venerdì 26 giugno 2009

The United States Holocaust Memorial Museum

Secondo la tesi ufficiale rilasciata dalle autorità statunitensi, i diciannove uomini affiliati all’organizzazione terroristica Al-Qā‘ida che l’11 Settembre del 2001 dirottarono quattro voli civili commerciali, programmarono il loro piano terroristico in modo tale da colpire le tre colonne portanti della forza degli Stati Uniti d’America nel mondo: il potere economico-finanziario, quello militare e quello politico.
Per questo motivo, se per trafiggere il simbolo del commercio mondiale e il centro del potere militare, i terroristi schiantarono due aerei sulle torri del World Trade Center di New York City e uno sul Pentagono, l’ultimo aereo dirottato - esattamente il Boeing 757 della United Airlines – avrebbe dovuto colpire la sede centrale delle decisioni politiche americane, quindi la Casa Bianca o il Campidoglio, a Washington D.C. Tuttavia, per una possibile rivolta a bordo - almeno così dicono le fonti ufficiali - quell’aereo si schianterà in un campo incolto poco fuori la cittadina di Shanksville, in Pennsylvania.
Pensai a ciò con il fine di decidere se nel 2001 Washington D.C. fosse davvero il centro politico statunitense e se lo fosse anche in quel momento, mentre con lo sguardo puntato al grande obelisco nascosto dal fogliame degli alberi che delimitano la carreggiata, attraversavo l’incrocio tra Maine Avenue SW e Raoul Wallemberg SW.
Il paese si trovava nel bel mezzo del lungo processo democratico che avrebbe eletto la persona che avrebbe sostituito George W. Bush Junior alla Casa Bianca, ed io misi in dubbio la politicità della capitale degli Stati Uniti. Lo feci perché convinto del surclassamento avviato dal potere economico-finanziario ai danni della politica già negli anni Ottanta, perché attorniato da governi con spazi di manovra sempre più ridotti, perché, come mi disse uno dei pacifisti incontrati di fronte la Casa Bianca, “è l’economia e non più la politica a decidere sulla tua vita”, perché vidi i falchi dell’economia appoggiare uno o l’altro candidato alla presidenza USA.
Nonostante ciò, notai che la città si regge sul suo essere capitale e cuore burocratico del paese. A Washington le persone sembrano distinguersi in tre grandi categorie: quella degli impiegati di qualche organizzazione o istituto, quella dei turisti, intenti a conoscere l’origine europea degli Stati Uniti, e quella degli Afro-Americani, etnicamente rappresentati dal sindaco Adrian Fenty ma emarginati geograficamente nella periferia nord-orientale della città e socialmente dal resto della popolazione.
L’edilizia, gli spazi aperti, i numerosi musei, i monumenti e la toponomastica fitta di nomi importanti e costruita, forse un po’ confusamente per chi non è del luogo, secondo la Rosa dei Venti, sono tutte caratteristiche che fanno di Washington D.C. una vera capitale, non finta come la Canberra della mia cara Australia.
Giunto quasi al punto di intersezione tra le due rette immaginarie che compongono il National Mall, vidi l’insegna dello United States Holocaust Memorial Museum (USHMM), il Museo che gli Stati Uniti hanno voluto costruire per ricordare l’Olocausto e, come scritto sul relativo sito internet, “per stimolare politici e cittadini a prevenire i genocidi, promuovere la dignità umana e affermare la democrazia”.
Su pressione della Commissione sull’Olocausto voluta dal presidente Jimmy Carter nel 1979, nel 1980 il Congresso degli Stati Uniti votò a favore di un provvedimento che dava avvio ai lavori per l’edificazione di un museo sulla Shoa che fosse anche memoriale e centro di studi. La costruzione durò parecchi anni e giunse al termine il 22 Aprile 1993 quando l’edificio venne inaugurato. Da allora il museo, situato tra i monumenti alla libertà e alla democrazia che punteggiano il National Mall, ha ricevuto più di trenta milioni di visitatori e ”cercato – così continua la descrizione sul sito ufficiale - d’impartire una lezione sulla fragilità della libertà e sulla necessità di vigilare e salvaguardare i valori democratici”.
“Vengo a Washington e visito il museo sulla Shoa?”, domandai a me stesso insicuro sul da farsi. Alla fine entrai a passo deciso senza però esserne pienamente convinto. A spingermi fu la curiosità verso il nome della strada che avevo fin lì percorso e dove si trovava l‘ingresso al museo: Raoul Wallemberg SW. Quel nome mi ricordava qualcosa.
All'entrata chiesi il prezzo del biglietto. “Non c’è nessun prezzo, l’ingresso è gratuito”, rispose una sorridente e minuta donna dalla scrivania più piccola dell’Info Point nell'atrio di benvenuto. La guardai sorridendo per la buona notizia. Come felice di avermela data, lei fece altrettanto stirando la pelle raggrinzita dall’età e mostrando un sorriso fatto di denti perfetti.
Si chiama Rose ed è una delle volontarie di terza età assunte dal museo. E’ vestita con un maglione grigio cui è attaccata una spilla con la Stella di David. “Ci teniamo in forma cercando di combattere l’età che inesorabile avanza – ammette muovendo la testa e facendo scintillare i capelli assolutamente bianchi – ma facciamo del bene alla società, aiutando a far funzionare una macchina (il museo) che ha lo scopo di ricordare ai giovani che la libertà e la democrazia sono in perenne pericolo”.
Le chiesi se il nome della strada avesse qualcosa a che fare con il museo. “Certo che sì! - esclamò come scandalizzata dalla mia cattiva memoria e perché no, ammettiamolo, ignoranza - Wallemberg – continuò – fu un giovane diplomatico svedese che durante le deportazioni degli ebrei d’Ungheria nei campi di concentramento nazisti, salvò centinaia di migliaia di persone concedendo loro dei passaporti svedesi o dei salvacondotti della Croce Rossa”.
Rose fermò la narrazione per rispondere ad alcune rapide domande di una coppia di turisti americani. “Tu da dove vieni?”, mi domandò quando ebbe finito. “Dall’Italia”, risposi quasi certo di subire la tipica romanzina politica riservata agli italiani all’estero.
“Bene, Wallemberg fece la stessa cosa che fece Giorgio Perlasca, un tuo connazionale. I due lavorarono insieme, entrambi rischiarono la vita per salvare una e più vite e per questo oggi i loro nomi sono presenti nella stele dei Giusti tra le Nazioni”. Annuì per tutto il tempo, ma anche se il nome Wallemberg mi diceva qualcosa, mi sentii la persona più ignorante al mondo.
“Solo che – aggiunse Rose – se Perlasca morì in Italia molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Wallemberg scomparve o meglio – precisò – venne imprigionato dall’Armata Rossa giunta a Budapest per liberare la città dalla presenza nazista, e poi non se ne seppe più nulla”.
Il racconto mi rattristì tanto che continuare la visita al museo sarebbe stato assolutamente inevitabile. Salutai Rose ringraziandola per il racconto e per l’aiuto. Lei staccò la spilla dal maglioncino e me la regalò sorridendomi come quando mi offrì il suo aiuto. La presi e conservai in tasca.
La visita al museo presentò immediatamente una particolarità per me assolutamente nuova, ovvero l’immedesimazione tra se stessi e una qualsiasi delle vittime della Shoa. Prima di salire ai piani alti, dove era stato predisposto l’inizio della visita, era necessario prendere la carta d’identità, ovvero un documento cartaceo con la foto, i dati anagrafici e una breve storia di vita di uno dei tanti milioni di ebrei e non ebrei rastrellati dalle città europee, concentrati e uccisi nei campi di concentramento nazisti.
Presi la carta d’identità numero #3768, una a caso tra le centinaia di migliaia accatastate accanto all’ascensore. La aprii e vidi la foto in bianco e nero di un signore dai capelli corti, gli occhialini da vista e le grandi orecchie sporgenti. Si chiamava Frederik Polak, da quel momento, fino all’uscita dal museo, mi chiamai Frederik Polak.
Mesi dopo quella visita riuscì, almeno in parte, a ricostruire la sua vita e renderla pubblica su una pagina di questo blog. La ripropongo adesso. Basta fare click qui.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

giovedì 30 aprile 2009

Thomas Jefferson sulle rive del Potomac

Tra tutti i più importanti monumenti facenti parte del Washington Mall e dedicati alla memoria dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, il Thomas Jefferson Memorial è il più recente e probabilmente il meno conosciuto e apprezzato dai turisti.
Situato nella parte meridionale dell’area monumentale - su quel pezzo di terra chiamato West Potomac Park e separato dal resto della città dal Tidal Basin e dal Washington Channel - l’edificio consacrato alla figura e all’operato del Presidente Jefferson è la punta meridionale della croce di L'Enfant, anche se visibilmente spostato a ovest rispetto all’asse immaginario costruito passando dalla Casa Bianca e dall’Obelisco di Washington.
Raggiunsi l’edificio dopo aver attraversato un ponticello fatto di grosse pietre rosse e un parco verde e ricco d’alberi di ciliegio donati a Washington dal governo giapponese del 1912. Erano fioriti e traboccanti sull’acqua increspata dal vento che nel frattempo spostava aria da nord a sud.
Mi presentai ai gradini della struttura riflettendo sul motto del mio corso di laurea: “Tra un governo libero e una stampa libera, io scelgo una stampa libera”. Proprio come il mio corso di studi – Scienze Politiche e Giornalismo – questa bella frase, attribuita a Thomas Jefferson, mette giustamente insieme, come elementi di un unico sistema, il giornalismo e la politica, due fenomeni che oggi, probabilmente per la crisi morale che tocca tutti noi, vivono relazioni di profondo scontro o di assoluta subalternità.

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In realtà, come scoprii quella stessa sera da una ricerca effettuata su internet con l’ausilio di uno studente della Washington University, il terzo presidente degli Stati Uniti non disse mai quella frase, ma in una lettera a Edward Carrington datata 16 Gennaio 1787, scrisse: “If asked to choose between a government without newspapers or newspapers without a government, I should not hesitate a moment to prefer the latter”, “se dovessi scegliere tra governo senza giornali e giornali senza governo, non esiterei un istante a scegliere la seconda opzione”.

“But – aggiunse Jefferson nella stessa lettera - I should mean that every man should receive those papers, and be capable of reading them”, “ma devo dire che ogni uomo dovrebbe essere in grado di ricevere questi giornali ed essere capace di leggerli”.

Ora, poiché un governo libero non corrisponde per forza ad un governo senza giornali, e una stampa per essere libera non deve per forza essere priva di un governo, credo che il motto del mio corso di studi vada cambiato, anche perchè se dessimo per buona la traduzione, e quindi lo slogan in sè, bisognerebbe integrarlo con quanto immediatamente scritto da Jefferson, cioè con una situazione di assoluta educazione e preparazione che vedo difficile da raggiungere senza un governo che amministri le risorse pubbliche in tal senso.

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Alla sommità delle scale d’ingresso tre persone mature discutevano allegramente tra loro godendosi il sole e la brezza fluviale. Mi guardarono e con un cenno del capo e un sorriso mi salutarono. Risposi al saluto e tirai dritto fino a superare la linea d’ombra dell’edificio. In quel momento un brivido m’intorpidì la pelle delle braccia e della schiena, in quel momento compresi quanto grande fosse quell’edificio bianco e neoclassico, quel pantheon di diversi marmi costruito dall’architetto americano John Russell Pope anche su progetti e disegni dello stesso Jefferson.
Nonostante le grandi colonne e l’oscurità interna, intravidi colui che oltre ad essere stato per ben due mandati il capo di Stato di un Paese emergente fu anche scienziato, illuminista, pensatore, architetto, militare, viticoltore, archeologo, avvocato, diplomatico, biologo e inventore; colui che sostenne l’equivalenza intellettuale di Europei e Nativi Americani e che, al contempo, incitò la popolazione statunitense alla liberazione degli schiavi d’origine afro-americana senza liberare nessuno dei suoi 187 schiavi.
Jefferson mi apparve alto, scuro, immobile, imbalsamato da cinque tonnellate di bronzo e rinchiuso da un edificio ricco di colonne, capitelli, cassettoni ed epigrafi.
“I have sworn upon the altar of God eternal hostility against every form of tyranny over the mind of man”, lessi sul fregio interno della cupola girando in tondo alla statua. “Ho giurato – scrissi sul moleskine dopo aver tradotto l’epigrafe rigirando in tondo per la seconda volta - sull’altare di Dio eterna ostilità contro ogni forma di tirannia sulla mente dell’uomo”.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

mercoledì 29 aprile 2009

Franklin Delano Roosevelt and the New Deal

Davanti a me la scritta “Franklin D. Roosevelt Memorial Park”.
Più in basso un cartellone con su scritto “Free entry”.
“God bless America!”, esclamai felice attraversando i cancelli d’ingresso del parco.
Quasi immediatamente mi ritrovai di fronte un’enorme statua del presidente che fu eletto per quattro mandati. Roosevelt era seduto su di una sedia, con le spalle coperte da un mantello ed entrambe le mani sul poggia braccio sinistro della sedia. Ai suoi piedi la statua di Fala, il cagnolino che lo accompagnò per tutta la durata della sua esperienza presidenziale.
Leggo le epigrafi sulle pareti prefigurando la tematica che più delle altre mi accompagnerà attraverso il parco: il New Deal, il nuovo patto, il nuovo corso che, negli Stati Uniti feriti dal morso della fame degli anni ’30, riporterà speranza, vita, prosperità.
Da dietro le spalle sento arrivare una coppia di turisti con prole. Dal modo di parlare e vestire sembrano americani. Ridono e scherzano in continuazione. Poi si fermano davanti la statua del presidente e l’osservano in silenzio per qualche secondo. Io faccio finta di essere occupato ma in realtà li osservo per pura curiosità.
La signora, una donna dai capelli lisci e biondi e vestita di jeans e maglietta, si avvicina a Roosevelt afferrandogli il dito indice della mano destra. Lo impugna e sfrega come per masturbarlo.
“It brings good luck”, dice sorridendo al marito che stava per farle una fotografia.
Sorrido pensando che anche qui, in questa grande America settentrionale, proprio come in Europa, vige l’abitudine di cercare la fortuna sfregando tutto ciò che in una statua abbia fattezze falliche.
Continuai a camminare per il parco, esplorando con l’osservazione delle statue, delle opere d’arte e delle epigrafi sui muri, quel particolare periodo della storia statunitense che vide il figlio di una famiglia aristocratica americana - per giunta imparentato con il Roosevelt degli anni prima, quel Theodore per primo diventato presidente nel 1901 – diventare il 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1933 al 1945.
Due opere scultoree mi colpirono più delle altre. Da una parte una coppia di anziani sull'uscio di casa aspettano qualcosa, qualcuno: l’anziana donna sta seduta con viso appassito, seni flaccidi e le mani sulle gambe, mentre il compagno le sta accanto in piedi, con volto altrettanto disfatto dalla fame e le mani vuote ai lati del corpo.
Accanto vi sono cinque statue di uomini vestiti d'impermeabile con un cappello schiacciato in testa. Stanno in fila indiana, forse davanti all’ufficio assunzioni, forse davanti al panificio per un po’ di pane da portare a casa. Sono immagini della grande crisi del 1929, di una depressione che Roosevelt riuscì a sconfiggere con politiche economiche serie provenienti dai libri di John Maynard Keynes e diretti all’incremento della spesa pubblica.
“L’incremento della spesa pubblica…”, penso demoralizzato. “Se non si privatizza e taglia sulla spesa pubblica vieni criminalizzato ed emarginato”, parlotto tra me e me a bassa voce. Riguardo quelle statue, quei visi contratti dalla sfiducia, dalla tristezza e dall’assenza di tutto, e mi rendo conto di vivere in un mondo che ha cacciato fuori dalla porta le teorie keynesiane e l’esperienza di Roosevelt per abbracciare l’ultraliberismo voluto dagli imperatore della finanza.
“The test of our progress is not whether we add more to the abundance of those who have much, it is whether we provide enough for those who have too little”, leggo su di una stele di pietra. E’ una frase pronunciata dal Presidente Roosevelt, la chiave di volta dell’idea che si era fatto del progresso e dello sviluppo umano e che caratterizzò il New Deal nella lotta contro la Grande Depressione. “La prova del nostro progresso – tradussi malamente sul mio blocknotes - non sta nell’aggiungere di più all’abbondanza di chi ha già molto, ma nel fornire il sufficiente a coloro che hanno troppo poco”.
Lasciai Roosevelt con un pensiero alla moglie, Anna Eleanor Roosevelt, attiva protagonista nel processo di formazione delle Nazioni Unite e presidente della Commissione che elaborò la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Poi guardai oltre lo specchio d’acqua fluviale che si estendeva per poche centinaia di metri. A nord vidi il Washington Monument, ad est il Jefferson Memorial, il pantheon bianco che in modo discreto attraeva su di se gli sguardi di chi con fiducia o amarezza lasciava il Parco tematico su Roosevelt.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

martedì 28 aprile 2009

Potomac, the American river

Il Potomac è un grande fiume dal nome evocativo e dall’esistenza millenaria, ma come tutto ciò che è del continente americano ha una storia non condivisa, spaccata a metà da una data che ha sancito il tramonto di una civiltà e il sorgere di un’altra.
All’inizio del 1606 il successore della regina Elisabetta I, re Giacomo I Stuart d’Inghilterra, concesse licenza di esplorare e colonizzare le coste nord-orientali del continente americano ad una compagnia commerciale chiamata Virginia Company e suddivisa in due sottocompagnie - la Virginia Company of London e la Virginia Company of Plymouth – che avrebbero dovuto occuparsi rispettivamente della costa che va da Cape Fear (nel North Carolina) a Long Island (nello Stato di New York) e da Chesapeake Bay (tra Virginia e Maryland) all’attuale confine tra USA e Canada.
Poiché nel giro di un anno la sottocompagnia avente come azionisti di maggioranza i commercianti di Plymouth fallì, la Virginia Company of London, che aveva già fondato Jamestown, la prima colonia inglese in continente americano, estese il proprio raggio d’azione anche alla parte settentrionale della costa nord-americana la cui esplorazione e colonizzazione era stata affidata alla compagnia di Plymouth.
Per questo motivo John Smith, presidente della colonia di Jamestown dal 1607 al 1609 e noto agli ambienti per aver più volte salvato la sorte dei primi coloni grazie alla propria relazione con Pocahontas, figlia del re indigeno locale, guidò numerose esplorazioni navali lungo i fiumi di quella che nel frattempo era stata chiamata Virginia e delle coste di Chesapeake Bay, la Baia di Chesapeake, il più grande estuario statunitense, foce del fiume Potomac.
Benché già alla fine del ‘500 le acque della Chesapeake Bay, ed in particolare del fiume Potomac, vennero solcate dalle imbarcazioni dei colonizzatori spagnoli, il contatto tra europei e indigeni locali si ebbe proprio con le spedizioni di Smith, il quale con l’obbiettivo di trovare il tanto sperato Passaggio a Nord-Ovest non fece altro che esplorare tutta la zona che oggi vede confinare uno all’altro gli stati della Virginia, del Distretto federale, del Maryland e del Delaware.
Qui, l’arrivo dell’esploratore inglese sancì non solo la nascita di Stati - che in via successiva si renderanno indipendenti dalla Madre Patria, si faranno la guerra per poi darsi un governo federale - ma anche il crepuscolo dei Patawomeck, la tribù indiana stanziata nella zona che darà il nome al grande fiume, il Potomac.
Penso a tutto ciò come invaso dalla febbre della storia e delle storie che m’influenza in ogni mio viaggio. Il grande fiume è d’innanzi a me, scorre marginato da delicati argini verdi e alberati, dietro il Lincoln Memorial, davanti l’Arlington National Cementery; si lascia solcare da battelli a vapore, sporcare da scarichi civili e industriali, e conquistare da uccelli d’ogni tipo che s’immergono in picchiata a caccia di pesci.
“Il Potomac”, ripeto tra me a voce alta.
“Il Potomac!”, esclamo come incitando l’eccitazione che è in me.
Lo guardo col fare del bambino che scopre il nuovo, con lo sguardo dello scienziato contento dei risultati delle proprie ricerche ed estasiato della bellezza misteriosa e matematica della natura.
Cammino in direzione del Franklin Delano Roosevelt Memorial Park e osservo le macchine, gli autobus ed i vagoni della metropolitana attraversare il fiume sui ponti che ricuciono il terreno tagliato dall’acqua; ammiro le isolette fluviali e le tante piccole insenature che caratterizzano quell’ambiente verde e acquatico un tempo assolutamente paludoso, oggi modellato secondo il piacere dell’occhio.
Prima di entrare al parco mi siedo a riordinare le idee, guardare la cartina e prendere qualche appunto sul moleskine. “Il Potomac – scrissi – scorre verso l’Oceano Atlantico, lo fa lentamente senza farsi notare, probabilmente senza sapere di essere già mare, oceano”.
“Sulle rive del Potomac – continuai da un secondo capoverso pensando alle elezioni primarie –, il fiume che divise il Nord dal Sud in quel massacro di vite umane che fu la Guerra Civile Americana, su queste rive in cui oggi cammino riscaldato da un sole primaverile e ingraziato dai fiori fioriti sugli alberi, il candidato democratico alla nomination presidenziale, Barack Obama, è riuscito a ricomporre le due Americhe, quel Nord e quel Sud che dalla guerra civile non si erano mai davvero riconciliate. Obama – scrissi sopra il disegno del Lincoln Memorial che avevo scarabocchiato due ore prima – è riuscito a battere Hillary Clinton alle elezioni primarie democratiche negli Stati bagnati dal Potomac, colorando d'unica tinta l'intera baia”.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

domenica 26 aprile 2009

Sulle tracce di Lincoln, King e Castro

Tra tutti, quello di Lincoln era il monumento che più avevo voglia di vedere, toccare e fare mio. I motivi sono essenzialmente tre, tutti riconducibili a tre importanti figure politiche: il sedicesimo presidente USA, Abraham Lincoln, il capo del movimento USA per i diritti civili, Martin Luther King, e Fidel Castro Ruiz, leader della Rivoluzione Cubana.
Icona di patriottismo democratico e da tutti considerato come l’uomo che pose fine alla schiavitù negli Stati Uniti, in realtà Abraham Lincoln fu un politico controverso, capace di utilizzare la causa della liberazione degli schiavi solo per rafforzare l’Unione, pronto ad accentrare su di sé poteri che nessun presidente aveva mai detenuto, a sospendere l’habeas corpus e imprigionare non solo i simpatizzanti sudisti ma anche chi si opponeva alla guerra.
Nonostante ciò, per gli Stati Uniti d’America la presidenza di Lincoln fu il nuovo inizio ed egli ne fu l’artefice, il politico d’un pezzo, l’idealista e lo statista che spese la propria vita – stroncata da un attentato - per il proprio paese.
“Lincoln fu un gran d’uomo”, pensai a voce alta mentre salivo i gradini che mi avrebbero portato al suo tempio. E proprio lì, tra un gradino ed un altro, entra in ballo la seconda figura: Martin Luther King. Quasi quarantacinque anni prima, esattamente il 28 Agosto 1963, in occasione della Marcia per lavoro e libertà, da quelli stessi scalini, il dottor King, com’era spesso chiamato, fece il discorso che lo renderà celebre in tutto il mondo.
“I have a dream. - disse lui di fronte ad una moltitudine di gente.
“He has a dream”, dissi io a voce bassa dallo stesso punto da cui parlò il dottor King.
Quasi commosso guardai davanti a me i turisti passare, ridere, fare fotografie sullo sfondo del grande obelisco e della lunga piscina d’acqua. Guardai avanti immaginandomi quel giorno degli anni Sessanta, immaginandomi persone, cartelloni, slogan, lacrime di commozione. Poi guardai a terra e notai che sulla pietra che mi sosteneva c’era una targa di metallo con una stella e una scritta che diceva “I have a dream”.
“He had a dream - ripetei – he had a dream”.
Entrai nel tempio sotto l’implacabile sguardo di Lincoln. L’enorme scultura lo rappresenta seduto su di un trono fatto di fasci rivoluzionari. Mi avvicinai lentamente guardandomi in giro e notando l’essenzialità del luogo: una statua, tre iscrizioni dedicatorie, un negozio di souvenir.
Proprio lì, a meno di un metro dalla statua del sedicesimo presidente USA, entra in ballo Fidel Castro, la terza figura che rende il Lincoln Memorial a me caro.
Nel Gennaio del 1959, a pochi giorni dalla presa de La Habana che segnò la vittoria della Rivoluzione, il leader cubano andò in visita ufficiale a Washington D.C. per chiarificare i propri rapporti con la vicina superpotenza. Castro approfittò del viaggio per visitare il Memorial e rendere omaggio a Lincoln, un presidente da egli sempre pubblicamente apprezzato e stimato.
A documentare la visita fu Alberto Díaz Gutiérrez, conosciuto come Alberto Korda, un fotografo cubano che da lì a pochi anni sarebbe divenuto famoso per aver immortalato il Comandante Che Guevara nella posa che lo renderà eterno. Durante la visita di Castro al Lincoln Memorial, Korda fece una fotografia che intitolò “David and Goliath”: il piccolo Castro d’innanzi il grande Lincoln.
L’idea di calpestare lo stesso suolo calpestato quasi cinquant’anni prima dal Comandante mi rese felice così tanto da ostinarmi a chiedere ad uno dei tanti turisti di farmi una fotografia come quella che Korda fece a Castro. Chiesi ad una donna asiatica. Quando lei accettò le spiegai come fare la fotografia che cercavo.
Proprio come il líder máximo guardavo la statua con il viso rivolto verso l’alto e le mani dietro la schiena. A circa dieci metri dietro di me la donna avrebbe dovuto immortalarmi insieme a Lincoln e nessun altro. Ci provò tre volte ma i risultati furono sempre scadenti. Le chiesi di riprovarci un’ultima volta. Lei, spazientita ma sempre con il sorriso gentile sul viso, fece il quarto scatto regalandomi la fotografia che cercavo.
Dopo essermi immedesimato nel leader cubano andai al negozio di souvenir: qualcosa dovevo pur comprare! Dopo aver sfogliato e letto a tratti quasi tutti i libri del negozio, decisi di comprare delle carte da gioco con i volti dei presidenti USA e il discorso in pergamena di Martin Luther King. Alla casa una ragazza di colore sollevava spesso lo sguardo dagli oggetti comprati da chi mi precedeva in fila. Quando arrivò il mio turno mi salutò con un sorriso sfolgorante e mi fece i complimenti per gli occhiali da vista che portavo.
“You look so nice!”, esclamò affatto imbarazzata.
“Oh thanks so much. You also look very cute”, risposi lentamente.
Annuì sorridendo, poi mi salutò e passò ad un altro cliente.
Omaggiai nuovamente Lincoln, lessi le epigrafi sui muri e lasciai il tempio in direzione del Franklin Delano Roosvelt Memorial Park e con l’intenzione di visitare in giornata tutti i monumenti del National Mall.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008