era stato predisposto l’inizio della visita, era necessario prendere la carta d’identità, ovvero un documento cartaceo con la foto, i dati anagrafici e una breve storia di vita di uno dei tanti milioni di ebrei e non ebrei rastrellati dalle città europee, concentrati e uccisi nei campi di concentramento nazisti.
Presi la carta d’identità numero #3768, una a caso tra le centinaia di migliaia accatastate accanto all’ascensore. La aprii e vidi la foto in bianco e nero di un signore dai capelli corti, gli occhialini da vista e le grandi orecchie sporgenti. Si chiamava Frederik Polak, da quel momento, fino all’uscita dal museo, mi chiamai Frederik Polak.
Mesi dopo quella visita riuscì, almeno in parte, a ricostruire la sua vita e renderla pubblica su una pagina di questo blog. La ripropongo adesso. Basta fare click qui.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

giovedì 30 aprile 2009

Thomas Jefferson sulle rive del Potomac

Tra tutti i più importanti monumenti facenti parte del Washington Mall e dedicati alla memoria dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, il Thomas Jefferson Memorial è il più recente e probabilmente il meno conosciuto e apprezzato dai turisti.
Situato nella parte meridionale dell’area monumentale - su quel pezzo di terra chiamato West Potomac Park e separato dal resto della città dal Tidal Basin e dal Washington Channel - l’edificio consacrato alla figura e all’operato del Presidente Jefferson è la punta meridionale della croce di L'Enfant, anche se visibilmente spostato a ovest rispetto all’asse immaginario costruito passando dalla Casa Bianca e dall’Obelisco di Washington.
Raggiunsi l’edificio dopo aver attraversato un ponticello fatto di grosse pietre rosse e un parco verde e ricco d’alberi di ciliegio donati a Washington dal governo giapponese del 1912. Erano fioriti e traboccanti sull’acqua increspata dal vento che nel frattempo spostava aria da nord a sud.
Mi presentai ai gradini della struttura riflettendo sul motto del mio corso di laurea: “Tra un governo libero e una stampa libera, io scelgo una stampa libera”. Proprio come il mio corso di studi – Scienze Politiche e Giornalismo – questa bella frase, attribuita a Thomas Jefferson, mette giustamente insieme, come elementi di un unico sistema, il giornalismo e la politica, due fenomeni che oggi, probabilmente per la crisi morale che tocca tutti noi, vivono relazioni di profondo scontro o di assoluta subalternità.

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In realtà, come scoprii quella stessa sera da una ricerca effettuata su internet con l’ausilio di uno studente della Washington University, il terzo presidente degli Stati Uniti non disse mai quella frase, ma in una lettera a Edward Carrington datata 16 Gennaio 1787, scrisse: “If asked to choose between a government without newspapers or newspapers without a government, I should not hesitate a moment to prefer the latter”, “se dovessi scegliere tra governo senza giornali e giornali senza governo, non esiterei un istante a scegliere la seconda opzione”.

“But – aggiunse Jefferson nella stessa lettera - I should mean that every man should receive those papers, and be capable of reading them”, “ma devo dire che ogni uomo dovrebbe essere in grado di ricevere questi giornali ed essere capace di leggerli”.

Ora, poiché un governo libero non corrisponde per forza ad un governo senza giornali, e una stampa per essere libera non deve per forza essere priva di un governo, credo che il motto del mio corso di studi vada cambiato, anche perchè se dessimo per buona la traduzione, e quindi lo slogan in sè, bisognerebbe integrarlo con quanto immediatamente scritto da Jefferson, cioè con una situazione di assoluta educazione e preparazione che vedo difficile da raggiungere senza un governo che amministri le risorse pubbliche in tal senso.

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Alla sommità delle scale d’ingresso tre persone mature discutevano allegramente tra loro godendosi il sole e la brezza fluviale. Mi guardarono e con un cenno del capo e un sorriso mi salutarono. Risposi al saluto e tirai dritto fino a superare la linea d’ombra dell’edificio. In quel momento un brivido m’intorpidì la pelle delle braccia e della schiena, in quel momento compresi quanto grande fosse quell’edificio bianco e neoclassico, quel pantheon di diversi marmi costruito dall’architetto americano John Russell Pope anche su progetti e disegni dello stesso Jefferson.
Nonostante le grandi colonne e l’oscurità interna, intravidi colui che oltre ad essere stato per ben due mandati il capo di Stato di un Paese emergente fu anche scienziato, illuminista, pensatore, architetto, militare, viticoltore, archeologo, avvocato, diplomatico, biologo e inventore; colui che sostenne l’equivalenza intellettuale di Europei e Nativi Americani e che, al contempo, incitò la popolazione statunitense alla liberazione degli schiavi d’origine afro-americana senza liberare nessuno dei suoi 187 schiavi.
Jefferson mi apparve alto, scuro, immobile, imbalsamato da cinque tonnellate di bronzo e rinchiuso da un edificio ricco di colonne, capitelli, cassettoni ed epigrafi.
“I have sworn upon the altar of God eternal hostility against every form of tyranny over the mind of man”, lessi sul fregio interno della cupola girando in tondo alla statua. “Ho giurato – scrissi sul moleskine dopo aver tradotto l’epigrafe rigirando in tondo per la seconda volta - sull’altare di Dio eterna ostilità contro ogni forma di tirannia sulla mente dell’uomo”.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008