Quando un terremoto scuote la Terra o un uragano ne ripulisce l’involucro, prima di prestare soccorso ai feriti e raccogliere gli eventuali cadaveri si è soliti riflettere su quello che è successo, fare una stima dei danni e delle forze su cui si può contare per ripartire da zero.
Il terremoto è passato, l’uragano ne ha ripulito i detriti ed io ho già pensato, riflettuto, soccorso il ferito e accantonato il morto, rispettivamente me stesso e una storia d’amore.
Questo periodo mi ha lasciato delle cicatrici: alcune temporanee, come l’apatia verso i doveri del lavoro e dello studio, altre permanenti, come i bei ricordi dei momenti passati insieme alla bella donna d’Ungheria.
In questo breve e difficile lasso di tempo che separa il 13 Maggio dalla data odierna, ho avuto modo di rincontrare amici, organizzare serate con gruppi di colleghi che non vedevo da tempo, brindare alle amicizie di un tempo, conoscere nuove persone e avvicinarmi a donne a cui ero sempre stato interessato ma che non avevo mai incontrato al di fuori degli ambienti universitari o di lavoro.
Mi piacerebbe parlare delle mie recenti esperienze di lavoro, dei miei viaggi in Italia e Stati Uniti, di tutte quelle persone che ho conosciuto svolgendo la bellissima professione di reporter all’estero tra lingue, facce e modi diversi. Mi piacerebbe davvero e dovrei farlo, ma non è questo ciò di cui sento di dover scrivere adesso.
Sento di dover parlare di lei, di una giovane donna calabrese conosciuta tanti mesi fa in condizioni di completa confusione ambientale e interna. Non posso dire di conoscerla bene ma mi sento totalmente attratto da lei, da quel suo volto dolce e ornato, dagli occhi grandi e profondi, dal suo sorriso, dai suoi modi gentili e alcune volte incerti. Mi affascina come la lucentezza dei colori appena fabbricati può abbagliare il pittore del Rinascimento.
La sua bellezza è intrinseca alla purezza d’animo che sono certo si porta dentro, alla semplice regalità dei suoi movimenti, delle sue vesti che le disegnano il corpo come una ricca composizione di tesori da scoprire.
Probabilmente esagero, ci sono uscito una sola volta, eppure come spiegare il fatto che sento ancora i suoi profumi e le sue risa intonate? Guardavo con interesse questa bella ragazza di ventuno anni quando entrambi eravamo legati a persone diverse: io a ciò che oggi è passato, lei ad un ragazzo di cui non conosco nemmeno volto e nome.
Spero rincontrarla presto e magari dirle cose che al momento voglio permettermi solo qui, tra queste righe e nei miei pensieri. Non la considero un soccorso da utilizzare e lasciare andare via, ma una giovane donna che mi suscita emozioni da quel primo e lontano giorno del 2006 quando in una calda aula universitaria la conobbi insieme ad una sua amica.
Non so cosa mi aspetterà ma, come sa chi mi conosce, per me il passato è passato e non permetterò che si ripresenti nella mia vita.
Adesso vedo solo lei, una giovane donna dell’altro lato del mare, elegante, discreta, bella.
martedì 20 maggio 2008
Giovane donna, elegante, discreta, bella
martedì 13 maggio 2008
Oggi, qui, senza di lei
Oggi è il 13 Maggio 2008, un giorno come un altro per alcuni, indimenticabile per me e probabilmente anche per un'altra persona.
Con esso si conclude una storia d'amore durata meno di un anno, una relazione capace di farmi capire chi sono e in che modo mi relaziono con il sesso femminile, cosa ho capito delle donne e cosa ancora mi resta da capire, quanto e come le comprendo e quanto e come mi lascio da loro comprendere, cosa desidero e la maniera come desidero.
Probabilmente questa storia d'amore, inziata tra la notte del 19 e 20 Agosto 2007 e finita pochi istanti fa, era già terminata da qualche settimana e si è trascinata o è stata trascinata fino a qui per avere una data ufficiale da ricordare.
La fine di questa storia ha portato con sè l'odore di zolfo che questa mattina i venti di sud-est hanno spinto fino a casa mia dall'Etna in eruzione.
Ricordo tutte le strade in cui sono stato con Lei, ricordo tutti i dettagli, momenti, parole, azioni, baci, sguardi, conversazioni, luoghi. Tutto questo per arrivare a oggi, qui, senza di lei.
giovedì 8 maggio 2008
I mille profeti si riuniscono sempre a Roma
Poco prima dell’esordio in Ambasciata, dalla Sicilia venne a trovarmi mio padre. Mi portò vestiti e oggetti che, inutili in Europa centro-orientale, mi sarebbero serviti a Roma. Venne in aereo ma ci ritrovammo alla stazione Termini, dove mi disse: “con questo giaccone, questa sciarpa e questa coppola ti trovo invecchiato”.
Andammo a casa per lasciarci le valigie e incontrare una sua vecchia amica d’infanzia, la padrona della casa a Santa Maria del Soccorso dove sarei stato per i due mesi successivi: Giacomina, in arte Gemma.
L’atmosfera che respirai in quei momenti fu lieta, non solo perché ebbi modo di camminare con mio padre per le strade di Roma (cosa che non facevo da quando ero ancora un quasi adolescente), ma anche perché ebbi la possibilità di assistere all’incontro di due persone – mio padre e Gemma - che si ricordavano ancora con i capelli neri e senza rughe in volto.
Mio padre rimase a Roma per tre giorni, giusto il tempo per godersi da turista la città una volta capitale del mondo, invitarmi a mangiare al ristorante un paio di volte, visitare qualche museo e assistere all’Angelus del Papa.
“Credi sia veramente lui alla finestra?”, gli domandai con il naso in su in direzione di un individuo vestito di bianco affacciato ad una finestra su Piazza San Pietro.
“E’ talmente piccolo che potrebbe essere chiunque”, rispose mio padre sorridendo.
Turisti e fedeli fotografavano il Papa, io e mio padre ascoltavamo e ogni tanto ci guardavamo perplessi. Forse la pensavamo allo stesso modo?
Quando iniziò a piovere, la gente si rifugiò sotto il colonnato ed il Papa, da solo alla finestra, continuò a parlare, a fare il suo Angelus, mentre io e mio padre andammo a mangiare dell’ottima pasta all’uovo.
Quel giorno lo passai interamente con lui, camminando per le belle piazze e chiese di Roma, guardando il Colosseo come fosse stata la prima volta, parlando di storia e religione. Quel giorno fu un bel giorno di Gennaio che ricorderò certamente per molti anni.
Quando mio padre ripartì alla volta della Sicilia mi sentivo pronto per il mio primo giorno in Ambasciata. I capelli li avevo tagliati, i vestiti stirati, le scarpe lucidate e soprattutto avevo terminato di leggere tutti i libri sugli Stati Uniti che la mia piccola libreria personale disponeva.
Quel giorno arrivò. Alle nove della mattina avevo già superato i controlli dei marines e incontrato Roberto e Sergio, due studenti di Messina che mi avrebbero accompagnato in questa esperienza.
Li conoscevo appena ed ero pronto a legarmi a loro ma, almeno per i primi giorni, non fu così. Invece di avvicinarci ci allontanammo a causa di diffidenze e competizioni. Alcune volte mi sentivo aggredito, mi dava enormemente fastidio venire sgominato da altri quando ero io ad essere stato interpellato. Mi venivano rivolte delle domande e c’era chi era pronto a rispondere per me, come fosse un tutore, o di dire per telefono “si, adesso te lo mando”, riferendosi a me come fossi un dipendente di terz’ordine.
Anche quando si camminava per l’Ambasciata in compagnia di altri dipendenti, con il dolore al tendine d’Achille e al ginocchio destro faticavo a stare al loro passo e spesso mi trovavo alle loro spalle mentre loro discutevano di argomenti che riuscivo a sentire solo parzialmente.
Mentre il tendine guariva progressivamente cercai di uscire dalle loro ombre lavorando il più possibile e cercando ottimi risultati lavorativi. Ci riuscì talmente bene da comportarmi proprio come, ai miei occhi, si erano comportati loro con me.
Quello fu il momento in cui, riuniti tutti e tre in una stanza da briefing, ci chiarimmo. Fu un grande giorno, importante non solo perché ci trasformò in una compatta squadra di singoli cooperanti, ma soprattutto perché ci avviò ad una sincera amicizia che dura ancora adesso. Quel giorno ci aiutò a crescere, a capire di dover essere chiari e onesti sempre, con tutti.
Voglio molto bene a Roberto e Sergio, li considero due cari ragazzi, due ottimi giornalisti, sensibili e allegri e con un numero di difetti pari al mio. Quando penso a loro non posso fare a meno di ricordare i bei giorni in Ambasciata, dove tra una notizia e l’altra, un cornetto e un’insalata, una traduzione e trascrizione, ridevamo e scherzavamo, ci prendevamo in giro sentendoci più vicini a Dio, fieri di camminare in giacca, camicia e cravatta e con quel pass da intern attaccato al collo.
Ogni tanto si usciva insieme per bere qualcosa, disturbare le turiste straniere, mangiare qualcosa e parlare dei colleghi dell’IRC, dell’Ufficio Stampa e di quello Culturale. Si discuteva di donne, americane e non, del servizio di sicurezza, della migliore pizza della zona, dei migliori giornali d’Italia e infine di noi tre, delle idee, dei sogni, dei problemi di noi semplici, giovani ragazzi di quella che ho sempre definito la provincia della provincia della provincia d’Europa: Messina.
Gennaio 2008 passò così, tra lavori in Ambasciata, amici scoperti e abbracciati, esperienze nuove e illuminanti, serate in compagnia di persone vive e vegete e altre in cui, su di un piccolo letto di uno striminzito appartamento popolare a Santa Maria del Soccorso, mi ritrovavo con Robinson Crusoe e Gulliver.
Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008
giovedì 10 aprile 2008
A Roma in compagnia di Tex
Era la mattina del 9 Gennaio 2008, mi trovavo alla Stazione Ferroviaria di Roma Termini ed ero appena giunto da Budapest con un volo diretto della WizzAir, una compagnia low cost ungaro-slovacca.
Ero a Roma per un tirocinio all’Ufficio Stampa dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma che avrei iniziato dopo un periodo di cinque giorni di adattamento e riposo con cui speravo di rimettermi dai dolori al tendine d’Achille continuamente accusati nel piede destro.
Ancora addormentato per le poche ore di sonno sfruttate durante la notte precedente, avrei dovuto aspettare tutta la mattinata in stazione fino a quando la padrona della casa dove avrei risieduto per i due mesi dell’intership, fosse tornata a casa dal lavoro. Solo allora mi sarebbe stato possibile riposare serenamente, senza preoccuparmi, come accadeva in stazione, di tenere vicino tutti i miei oggetti per paura che me li rubassero se mi fossi addormentato.
Per un po’ dormii accovacciato su di una poltrona nera posta nell’ultima sala della sala d’aspetto della stazione e circondato dalle mie valigie. Poi, maledetto il dolore al collo causato dalla posizione, decisi di leggere qualcosa. I libri che mi ero portato erano dentro una grande valigia chiusa in tutta fretta la notte prima, e non mi andava di prenderli, così decisi di leggere un fumetto, il primo fumetto della mia vita.
Andai ad un’edicola della stazione e dopo un’attenta occhiata scelsi e pagai “Springfield Calibro 58”, il 441mo episodio di “Tex”, il fumetto preferito di un caro amico, quello con la copertina più bella tra tutti quelli esposti in edicola in quel momento, quello più economico. Sembrava il fumetto giusto.
Tornai alla sala d’aspetto, nella stessa poltrona di prima. Posizionai le valigie in modo da avere tutto sottocontrollo e osservai bene la copertina del fumetto. Era lucida, ben fatta, colorata, molto attraete, con un indiano che sembra colpire a morte con un coltello, proprio come un congiurato, un bianco a cavallo dai jeans blu, la camicia gialla e il cappello da cowboy, Tex.
Lo lessi tutto d’un fiato in circa un’ora. Ammetto che quel fumetto non mi lasciò nulla, era stata una semplice lettura per far passare il tempo, ma la mattinata era ancora lunga e cosa avrei fatto? Decisi di comprare un nuovo fumetto, sempre di Tex, “magari” – pensavo – "se si leggessero più episodi sarebbe più facile comprenderne alcune sfaccettature di valenza psicologica ma anche sociale, culturale e politica".
Comprai l’episodio numero 257, intitolato “La pista nel cielo”. Alla copertina mancava la lucentezza della prima ed il prezzo era ancora espresso in lire. Vi era raffigurata una piccola stazione ferroviaria colma di bandiere a stelle e strisce e un Tex in soliti abiti blu e gialli dopo aver sferrato un cazzotto ad un altro bianco vestito a mo’ di banchiere.
Anche questa volta la lettura fu veloce e priva di soddisfazione. Quando terminai di leggerlo si era quasi fatta l’ora di andare a Santa Maria del Soccorso per incontrare la proprietaria dell’appartamento dovrei sarei dovuto rimanere per due mesi.
L’occasione di prendere le valigie e andare me la diede un italiano appena tornato da Israele che parlava in continuazione e a voce alta al telefono informando amici e parenti del suo ritorno da Tel Aviv.
Quando terminò di parlare e si apprestò ad aprire il giornale sollevò lo sguardo puntandolo verso un borsone lasciato da qualcuno a pochi metri da me, alla mia destra. Rivolgendosi a me e poi a tutti i presenti chiese di chi fosse quel borsone. Non era di nessuno dei presenti, così esclamò “Iniziamo bene! Chiamiamo le forze armate!”
Si alzò e andò a chiamare la polizia ferroviaria. Nell’attesa del loro arrivo tornai sulle sue parole: “chiamiamo le forze armate” e riflettei sui motivi che possano aver spinto un italiano, probabilmente di religione o origine ebrea, appena tornato da Israele, terra di fuoco e sangue.
Le forze dell’ordine erano propense ad aprire il borsone. Io, certo che non si trattasse di bomba ma altrettanto certo che non valesse rischiare, decisi di allontanarmi dalla sala d’aspetto e incamminarmi per Santa Maria del Soccorso. Iniziava così il mio soggiorno romano.
Tratto da “Diario di un soggiorno romano”
Gennaio-Febbraio 2008
Ultimi giorni a Budapest, i primi del 2008
Gli ultimi giorni a Budapest nei primi giorni del 2008 passarono tra risvegli causati dalla luce riflessa dalla neve alla finestra, passeggiate e viaggi in macchina verso luoghi urbani ed extraurbani, pesanti e buonissimi pranzi e cene a base di carni rosse ed incontri con vecchi amici.
Quei giorni passarono tanto rapidamente da non permettermi di prendere sempre appunti su quello che alcune settimane prima, nel momento dell’organizzazione del viaggio, definii “Il viaggio dei confini orientali”. Era la prima volta che mi succedeva: viaggiare, conoscere, incontrare senza prendere appunti sul taccuino d’ordinanza, un lavoro notturno che però non riuscivo a fare per la c.d. “regola dell’ordine delle cose”.
Il giorno in cui avrei dovuto tornare in Italia si avvicinava inesorabile ma nonostante tutto non ero triste: avevo visitato tre paesi centro-europei, di cui due mai visitati prima, varcato per la prima volta dei confini veri e propri, ampliato le mie conoscenze politico-economiche e socio-culturali sull’Ungheria e rivisto Juditka. Infine, sapevo che dopo meno di un mese avrei rivisto Judit e che a Roma una grande esperienza lavorativa mi aspettava in uno dei posti in cui fino a qualche mese prima meno mi aspettavo di essere chiamato a lavorare: l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma.
In quei giorni in Ungheria cercai di fare più cose possibili, di vedere luoghi sentiti solo per nome o letti nei libri, fare dei reportages, incontrare persone sconosciute e consolidare il rapporto d’amicizia con quelle già note e costruirmi una memoria il più possibilmente solida sulla mia esperienza con Judit.
Tranne il viaggio in Serbia riuscii a fare tutto. Come dimenticare le serate a casa di Karcsi con suo fratello Milán, la mia Judit e la brava Brigitte, mangiando squisiti tipici piatti ungheresi cucinati dal padrone di casa e ridendo come matti sulla qualsiasi? E l’interessante intervista fatta a Milán Kopasz di fronte ad una calda tazza di tè? La mia prima guida fuori dai confini italiani? Le conversazioni su temi storico-politici con il padre di Judit, Attila? E che dire poi della notte in cui lottando contro la fitta nebbia della notte di Budapest perdemmo varie ore viaggiando in macchina alla ricerca di un indirizzo sul lato di Buda? E la scoperta delle scarpe di metallo coperte di neve sul Pest side del Danubio, proprio accanto al Parlamento, in ricordo degli ebrei uccisi in quel luogo dai nazisti?
Semplicemente impossibile da dimenticare, proprio come il freddo pungente che in quei giorni sembrava portare gli arti in cancrena. Quei giorni, gli ultimi a Budapest ed i primi del nuovo anno, si conclusero alle quattro di notte tra la neve dell’Üllői út, con un forte abbraccio tra me e Judit. Il taxi mi aspettava, era ora di andare.
Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008
Hallgatásaim szent idején
La seconda volta che andai all'Ecseri Piac, il mercatino delle pulci della capitale ungherese, visitai banconi che la volta prima non avevo visitato. In uno di questi mi soffermai casualmente su di un album di fotografie appartenuto a qualche famiglia oramai scomparsa.L’album era fatto da pagine polverose in cartoncino nero, alle quali erano attaccate le foto, tutte esclusivamente in bianco e nero e color seppia. Sfogliandole riuscivo a sentire la polvere incastonarsi tra le dune delle mie impronte digitali e sotto le unghie.
La prima foto e l’unica che attirò seriamente la mia attenzione fu la prima, quella di un uomo sui sessanta anni, dai capelli corti e in ritirata, dagli occhiali da vista con montatura nera (alla Fidel Castro o Henry Kissinger) e vestito elegantemente con cravatta e soprabito.
Nella foto è poggiato ad un parapetto, davanti l’affascinante vista di un fiume, di un ponte distrutto e di una terra con una ciminiera industriale in bella mostra e dei palazzi rettangolari più o meno simili tra di loro e posizionati a schiera.
La forma del ponte distrutto e quella del grande fiume, la ciminiera e i palazzi nello sfondo mi fecero riconoscere immediatamente il luogo. Si trattava del confine naturale e fluviale tra l’Ungheria e la Slovacchia: il parapetto è quello del castello di Esztergom, mentre il ponte quello tra Esztergom e Sturovo, la piccola cittadina slovacca che si vede nello sfondo della fotografia.
Il ponte, lungo cinquecento metri e chiamato Marie Valerie Bridge in onore dell’Arciduchessa d’Austria Marie Valerie, fu costruito nel 1895 per mano dell’ingegnere János Feketeházy e distrutto due volte: nel 1919 a causa di un’esplosione fortuita che ne ha fatto collassare alcune parti e nel 1944 quando fu completamente distrutto dalle truppe tedesche per far ritardare l’arrivo dei Sovietici e interrompere la navigazione nel Danubio. Ricostruito con la forma dell’originale, il ponte fu finalmente inaugurato l’11 Ottobre del 2001.
Nella bottega, mentre Judit discuteva con il venditore il prezzo di un porta Bibbia in legno, io rimanevo affascinato dalla foto non solo perché con essa era possibile vedere le condizioni in cui versava il ponte – da me attraversato nell’Agosto 2007 per raggiungere Sturovo - prima della sua ricostruzione, ma anche perché mi piacque molto la serietà e compostezza del uomo davanti ad una vittima di guerra.
Sulla pagina album della foto, l’uomo incollò un foglio giallastro su cui aveva precedentemente battuto a macchina una propria poesia, intitolata “Hallgatásaim szent idején”, firmata Mészáros János e qui sotto trascritta.
Hallgatásaim szent idején
Csend! Dallam zeng szivemben, hallgatom.
Hányszor hittétek? Nincs is több dalom.
De vágya lángján izzó bódulatban daltdalra,
én épp akkor álmodom.
Mint ha távol szállnának felettem,
csodásan zengó vándormadarak, s a dal-dalra
suhan el, a titokzatos végtelenben.
Csak lesem-figyelem a dalt, mélá hallgatag.
De semmi szó!Csak hang, csak tiszta dallam.
Titokban suhan át agyamon szivembe s úgy
ad vissa magamat magamnak az a tiszta dal,
mely szivemben zeng.
Hallgatásaim szent idején. Csend!
(Mészáros János)
Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008
martedì 8 aprile 2008
Ritorno a Dunaújváros
L’idea era quella di tornare a Dunaújváros e rimanerci un giorno, giusto il tempo per assistere all’incrocio tra il gelido freddo invernale e la rigidezza della struttura della città. Ero convinto che il risultato sarebbe stato diverso da quello ottenuto l’autunno prima, quando le foglie rendevano triste la città dell’acciaio. La neve l’avrebbe resa sterile.
Quella città, centrale geograficamente e nella storia - in quanto prima città “sovietica” dell’Ungheria socialista – rivestiva ai miei occhi il primo contatto con un mondo sepolto vivo dagli eventi ma ancora attivo in molti paesi più ad est. La combinazione tra neve, freddo, Danubio, industrie pesanti, casermoni abitativi prefabbricati e grigi, luoghi ricreativi e di cultura ancora definiti “del popolo”, rappresentava per me lo stereotipo di una città sovietica, di un tipo di città regolata e pulita, egalitaria e ben organizzata perchè ottenuta con il terrore e il sacrificio di generazioni.
Ci andai in auto, molto lentamente per evitare di scivolare sul ghiaccio della strada e per osservare meglio il paesaggio. Albergai in un piccolissimo appartamento sulla Barátság Út, la Via dell’Amicizia. Era della nonna di Judit, una vecchia signora pronta in qualsiasi circostanza a parlare e non ascoltare, ad offrire qualcosa da mangiare e a riportare alla memoria il marito da poco scomparso.
Il palazzo era un piccolo edificio di architettura socialista, poco distante dalla riva del Danubio e con un citofono completamente arrugginito e non funzionante. Ospitava sedici famiglie, quattro per ognuno dei suoi quattro piani, ed era uguale ad altri venti edifici disposti a schiera uno dopo l’altro.
L’arredamento dell’appartamento era vecchio ma in ottime condizioni. Esso era il mobilio casalingo degli ungheresi del boom economico avvenuto in epoca socialista dopo la Rivoluzione del 1956. Lo capii davvero quando la nonna di Judit mi mostrò un semplice apribottiglie in metallo che al suo interno recava la scritta “8 Forints” a significare che quel oggetto era stato prodotto dal popolo e come tale venduto sempre e ovunque allo stesso prezzo: 8 fiorini ungheresi, “ad un prezzo popolare” direbbero alcuni in Italia.
Se l’idea era quella di rimanere un giorno a Dunaújváros per poi affittare una macchina e andare verso sud fino ad oltrepassare il confine con la Serbia e giungere a Subotica, la realtà si dimostrò ben diversa. I dolori al tendine d’Achille e la bassissima temperatura (-15°C) mi impedirono di realizzare l’idea del viaggio verso sud e fui costretto a rimanere nell’ex città di Stalin per ben due notti e tre giorni, durante i quali visitai il porto industriale, la banchina del Danubio, il cinema, l’ospedale, il teatro, il centro sportivo, il Luna Park, le scuole della città, la stazione centrale degli autobus, i viali affiancati da enormi palazzi rettangolari, il lago ghiacciato della città ed il suo miglior ristorante.
Tutto era opaco ed affascinante. Camminavo nella storia, in quella linea temporale di cui nessun libro di storia è privo. A Dunaújváros mi sentivo come si sente l’amante della Storia per la prima volta al Colosseo o al Foro Romano. Mi accorsi quanto l’intera città ruoti attorno all’industria pesante, alla gigantesca Dunaferr: in cambio del lavoro venivano garantiti abitazione, istruzione, sport, divertimento, cultura e un’ordinata struttura cittadina.
“Si viveva bene, avevamo tutto il necessario e soprattutto la sensazione che il futuro ci avrebbe riservato solo cose positive”, mi disse una signora di settantadue anni. “Oggi, invece” – continuò – “potremmo avere molto di più ma non possiamo permettercelo e non sappiamo nemmeno se avremo un futuro” .
“Quelli furono anni di sicurezza materiale, certamente!” - aggiunse una signora che accompagnava la prima - “ma ci mancava la libertà, che adesso abbiamo”.
Dunaújváros era completamente sotto la neve. Dalle ciminiere della grande fabbrica usciva un fumo bianco e denso per via del freddo. Il Luna Park era come abbandonato, mentre le granitiche statue d’acciaio erano vestite di bianco sulle spalle e sui berretti.
Passando dalla parte nuova e socialista della città a quella vecchia, Dunapentele, vidi file di altissimi palazzi prefabbricati completamente uguali tra di loro e recentemente pitturati dai colori sgargianti. Tra di loro la prima, recente e unica chiesa della città ed il McDonald’s aperto da qualche anno e con la stessa struttura di tutti i McDonald’s del mondo.
A Dunapentele non vidi palazzi, solo piccole villette unifamiliari con il tetto a spiovente e le mura pesanti sopravvissute alla barbarie edilizia socialista.
Quei giorni furono freddi ed emozionanti, tali da convincermi che in quella città non manchi assolutamente nulla, nemmeno l’evidenza delle forzature politico-economiche e socio-culturali degli anni passati.
Tratto da "Diario del viaggio dei confini orientali"
Dicembre 2007-Gennaio 2008
